Vedendo il film Backrooms al cinema dal 27 maggio potreste chiedervi cosa sono gli spazi laminali e perché ci trasmettono inquietudine e angoscia. Esiste una sottile linea d’ombra che separa la familiarità dal terrore psicologico, un limbo visivo che nell’era digitale ha preso il nome di spazio liminale.
Che si tratti di un corridoio d’albergo deserto, di una corsia d’ospedale nel cuore della notte, di un parcheggio sotterraneo svuotato o di un centro commerciale chiuso, questi ambienti condividono la medesima, straniante atmosfera.
L’interesse globale verso questo fenomeno ha toccato il suo culmine proprio in questi giorni, in coincidenza con il debutto nelle sale cinematografiche, a partire dal 27 maggio 2026, del film Backrooms di Kane Parsons.
Gli spazi vuoti di Backrooms
Il film porta sul grande schermo l’incubo di un’immensa estensione extradimensionale di stanze vuote, trasformando una tendenza nata nei forum online in un’esperienza horror collettiva. Ma cosa si nasconde dietro questa estetica virale e perché la totale assenza di presenza umana in contesti quotidiani è in grado di generare un corto circuito emotivo così profondo?
La parola liminale affonda le sue radici nel termine latino limen, che significa letteralmente soglia. In origine, la liminalità è nata come concetto prettamente psicologico e antropologico all’inizio del XX secolo, introdotto da studiosi del calibro di Arnold van Gennep e Victor Turner per descrivere i riti di passaggio e quelle delicate fasi di transizione in cui un individuo non è più ciò che era prima e, al contempo, non è ancora ciò che diventerà.
Nel corso del tempo, questa definizione è stata adottata in ambito architettonico e sociologico per identificare tutti quei non-luoghi di transito che hanno l’unica funzione di collegare un ambiente a un altro.
Quando questi spazi vengono privati della folla che normalmente li anima e dà loro un significato, si trasformano in veri e propri limbi fuori dal tempo, caratterizzati da geometrie spoglie, arredi ripetitivi e una labirintica successione di stanze identiche.
Liminal space는 무의식이라기보다 무언가의 의도를 지닌 공간에서 그 의도가 제거됨으로서 보는 이들이 느끼는 괴리감, 소외감을 뜻함 뛰노는 아이들이 보이지 않는 놀이터라든지, 쇼핑하는 사람들이 존재하지 않는 쇼핑몰이라든지 https://t.co/9ddbeN5qMB pic.twitter.com/3dWsefwmtW
— 세계🎈 (@unrealbutmirage) February 7, 2021
Il corto circuito emotivo tra il familiare e l’Uncanny Valley
La sensazione di profonda inquietudine e malinconia che si sperimenta osservando uno spazio liminale è strettamente legata a un fenomeno psicologico simile a quello della uncanny valley, ovvero la zona perturbante. Questa teoria descrive il disagio e la repulsione che le persone provano davanti a robot umanoidi molto somiglianti all’uomo, ma non perfettamente identici.
Allo stesso modo, un ambiente liminale ci appare quasi normale, ma è proprio quel millimetrico scarto dalla realtà a innescare l’angoscia. La mente umana è abituata ad associare determinati luoghi pubblici alla vitalità e al rumore; di conseguenza, vedere una totale assenza dove la logica pretenderebbe una presenza genera uno spaesamento immediato.
La prova collettiva di questo trauma visivo è stata vissuta a livello globale durante i periodi di lockdown della recente pandemia, quando le immagini di piazze storiche e supermercati improvvisamente deserti hanno proiettato l’umanità intera dentro l’estetica alienante della liminalità.
Paradossalmente, l’inquietudine convive quasi sempre con un bizzarro mix di nostalgia e senso di sicurezza. Trattandosi di luoghi intrinsecamente riconoscibili e impressi nella memoria d’infanzia di chiunque, come una scuola vuota durante le vacanze estive, l’osservatore sperimenta una strana forma di comfort primordiale, subito interrotta dal timore dell’ignoto.
Gli spazi liminali privano l’architettura della sua funzione pratica, lasciando l’individuo da solo con la propria percezione e trasformando il vuoto circostante in uno specchio delle proprie insicurezze e delle transizioni personali che ognuno affronta nel corso della vita.

Dalle stanze gialle di 4chan al debutto al cinema di Backrooms
Nell’era digitale, l’estetica degli spazi liminali ha smesso di essere una nicchia accademica per trasformarsi in un fenomeno di massa nei primi anni 2020.
Tutto è iniziato da una creepypasta, una leggenda metropolitana horror pubblicata da un autore anonimo sulla piattaforma 4chan, accompagnata dalla foto di una stanza spoglia con moquette e carta da parati giallognola. Quell’immagine, che in seguito si scoprirà essere stata scattata in un vero punto vendita della catena HobbyTown nel Wisconsin, ha dato ufficialmente vita al mito delle backrooms.
Secondo la narrazione del web, in queste stanze infinite si accede uscendo accidentalmente dalla realtà attraverso il meccanismo del noclip, un termine mutuato dal gergo dei videogiochi che indica l’azione di attraversare le pareti solide e i confini della mappa di gioco per ritrovarsi in una dimensione parallela e infinita.
Questo immaginario claustrofobico e ipnotico, alimentato da milioni di visualizzazioni sui social network, trova ora la sua consacrazione definitiva sul grande schermo con l’uscita nelle sale del film Backrooms. La pellicola sfrutta magistralmente il terrore psicologico generato dagli ambienti ripetitivi, dai neon ronzanti e dall’ansia costante che dietro l’ennesimo angolo identico possa nascondersi qualcosa.
Il successo di questa operazione cinematografica dimostra come il concetto di spazio liminale continui a essere uno degli strumenti più potenti della cultura contemporanea per esplorare le paure più recondite dell’uomo moderno, intrappolato tra l’esigenza di connessione e il terrore dell’isolamento.
