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Berlinale 2017, un cinema che rappresenta il mondo in cui viviamo

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Un sole timido, il termometro che segnava -4 °C e un odore di ciambelle fritte all’uscita della metro Postdamer Platz ci hanno accolto in una Berlino pronta per la 67° edizione del festival del cinema, che si preannuncia ricca di anteprime ed ospiti internazionali.

Il cinema può essere uno strumento per cambiare le cose e, in questo periodo c’è bisogno di ascoltare più voci diverse” ha detto Paul Verhoeven, il regista olandese del recente successo Elle, che quest’anno è il Presidente della Giuria Internazionale composta da Maggie Gyllenhaal, Diego Luna, Julia Jentsch, Wang Quan’an, Dora Bouchoucha Fourati e Olafur Eliasson. Questi professionisti della settima arte hanno aperto la prima giornata della Berlinale 2017 con una conferenza stampa utile a stabilire i criteri di selezione e giudizio dei film in concorso, e non solo. “Mi aspetto film diversi, ricchi di argomenti come la diversità, film arrabbiati ed entusiasti” ha sottolineato Verhoeven, mentre Diego Luna ha aggiunto: “Sono anche io parte del pubblico e, in quanto tale, voglio un cinema che rappresenti il mondo in cui vivo. Vorrei comprare un biglietto per un film che trasmette un messaggio e mi lascia qualcosa. Per me il cinema deve essere questo“.

Spero di vedere film che esplorano nuovi territori e le esperienze umane. Il cinema, secondo me, dovrebbe essere la combinazione di umanità, tecnologia ed innovazione” ha detto Maggie Gyllenhaal, sorella di Jake Gyllenhaal che ha fatto parte anche lui della giuria della Berlinale nel 2012. “Ho chiesto a Jake come è stato far parte di questa giuria e lui mi ha detto che è un’esperienza bellissima perchè puoi vedere film provenienti da tutte le parti del mondo. Sono felicissima di essere qui” ha aggiunto.

Il programma della Berlinale 2017 si apre con il film francese Django sulla vita del musicista gipsy durante la Seconda Guerra Mondiale, e prevede una serie di anteprime come The Dinner, l’atteso Logan, che ritrova per l’ultima volta Hugh Jackman nei panni del mutante Wolverine, T2 Trainspotting di Danny Boyle, Call me by Your Name di Luca Guadagnino, The Queen of Spain con Penelope Cruz, il blockbuster The Lost City of Z, ma anche cinema d’autore, documentari e una retrospettiva che offre l’opportunità di gustare nuovamente sul grande schermo capolavori del passato come La Notte dei Morti Viventi di George Romero e Terminator 2 in 3D.

A pochi mesi dalla strage del mercatino di Natale che ha ferito profondamente la città di Berlino, il cinema prova a risollevare gli animi in nome dell’arte e della cultura, che spesso riescono ad esorcizzare il dolore e la paura, troppe volte protagoniste del mondo contemporaneo. E, in risposta alla recente politica di chiusura di Donald Trump, un festival del cinema diventa anche un mezzo per riunire le diverse culture in un’unica grande festa, che parte dal grande schermo per entrare poi nei cuori del pubblico e per le strade della città che lo ospita.

L’unica cosa positiva della questione del muro è che c’è stata una forte reazione, un messaggio d’amore, poiché la violenza non ha senso ed è inutile. Ci sono tante storie d’amore intorno a quel muro e, io stesso, le ho vissute” ha sottolineato Diego Luna in conferenza stampa quando un giornalista gli ha chiesto una riflessione sull’opera di Trump in Messico. Tornando alle parole iniziali di Verhoeven quindi, speriamo che il cinema possa cambiare le cose veramente, una volta per tutte.

 

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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Berlinale 2017: tutte le foto e un bilancio del festival

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La 67° edizione del Festival di Berlino è terminata lo scorso 19 Febbraio 2017 e NewsCinema ha seguito l’evento per il terzo anno, con passione e divertimento. Qui potete trovare tutti i nostri articoli sulla Berlinale 2017 che, tra alti e bassi, ci ha regalato comunque una nuova avventura tra cinema e celebrità.

Di seguito potete sfogliare la gallery con le foto più belle della kermesse, realizzate dal nostro redattore Carlo Andriani.

Alcuni film ci hanno sorpreso, altri emozionato, ma non sono mancate anche delle piccole e grandi delusioni, o i famosi “colpi di sonno”. Nel seguente video tiriamo le somme di questa 67° edizione, ricordando i film che abbiamo amato e odiato in terra tedesca. Buona visione!

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Berlinale 2017: El Bar, una dark comedy claustrofobica

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Quando un autore ha uno stile cinematografico unico e riconoscibile, è un genio della settima arte. Un attributo che non descrive solo Tim Burton o Wes Anderson ma anche grandi registi della scena europea. Dopo il successo di pubblico e critica di La comunidad, Crimen perfecto e Le streghe sono tornate, Alex de la Iglesia firma El Bar. Un’opera che, dal folle prologo al bizzarro epilogo, trasuda la grottesca ironia dell’autore spagnolo.

Ispirato da Distretto 13 – Le brigate della morte di John Carpenter, El bar racconta la storia di un gruppo di persone che, in una giornata come tante, affronta una situazione ai limiti della realtà. Quando un cliente viene freddato da un cecchino nel mezzo di Madrid, cinque sconosciuti si rinchiudono in un bar. E se il pericolo venisse dall’interno del locale?

