È ufficialmente iniziata la sessantasettesima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino. Archiviato Ave, Cesare!, il kolossal dei fratelli Coen presentato l’anno scorso, la celebre kermesse ha aperto con il dramma francese Django. Scritto e diretto da Etienne Comar e interpretato da Reda Kateb e Cécile De France, Django racconta la drammatica storia di Django Reinhardt (Reda Kateb) il chitarrista gipsy che lottò nel 1943 contro l’occupazione tedesca di Parigi. Perseguitato per l’origine zingara, Django rifiutò il tour di propaganda nazista e sollevò le ire del Fuhrer contro la sua famiglia.

Django domina le folle con il suo straordinario estro artistico

Il mio nome è Django!

Chi si aspetta qualsiasi riferimento al western di Sergio Corbucci (che chiamò Django il personaggio del suo film come omaggio al musicista gipsy) o al libero rifacimento di Quentin Tarantino, sbaglia! Django condivide con le opere citate solo il nome del protagonista, Django Reinhardt, il chitarrista jazz nato da una famiglia di etnia sinti. Un personaggio poco noto nell’entertainment contemporaneo scelto da Comar come protagonista del suo complesso debutto dietro la macchina da presa.

Interpretato brillantemente da Reda Kateb, l’attore che abbiamo ammirato in Zero Dark Thirty, Il profetaTutto sua madre Le monde nous appartient, Django è una pellicola in cui la musica costituisce l’unica forma di evasione dalla tragica realtà. “Non posso suonare per i tedeschi”, afferma Reinhardt trovando il coraggio di trasgredire alle folli regole di Hitler. In un ruolo minore ma efficace brilla Cecile De France, la star de Il viaggio di Fanny e The Young Pope che interpreta la misteriosa Louise de Klerk.

Reda Kateb e Cécile De France interpretano Django e Louise de Klerk

Un dramma complesso ed estenuante

Sin dal prologo, accompagnato dalla malinconica melodia di un cieco e interrotto da un brutale e conciso sparo, capiamo la direzione di Django. Un dramma complesso ed estenuante scandito da un’enfatica messa in scena del dolore. Sospeso tra le atmosfere lussureggianti della Parigi degli anni Venti, animata dall’esplosione cinematografico-musicale, e il tragico destino dei zingari durante il regime fascista, Django è un’opera difficile da definire.

Comar, seguendo le linee del biopic classico, racconta la fase più complessa della vita del jazzista gipsy (noto nella società francese per performance musicali in cui era impossibile non perdersi) risvegliando faticosamente le emozioni del pubblico. Gelido come la neve in cui Reinhardt si nasconde dai soldati tedeschi, Django pecca sulla parte emotiva, eccessivamente fragile per un’opera che affronta la persecuzione nazista della musica gipsy durante la Seconda Guerra Mondiale.

Nonostante l’importanza storica di una realtà che non smette di essere attuale, Django è una pellicola lontana dalle logiche cinematografiche moderne. Introdotta dalle musiche swing dei night club parigini e conclusa dal tragico requiem composto da Reinhardt in onore dei zingari perseguitati da Hitler, Django non utilizza la giusta chiave di lettura per portare in scena la vita di uno dei più coraggiosi musicisti della storia.

Django è tra i diciotto film in concorso per L’Orso d’oro alla sessantasettesima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino.