In occasione del centenario della nascita di Nicholas Ray, la 68esima Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica di Venezia, ospita la copia restaurata/ricostruita di We can’t go home again, film sperimentale del ’73 girato con e sugli studenti del corso universitario che il regista tenne presso l’Hampur College di Binghamton nello stato di New York. Autore di classici del cinema come Johnny Guitar del 1954 e Gioventù Bruciata del 1955, verso la fine della sua carriera, ormai in esilio volontario dal mondo Hollywoodiano accetta l’incarico del College di Binghamton di tenere un corso di cinema.

“Non posso insegnarvi come si fa un film. Fare un film è un’esperienza”.  E per Nicholas Ray l’esperienza è tutto. Raccontare la vita è il vero scopo del suo cinema. Il corso diventa il film. We can’t go home again non è soltanto il racconto dell’esperienza che ha vissuto con i suoi studenti, ma un opera riesce a cogliere il senso di una generazione, anagraficamente distante da lui ma molto affine nello spirito. In un periodo di contestazione in cui la ribellione nei confronti del passato era radicale e necessaria, Nick si dimostra il giusto interprete dei tempi. Parallelamente è presente alla Mostra anche il documentario della moglie, Susan Ray, Don’t Expect Too Much, che racconta la genesi del film stesso, aggiungendo così una dimensione ulteriore a raccontare l’esperienza del ’73. Col documentario di Suasn Ray scopriamo le difficoltà produttive che incontrò il progetto, l’impatto che ebbe sulle persone che parteciparono, ma soprattutto il cineasta. Ne emerge un ritratto di Nicholas Ray inedito, un ribelle fuori dal tempo, il capitano di una ciurma sempre pronto all’arrembaggio. Una pellicola sulla ricerca di se stessi, e della propria identità. Una ricerca fatta da Ray e dai propri studenti, insieme, in un continuo confronto generazionale. Un film con una tale aderenza alla realtà da non trovare una conclusione, rimane aperto, inevitabilmente incompleto.