Il fenomeno delle Backrooms ha finalmente compiuto il grande salto dal web al grande schermo. Nato come una delle creepypasta (storie horror nate su internet) più terrificanti e virali degli ultimi anni, questo universo di corridoi giallognoli, luci al neon ronzanti e spazi liminali infiniti aveva tutte le carte in regola per rivoluzionare il cinema horror psicologico contemporaneo.
Purtroppo, come vedremo in questa recensione (e come approfondiremo nella video recensione che trovate integrata più in basso), il film si rivela una grandissima occasione sprecata: un’operazione che punta tutto sul marketing e sulla superficie scenografica, lasciando lo spettatore intrappolato in un labirinto di domande senza alcuna risposta.
Di cosa parla Backrooms? La trama e l’incubo degli spazi liminali
La trama di Backrooms cerca di dare una struttura narrativa al concetto originale nato sul web. La storia segue un venditore di mobili che un giorno per caso attraversa una parete del suo negozio e si ritrova in una specie di dimensione alternativa. La sua vita scorre piatta, prigioniera dell’abitudine che lo ha tagliato fuori dal mondo reale e dalla società.
Si ritrova in un’estensione infinita di stanze vuote, tappeti umidi, pareti con carta da parati gialla monocromatica e il rumore bianco e incessante dei neon. Il film gioca inizialmente sull’orrore psicologico dell’isolamento e sulla costante minaccia di “entità” misteriose che popolano questo non-luogo paranormale, dove le leggi della fisica e del tempo smettono di esistere.

Regia e cast: la firma dietro il fenomeno
Dietro la macchina da presa troviamo il giovanissimo regista Kane Parsons che ha contribuito a rendere virale il brand su YouTube grazie a una serie di cortometraggi in found footage di clamoroso successo, affiancato dalla produzione di pesi massimi del cinema horror indipendente come la A24 e la Atomic Monster di James Wan.
Il cast è composto principalmente da Chiwetel Eijofor e Renate Reinsve, una scelta sulla carta azzeccata per aumentare il senso di realismo e immedesimazione, dove a spiccare dovrebbe essere l’angoscia dei personaggi.

Perché Backrooms delude: ottime premesse, regia pigra e zero risposte
Se la prima mezz’ora del film cattura perfettamente l’estetica e l’angoscia claustrofobica che hanno reso celebri le Backrooms, il progetto crolla verticalmente man mano che i minuti passano. Il problema principale risiede nella sceneggiatura e nella gestione della lore.
La confezione estetica è impeccabile. La fotografia restituisce quel senso di distorsione e inquietudine tipico degli spazi liminali, e il sound design è curato nei minimi dettagli. Ma dietro questa bellissima facciata non c’è nulla. Il regista si dimostra purtroppo pigro nel passaggio dal formato “corto web” al lungometraggio cinematografico. Non riesce a costruire una vera progressione drammatica, limitandosi a replicare loop visivi che alla lunga stancano e non fanno più paura.
Un finale inconsistente e sprecato: Il film accumula misteri, simbolismi e accenni paranormali senza mai prendersi la responsabilità di spiegare o approfondire il mondo sconosciuto che ha messo in scena. Alla fine della visione, la sensazione è che il regista abbia letteralmente “lasciato tutto il lavoro allo spettatore“, costringendolo a interpretare da solo un vuoto di sceneggiatura spacciato per criptico fascino. Il contenuto, stringi stringi, si rivela del tutto inconsistente.

In conclusione: vale la pena vedere Backrooms?
Backrooms è il classico esempio di film horror moderno che confonde l’atmosfera con la narrazione. Se siete fan sfegatati della lore originale potreste apprezzare la fedeltà visiva di alcune sequenze, ma come opera cinematografica autonoma rimane un enorme punto interrogativo. Un vero peccato, perché le premesse per un cult assoluto c’erano tutte.
