Top 5 della settimana

Articoli Correlati

Paul Bettany a Roma parla di intelligenza artificiale: «L’arte non è efficiente»

Alla Festa del Cinema di Roma, il protagonista di VisionQuest racconta il significato umano della nuova serie Marvel: dall'intelligenza artificiale al rapporto padre-figlio, fino ai ricordi di WandaVision e a un curioso aneddoto sull'Italia.

«La democrazia non è efficiente, i bambini non sono efficienti e neppure l’arte lo è. Ma è proprio questo che rende straordinari gli esseri umani». NewsCinema.it ha seguito la conferenza stampa alla Festa del Cinema di Roma 2026 e questa è una riflessione che va ben oltre i confini dell’universo cinematografico Marve, proposta da Paul Bettany. Al suo fianco il giovane Ruaridh Mollica, attore nato in Italia e cresciuto in Scozia, che entra nel Marvel Cinematic Universe interpretando il figlio di Visione.

La serie, che conclude la trilogia televisiva iniziata con WandaVision e proseguita con Agatha All Along, riporta al centro della narrazione il personaggio interpretato da Bettany, un essere artificiale che, nel tentativo di comprendere la propria natura, finisce inevitabilmente per interrogarsi su ciò che significa essere umani. Un percorso che assume una risonanza particolare in un momento storico in cui l’intelligenza artificiale è diventata parte integrante della quotidianità.

«Quando abbiamo realizzato la serie, circa un anno e mezzo fa, non pensavamo direttamente a questo tema, se non in maniera marginale», ha spiegato Bettany, sottolineando come la rapidità dell’evoluzione tecnologica abbia spinto gli autori a evitare riferimenti troppo legati al presente. «La Marvel ha sempre affrontato queste questioni, fin dall’introduzione di Ultron e Visione. Ultron rappresenta una versione oscura dell’intelligenza artificiale, che vuole sottomettere l’umanità perché è disturbata dall’inefficienza degli esseri umani. Visione, invece, rappresenta una possibilità diversa: è proprio quell’inefficienza ad affascinarlo».

Da qui la riflessione dell’attore sul valore di tutto ciò che sfugge alle logiche della produttività e dell’ottimizzazione: «La democrazia non è efficiente. I bambini non sono efficienti, perché impiegano molti anni prima di diventare utili. E anche l’arte è inefficiente. Ma Visione considera queste caratteristiche ciò che rende gli esseri umani straordinari». Una contrapposizione che restituisce al personaggio una dimensione profondamente umanistica, pur senza trasformare la serie, precisa Bettany, in una dissertazione sul futuro dei rapporti tra l’uomo e la tecnologia.

VisionQuest, Paul Bettany racconta l’identità e il bisogno di sentirsi accettati

Al centro di VisionQuest c’è soprattutto una riflessione sull’identità, sulla memoria e sulla possibilità di accettare il proprio passato. «Per me questa serie parla, in senso molto ampio, dell’accettazione di ciò che siamo e di quello che ci è successo», ha raccontato l’attore. «È la storia di un uomo che deve accettare ciò che gli è accaduto e chi è diventato. O forse dovrei dire di un robot».

Un tema che Bettany collega direttamente al rapporto instaurato negli anni tra Visione e il suo pubblico. «Mi sono reso conto che molte delle persone che si avvicinavano a me per parlare di WandaVision erano come il ragazzino che ero io a scuola: un ragazzo bullizzato, che si sentiva un outsider e temeva che nel mondo degli adulti non ci sarebbe stato posto per lui». Un incontro con gli spettatori che ha modificato la percezione dell’attore nei confronti del proprio personaggio e, più in generale, del cinema dei supereroi.

