King Jack, film USA di Felix Thompson in concorso al GFF nella sezione Generator +13, mette in scena una storia drammatica di bullismo e degrado, che si gioca nell’arco di un weekend. Jack (Charlie Plummer) ha perso il padre e vive con la madre e il fratello maggiore in un quartiere depresso della periferia americana, un territorio dominato da Shane (Danny Flaherty), un bullo spietato, e dai suoi scagnozzi. Tormentato dalle angherie di Shane, in difficoltà con le ragazze e con la scuola, Jack si ritrova suo malgrado a dover accudire il cuginetto Ben (Cory Nichols), che si trasferisce a casa sua. Tra i due inizia a nascere un’amicizia, ma la cruda violenza di Shane incombe su entrambi.

La vicenda si snoda tra gli stretti confini del mondo limitato di Jack: la scuola, la casa di legno dalle porte che si aprono con una spallata, il parco e le quattro strade del quartiere sono il terreno di caccia della banda dei bulli, che non si limita alla derisione ma infierisce sulle vittime con ogni genere di violenza fisica. Violenze che il regista mette in scena crudamente e ripetutamente, dipingendo una realtà senza scampo, dove il degrado sociale e culturale sembrano impedire anche solo di immaginare scenari e futuri diversi. L’unico rifugio di Jack è il ricordo dell’infanzia con il padre, quando giocava ad essere il re della casa e del mondo, ma l’arrivo di Ben lo costringerà a fare i conti con la realtà e a decidere se continuare a vivere sottotraccia o prendere invece il coraggio a due mani.

Primo lungometraggio del regista, il film procede in un’atmosfera soffocante e priva di luce, senza riuscire a trovare chiavi di approfondimento o suggestioni che diano uno spessore diverso alla ripetitiva riproposizione delle angherie della banda di Shane. Thompson non riesce a trasformare il suo racconto in una vera storia di formazione: confina in secondo piano anche lo spunto narrativo che dà il titolo al film, l’infanzia serena di Jack e la sua relazione con il padre perduto, e affida il suo messaggio ai pochi minuti delle scene finali. Tutto il peso della narrazione è dunque sulle spalle di Charlie Plummer e Cory Nichols, che si rivelano due giovanissimi attori molto sensibili, in particolare il piccolo Cory, che interpreta in maniera tenera e ironica Ben, un bambino che la vita ha reso molto più maturo della sua età. Nella sua crudezza, il film ha il pregio di indicare quali siano le più terribili conseguenze del degrado delle periferie, della privazione di punti di riferimento familiari e sociali, e della strisciante assuefazione all’omertà ed al silenzio, che altro non sono se non indifferenza e paura. E la paura e l’indifferenza uccidono.