Alle 4:44 di domani la Terra scomparirà, colpita da una catastrofe che la devasterà e non lascerà neanche un sopravvissuto. Si è tenuta ieri a Venezia la Conferenza Stampa di 4:44 Last Day On Earth, ultimo visionario film del regista italo americano Abel Ferrara, alla quale ha partecipato insieme a parte del cast tecnico e ad i due attori Shanyn Leigh e Willelm Dafoe.

L’idea dell’apocalisse e della fine del mondo è presente anche in altri suoi film anche se in maniera velata, qui è diverso, il film è proprio incentrato su questo, può spiegarci perchè?

–          Abel Ferrara: Non voglio entrare in causa con Al Gore ma alcuni anni fa ha convocato alcuni registi per un film girato a più mani sul riscaldamento globale ma quando un’idea deve essere finanzia tata vengono scelte e selezionate soltanto determinate persone. Questo film invece è stata una buona opportunità perché ci ha permesso di realizzarlo a modo nostro. Siamo tutti felici di essere presenti qui.

Sono stata sorpresa dal fatto che i due personaggi accettino che in poche ore tutto scomparirà, le persone che hanno lavorato con lei si sono meravigliate per questa serenità rassegnata?

–          Shanyn Leigh: Il film è ambientato in un mondo che sapevamo sarebbe finito ed in certe occasioni avere un credo molto forte è l’unica speranza ed è una cosa che abbiamo soppesato molto nel farla trasparire all’interno del film.

–          Willem Dafoe: Non penso sia così sereno il mio personaggio, la cosa che mi colpisce di questo film è che per me la fine del mondo è qualcosa che ci permette di sollevare un quesito sul futuro con più forza, permette di riflettere anche sul passato. No, il mio personaggio non è sereno, ma è l’unica possibilità che ha, il mondo sta per finire.

–          Ken Kelsch (direttore della fotografia): Tutti avrebbero reagito così se fosse avvessero vissuto in un momento del genere, si arriva all’accettazione della cosa, che cosa si vuole vivere negli ultimi momenti di  vita, compresa la redenzione.

–          Neil Benezra (tecnico del suono): Mi sono occupato del suono dall’inizio fino alla fine ed è stato interessante il suono di contorno in tutta la durata del film, l’angoscia e la serenità allo stesso tempo che riesce a trasmettere.

–          Abel Ferrara: Serenità. Sì, alla fine lo si accetta. Se dovrai morire tra tre mesi, avrai più tempo per pensarci ma quando incominci a dire “attento, questa sera sarai morto”, allora si inizia a dover affrontare una cosa o l’altra, l’unica realtà, la morte. Sono due le cose sempre vere, le tasse e la morte. il fisco si occupa delle prime mentre della seconda non si sa mai nulla e l’individuo ci si deve confrontare ma nel frattempo si vive.

Al Gore conosce questo film? Si è confrontato con lui per questo progetto? Come ha scelto quella nube verde per dare il segnale della morte?

–          Abel Ferrara: Abbiamo contattato al gore, sa che c’è questo film ma non l’ha ancora visto.

–          Abel Ferrara: Il verde.. buona domanda. Abbiamo consultato degli esperti per l’aspetto scientifico, abbiamo parlato anche dell’ozono e ci hanno detto: “Certo Abel, è così ma meno ne parli e meglio è”, perché il film non è un documentario scientifico. Comunque quel verde è un effetto reale, è l’aurora boreale, un evento atmosferico naturale.

Per il compositore della colonna sonora, volevo capire qual è stato il processo creativo e se c’è stato un confronto con il regista.

–          Francis Kuipers (colonna sonora): la discussione è stata continuativa tra Abel e me, ho seguito le sue  ma la prima cosa che abbiamo fatto è stata cercare un suono che andasse bene per il film, alla fine abbiamo trovato un suono duro e crudo e quello ho inizialmente seguito, suonandolo sulla chitarra e registrandolo sul pc. Ho cominciato così poi quando sono arrivate le immagini, la musica è cambiata, è stato un processo biologico, abbiamo capito che doveva essere un blues, un gospel, suoni elementari che calzano alla perfezione con l’idea di apocalisse. Non potevo fare una musica troppo complicata, sarebbe diventata un protagonista del film

Per quanto riguarda la scenografia che tipo di accordi avete stabilito con Abel?

–          Frank DeCurtis (scenografie): La sfida per noi è stata fare un film in tempo reale, abbiamo iniziato alle 2 del pomeriggio ed abbiamo finito alle 4.40. Non volevamo mettere immagini in post produzione, elaborate al pc, ma alla fine abbiamo deciso di scegliere il digitale. È stata una scelta interessante girare in un unico luogo, seguendo l’atmosfera di quella sola location. Siamo stati un po’ dei funamboli tra un’idea di epica e una scura di apocalittico. Per quanto riguarda gli interni, quando Abel ha scritto questa sceneggiatura, mi ricordo che me ne parlò una volta in salotto a casa mia e mi disse: “vorrei un mobile come questo o come quello là” e quello abbiamo inserito. Tutto il processo si è sviluppato molto naturalmente per arrivare a mettere i vari mobili nell’appartamento, Abel voleva inoltre una luce rossa accesa nella stanza e così è stato. Volevamo mettere degli oggetti personali che gli attori potessero riconoscere, anche se magari potevano risultarne alienati ma era importante anche l’alienazione. Grazie ad Abel che è stato fantastico siamo riusciti a creare un interno che si potesse lasciare e riutilizzare.