«Credo che sia fin troppo facile guardare dall’alto in basso i film sui supereroi», ha osservato. «Quando ti rendi conto di parlare a una comunità così vasta, capisci quanto sia importante che quelle persone si sentano viste». Per Bettany, Visione ha dunque stabilito una sorta di patto con il proprio pubblico, soprattutto con i più giovani: «Sono persone che attraversano un momento di cambiamento, che devono affrontare delle scelte. Per questo anche Visione deve trovarsi continuamente in una condizione di trasformazione».

L’attore ha ricordato anche l’esperienza di WandaVision, che considera uno dei momenti più significativi della propria carriera. Contrariamente all’immagine di una macchina produttiva impersonale, Bettany ha descritto il lavoro con Marvel come un processo sorprendentemente collaborativo. «In vent’anni la mia esperienza è stata quella di lavorare con un gruppo ristretto di persone, con cui discutere davvero dei progetti. WandaVision è stata un’esperienza incredibilmente creativa».

Inizialmente, ha raccontato, il gruppo di lavoro immaginava che la serie sarebbe stata un prodotto destinato soprattutto agli appassionati più fedeli dell’universo Marvel. «Pensavamo di realizzare qualcosa di piccolo, quasi di nicchia, per i nerd, per quelli un po’ strani come noi. Non sentivamo alcuna pressione. Quando abbiamo scoperto che sarebbe stata la serie di lancio di Disney+, siamo rimasti terrorizzati». Una libertà creativa che, secondo l’attore, ha contribuito alla particolare identità del progetto.

Paul Bettany in VisionQuest

- Advertisement -

Leggi ANCHE

Paul Bettany e Ruaridh Mollica: il rapporto padre-figlio in VisionQuest

Se WandaVision aveva trovato il proprio centro emotivo nella storia d’amore tra Visione e Wanda, interpretata da Elizabeth Olsen, VisionQuest esplora invece un’altra forma di legame affettivo: quello tra un padre e un figlio. Una relazione che, per Paul Bettany, ha trovato una chiave interpretativa nella sua stessa esperienza familiare.

«Mi sono chiesto quale potesse essere l’equivalente umano di un robot a cui viene detto di avere un figlio umano, qualcosa che apparentemente è impossibile», ha spiegato. «Poi ho pensato alla mia vita. Ho un figlio di 28 anni che non è biologicamente mio, ma che è con me da quando ne aveva quattro. Lo considero mio figlio esattamente come considero tali i miei figli biologici». Un’esperienza personale che gli ha permesso di trovare la verità emotiva del personaggio, senza soffermarsi eccessivamente sulla sua natura artificiale.

Un approccio condiviso anche con Ruaridh Mollica, che ha raccontato il proprio ingresso nell’universo Marvel come un’esperienza inizialmente quasi incredibile. «Il primo provino è stato un video che ho registrato da solo. Non avrei mai immaginato di ottenere il ruolo e di ritrovarmi qui pochi mesi dopo». Come spesso accade nelle produzioni Marvel, anche il processo di selezione è stato circondato dal massimo riserbo: «Non ti dicono praticamente nulla. Ti comunicano soltanto che si tratta di una serie Marvel senza titolo, ti danno un personaggio con un nome fittizio e alcune scene scritte appositamente».

Tra queste, ha ricordato Mollica, figurava proprio una discussione tra un padre e un figlio all’interno di un’automobile. Dopo diversi provini, il giovane attore ha sostenuto uno screen test a New York, dove ha incontrato Bettany. «Appena l’ho visto, ho pensato che volevo davvero che fosse mio padre e che io fossi suo figlio. È stato tutto molto naturale».

Il rapporto tra i due si è sviluppato parallelamente a quello dei personaggi, anche grazie alla scelta di girare le scene in ordine cronologico. «Ero nervoso, entusiasta, avevo tantissime domande e soffrivo della sindrome dell’impostore. Paul era sempre lì a rispondermi, proprio come farebbe un padre. Il fatto che abbiamo girato per prime le scene iniziali della serie ha permesso al nostro rapporto di crescere insieme alla storia».

