Stasera l’Auditorium Parco della Musica, sede principale della kermesse romana dedicata alla fiction, ha ospitato un grande maestro del cinema: Pupi Avati. Alla mano e ancora animato da una passione notevole per il suo lavoro, il regista bolognese, durante il primo degli incontri condotti dal Direttore Artistico della manifestazione, Steve Della Casa, ha parlato del rapporto fra fiction e cinema, sottolineando i punti di forza e le debolezze dell’una e dell’altro: “Oggi la tv, più del cinema, ha la capacità di incontrare il Paese reale. Il linguaggio odierno della fiction però svilirebbe il mio modo di scrivere, quindi di dirigere, perché il modo, così frenetico, di utilizzare le steady-cam e  di montare, denota la mancanza di drammaturgia”. Avati ha raccontato della sua esperienza nel mondo della fiction, iniziata alla fine degli anni ’70, quando propose alla Rai un soggetto che prendeva spunto dal gruppo jazz in cui suonava il clarinetto. Jazz Band, trasmessa nel 1978, fu un successo straordinario soprattutto tra il pubblico giovane, denotando la lungimiranza del maestro, che introdusse in Italia una proposta narrativa innovativa rispetto allo sceneggiato classico, molto simile ad Happy Days.

“La tv è un universo grande, che contiene tante cose ed i suoi contrari” e tra i lati negativi il maestro ha messo in luce il fatto che, essendo oggi i budget a disposizione della fiction maggiori rispetto a quelli destinati al cinema, un errore commesso da molti grandi registi, è stato  abbandonare la tv alle terze e quarte linee.

Pupi Avati ha rilasciato anche qualche dichiarazione relativa al suo ultimo film che sarà proiettato al prossimo Festival Internazionale del Film di Roma e il cui titolo dovrebbe essere Il cuore grande delle ragazze. Si tratta di una storia ispirata alla storia d’amore fra i nonni del regista, durata cinquant’anni. Avati l’ha definita una storia semplice, ma controcorrente per i giorni nostri.