–          Abel Ferrara: Tutto il giorno mi chiedevano se fosse autobiografico, sapete, una volta che sono creati i personaggi la battaglia è aperta, anche nella musica ci sono io, certo, cercherei di salvarmi a tutti i costi ma questo è un altro discorso. Sì, anche negli ambienti c’è parte di me.

Si dà molta importanza alla multimedialità, che cosa rappresenta per lei (Abel Ferrara)?

–          Abel Ferrara: Si sa che questi ragazzini vivono con il mondo ai loro piedi, sempre connessi alla rete con telefonini ed altri aggeggi e quando si parla di Matrix e si mette una macchina da presa contro il muro si può entrare ovunque, all’infinito. Dovunque si vada si può essere ripresi, registrati. La macchina da presa può registrarti in qualsiasi momento e i ragazzini ci sono nati in questo millennio, sono cresciuti così.

Guardando un po’ indietro nella sua filmografia, si può definire quale un poeta maledetto ma ci sono dei margini di speranza?

–          Abel Ferrara: No no, non mi sento un poeta maledetto. Questi film parlano di persone, che si tratti della fine del mondo o di vampiri, qualsiasi sia il genere cinematografico, parlano di individui, della loro vita di tutti i giorni che sia incubo o sogno, ma sempre di individui, in queste situazioni trovano se stessi e gli altri, questa è la speranza.

Per Defoe, trova di essere un alter ego di Ferrara in questo film?

–          Willem Defoe: Quando mi ha proposto questo film, c’era Abel dappertutto, in tutte le virgole, era l’impulso ed era una sceneggiatura molto personale, sappiamo che è il regista ma ha chiesto a me di raccontare la storia come attore, io sono esattamente un uomo inserito nel mondo che lui guarda mentre lo costruisce.

In fondo sappiamo che tutti siamo destinati a morire ma abbiamo capito che il dolore della morte è per chi rimane e soffre il lutto ma se non lasci niente in fondo pazienza, non è così?

–          Abel Ferrara: Quello che dicevo precedentemente. Qui abbiamo un personaggio, non gli ho detto recita te stesso, lui entra in quel personaggio. Noi abbiamo dato tutto quello che dovevamo a questo personaggio, non ci si può ritrarre in maniera non obbiettiva però bisogna arrivare a dire tutto e non solo io regista, ma tutti. Anche nel personaggio femminile ci sono io, ci siamo tutti. Siamo tutti scossi assieme ed alla fine si ha un film corale che si vuole guardare.

–          Ken Kelsch (direttore della fotografia): La cosa interessante  di Abel è che è un poeta ma questo può essere sia una benedizione che una maledizione, perché si è troppo sensibili, ogni volta si parla di Abel in qualsiasi film, che ci piaccia o meno Willelm ne è l’estensione, è l’agente di Abel. La fortuna di Abel è la capacità di fare film così personali ed è uno dei pochi autori veramente autori con la A maiuscola del proprio film. Riesce a far passare se stesso nelle proprie opere.

Per il regista. Nel suo film la terra scompare per conto dell’umanità. Nell’attualità del mondo di oggi pensa possa andare così? Nel mondo reale tutti sanno che dobbiamo morire ma non si sa quando, nel film ci sarebbe stata un’angoscia maggiore o no, non sapendolo?

–          Abel Ferrara: Questo film tratta dell’uomo che distrugge la terra ma che principalmente distrugge se stesso. Si parla dell’umanità che non riesce a capire che cosa deve fare per ridurre la distruzione del suo mondo. Siamo tutti responsabili, non è un incidente o un atto di Dio, è un atto dell’uomo, ecco di cosa parla il film e tutti si devono sentire responsabili. Due anni fa pensavo a questo lungometraggio e stavo venendo a Venezia, ero sull’aereo ed ad un certo punto sono cadute le maschere per l’ossigeno per perdita di quota e mi sono chiesto, ora? Sto per morire? Non voglio saperlo in anticipo. Ma nel film l’angoscia è collettiva, è un senso di gravità comune, si cerca di arrivare ad un punto nel quale dobbiamo fare i conti con la situazione creata da noi stessi, non è che viviamo in un mondo nel quale diciamo che questo non succederà mai, anzi.

Avete già lavorato con Abel prima, quanto avete portato nella sceneggiatura, qualcosa dei vostri valori?

–          Shanyn Leigh: Abbiamo lavorato molto effettivamente, io sono buddhista, anche Willelm, esattamente come nel film. Molto di questo film veniva dalla nostra vita personale. Volevo parlare dell’angoscia, ecco, se voi siete attaccati alla vostra famiglia, al vostro computer agli oggetti, non avrete modo di scampare all’angoscia più logorante, ma se avete una credenza spirituale allora vi troverete molto meglio.

–          Willem Dafoe: Il mio approccio in fase di scrittura della sceneggiatura  era questo sentimento rispetto al fatto che questa persona fosse un tossicomane per certi aspetti, e si chiedeva “vuoi sapere e vedere da cosciente, o vuoi essere drogato nel momento in cui tutto avverà?” Anche nelle piccole scene, facendo le cose quotidiane, tutto è impregnato dalla scelta vitale che si fa nel voler essere coscienti in un momento come quello, non sempre vogliamo essere svegli, abbiamo le nostre strategia per affrontare momenti del genere. La sceneggiatura richiede risvolti filosofici e psicologici ma ricerca queste cose attraverso la quotidianità.