Bettany ha ricambiato l’affetto del collega, descrivendolo come un giovane attore «affascinante, pieno di gioia di vivere», capace di conquistare l’intero set. Non è mancata qualche battuta sulla sua fotogenia, che l’attore britannico ha definito, scherzosamente, quasi irritante.

Proprio Bettany, ha aggiunto Mollica, gli ha insegnato a non lasciarsi intimidire dalle dimensioni della produzione e dagli elementi fantascientifici. «Mi ha detto di non pensare ai laser, alla fantascienza o al fatto che lui fosse un robot. Dovevo concentrarmi sulle emozioni, sulla verità e sulla profondità dei personaggi». Un insegnamento fondamentale per affrontare una produzione nella quale, ha ricordato, interi ambienti vengono costruiti da zero attraverso il lavoro di centinaia di professionisti.

Paul Bettany parla italiano in VisionQuest: l’aneddoto su Jennifer Connelly

Durante la conferenza non sono mancati momenti più leggeri, soprattutto quando è stato chiesto ai due attori di raccontare una scena della serie nella quale entrambi parlano italiano. Bettany ha approfittato della domanda per ricordare il legame della moglie Jennifer Connelly con il nostro Paese. «Mia moglie parla fluentemente italiano perché ha girato due film qui quando era molto giovane», ha spiegato, facendo riferimento a Phenomena di Dario Argento e C’era una volta in America di Sergio Leone.

«Veniamo spesso in Italia e sono davvero convinto che, se Dio esiste, abbia impiegato cinque giorni per creare l’Italia e poi abbia fatto tutto il resto di corsa», ha scherzato l’attore. Quanto alle sue battute in italiano, Bettany ha raccontato che inizialmente era previsto un doppiaggio con una voce particolarmente profonda, ma alla fine è stata mantenuta la sua interpretazione originale.

Tra riflessioni filosofiche, ricordi personali e aneddoti dal set, la presentazione romana di VisionQuest ha restituito soprattutto l’immagine di una serie che cerca la propria dimensione più autentica non tanto nello spettacolo fantascientifico, quanto nelle contraddizioni dell’esperienza umana. In un universo popolato da esseri artificiali, superpoteri e tecnologie straordinarie, la domanda fondamentale sembra essere ancora una volta la più semplice e la più difficile: che cosa ci rende davvero umani?

- Advertisement -

Leggi ANCHE

Una domanda alla quale il Visione di Paul Bettany sembra rispondere rivendicando proprio ciò che le macchine potrebbero considerare un difetto: la nostra irriducibile, meravigliosa inefficienza.

Paul Bettany e Jennifer Connelly
Paul Bettany e Jennifer Connelly (Foto: Wikimedia Commons/Paul Sherwood from Welland & Toronto, Canada) – Newscinema.it

VisionQuest, quando vedere la serie Marvel su Disney+

VisionQuest è disponibile su Disney+ dal 14 ottobre 2026 e conclude la trilogia televisiva dedicata ai personaggi di WandaVision. La serie riporta Paul Bettany nei panni di Visione e introduce un nuovo capitolo della sua ricerca di identità, tra ricordi, intelligenze artificiali e legami familiari.

La presentazione alla Festa del Cinema di Roma ha mostrato soprattutto la volontà di raccontare qualcosa che va oltre il tradizionale spettacolo dei supereroi. In un universo popolato da macchine e tecnologie straordinarie, VisionQuest torna infatti a interrogarsi su una domanda semplice soltanto in apparenza: che cosa ci rende davvero umani?

Per Paul Bettany, una possibile risposta si nasconde proprio in ciò che non riusciamo a rendere perfetto: la nostra imprevedibile, e forse indispensabile, inefficienza.

Davide Sette
Giornalista cinematografico. Fondatore del blog Stranger Than Cinema e conduttore di “HOBO - A wandering podcast about cinema”.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Articoli popolari