I bizzarri protagonisti di El Bar di Alex De La Iglesia

Perfectos Desconocidos

Giocando con il remake di Perfetti sconosciuti di Alex de la Iglesia in uscita nelle sale spagnole nel 2017, introduciamo questa pellicola dai toni dark. Sin dal piano sequenza iniziale che rivela i personaggi della storia, El Bar racconta la tragicomica disavventura di cinque sconosciuti diversi tra di loro. Dal senzatetto ubriaco alla sensuale Elena e il nerd Nacho, i personaggi di El Bar condividono solo il desiderio di sopravvivenza. Uno spaccato che, mostrando come in una situazione di pericolo ognuno pensi a sé, rivela le meschinità dell’animo umano.

Gli antieroi di El Bar sono tutti sospettati e nessuno è disposto a sacrificarsi per la salvezza altrui. Un messaggio che, tra citazioni bibliche e il sapore teatrale, regala un Carnage unico e irresistibile.

Alex De La Iglesia contrappone le meschinità della natura umana alle oscure fondamenta di un bar

Un thriller grottesco

Violento, divertente, folle e grottesco, El Bar gioca con lo spettatore dal primo all’ultimo minuto. Sospeso tra l’horror, il thriller e la dark comedy, Alex De La Iglesia sviluppa un’opera a più strati che emerge attraverso le perversioni dei personaggi. Il contesto è solo accennato. Nella Madrid dei giorni d’oggi dei cordiali individui diventano bestie pronte a divorarsi per sopravvivere a un contagio di cui non conoscono le conseguenze.

Che cosa sareste disposti a fare per vivere? E soprattutto, vi sacrifichereste per qualcuno che conoscete appena? Con intelligenza e ironia, Alex De La Iglesia interroga il pubblico senza premere l’acceleratore sulla questione morale (che resta sullo sfondo). Lo humour resta il punto di forza di un instant classic che, tra guizzi gore, personaggi folli e situazioni ai confini della realtà, diverte il pubblico trasportandolo in un microcosmo di rara originalità.

Caratterizzato dal respiro claustrofobico di In linea con l’assassino e Distretto 13 (chiunque esca dal bar viene ucciso con un colpo in testa), El Bar analizza la natura umana, apparentemente perfetta ma oscura come le fondamenta di un bar di cui conosciamo solo la superficie. Un trionfo di kitsch, tensione e ironia che, consacrando Alex De La Iglesia tra i più promettenti autori del cinema europeo, ci regala una dark comedy di cui sentivamo la mancanza.

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Berlinale 2017: Chiamami col tuo nome, un amore tenero e difficile

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Tra i film più intensi ed emozionanti della sessantasettesima edizione del Festival di Berlino c’è Chiamami col tuo nome, il dramma di Luca Guadagnino tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman. Interpretato da Armie Hammer e Timothée Chalamet, Chiamami col tuo nome racconta la torrida estate del 1988 di Elio (Timothée Chalamet), un diciassettenne che trascorre le vacanze nella villa di famiglia. Come ogni anno arriva nella sua tenuta uno studente straniero per lavorare alla tesi di dottorato con il padre, un noto professore universitario.

Affascinante, dispotico e arrogante, Oliver (Armie Hammer) conquista Elio tra lunghe passeggiate e discussioni letterarie. Riuscirà il giovane ragazzo a reprimere il suo folle desiderio o si lascerà travolgere dall’amore impossibile per Oliver?

Armie Hammer e Timothée Chalamet interpretano Elio e Oliver in Chiamami col tuo nome

Una chimica intensa e toccante

Era dai tempi de I Segreti di Brokeback Mountain che non vedevamo un amore omosessuale così intenso e delicato. Timothée Chalamet, il giovane interprete di Interstellar e Natale all’improvviso, traspone sullo schermo la cultura, l’innocenza e la fragilità di Elio, un diciassettenne in costante lotta contro le sue pulsioni e desideri, inaccettabili per la società di fine anni Ottanta. Innamorato di Oliver sin dal primo momento, Elio nega a se stesso la sua vera natura sotto lo sguardo consapevole della famiglia.

Meno efficace sul versante emotivo ma altrettanto in parte Armie Hammer che, dopo Mine, torna a lavorare con un regista italiano in una delle opere più complesse del cinema tricolore. Sospesi nella atemporale riviera ligure, Elio e Oliver sono gli Ennis Del Mar e Jack Twist del 2017, due letterati impossibilitati dalla società a chiamarsi con il loro nome.

Il complicato amore tra Elio e Oliver nella riviera ligure del 1988

Un adattamento perfetto

Ci sono libri nati per il grande schermo e romanzi difficili da adattare su pellicola. Chiamami col tuo nome di André Aciman rientra sicuramente nella seconda categoria. Senza le dovute attenzioni, l’amore omosessuale tra Elio e Oliver poteva scadere nel ridicolo e la scrittura (in prima persona) di Anciman in un voice over dalle conseguenze devastanti.

Supportato da un co-sceneggiatore del calibro di James Ivory, Luca Guadagnino scrive una sceneggiatura equilibrata, lontana dagli eccessi di A Bigger Splash ma ricca di emozioni e delicatezze. L’attenzione alla natura, descritta da Anciman come pacifica e semplice, torna prepotente in un lungometraggio che, dalla prima all’ultima inquadratura, è perfetto.

Dalla caratterizzazione dei personaggi alla lenta nascita del loro amore, Chiamami col tuo nome trascende in immagini le parole di Anciman lasciandone intatto il valore. Chi ha amato il romanzo originale ritroverà le sensazioni di dolcezza, malinconia e sensualità vissute durante la lettura. Un raro caso in cui il film non batte il libro ma neanche ne esce sconfitto. La battaglia, se vogliamo chiamarla tale, non esiste perché da questo adattamento così tenero e difficile escono tutti vincitori. Il bravo Armie Hammer, il sorprendente Timothée Chalamet e l’impeccabile Guadagnino che, alla sua quinta regia, trova il giusto equilibrio per sorprendere come solo i grandi autori sanno fare.

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