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Cinema

Cinema coreano | 5 cult da recuperare dopo aver visto Parasite

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Il clamoroso, tanto meritato quanto inaspettato – almeno per ciò che concerne la statuetta più importante – trionfo di Parasite agli Oscar ha acceso l’attenzione del grande pubblico sul cinema coreano, da sempre confinato ad una, comunque folta, schiera di appassionati dei film provenienti dall’estremo Oriente.

Ma dalla Corea del Sud è dall’inizio del nuovo millennio che arrivano opere importanti, veri e propri capolavori diventati di culto e alcuni dei quali distribuiti anche nelle sale nostrane ottenendo il rango di moderni cult. In questo periodo dove stare a casa è una regola che tutti dobbiamo seguire, vi proponiamo una lista di titoli da recuperare per allietare le vostre giornate di reclusione, nella speranza di aprirvi le porte ad un universo capace di regalare grandi emozioni.

Old Boy (2003)

old boy

Old Boy

Il secondo capitolo della trilogia della vendetta firmata da Park Chan-wook, una saga tematica legata esclusivamente dal tema della vendetta ma di cui ogni episodio è fruibile singolarmente, è uno dei revenge-movie più intensi e incisivi dello scorso decennio, tale da attirare il plauso incondizionato di Quentin Tarantino. La situazione che vede protagonista Oh Dae-su, imprigionato per quindici anni in una stanza senza sapere il motivo della sua detenzione, e la successiva ricerca da parte dell’uomo dei responsabili di tale crudeltà è al centro di un film enigma che si svela minuto dopo minuto, con una serie di rivelazioni e colpi di scena crudi e crudeli ma dall’indubbio fascino. Una regia dinamica e originale, con un piano sequenza stilisticamente impareggiabile nel quale il protagonista affronta in un corridoio, armato di martello, decine di avversari, è entrato nella storia del cinema tutto e la magistrale performance di Choi Min-sik è di quelle che lasciano il segno.

The Host (2006)

the host

The host

Quattordici anni prima dell’Oscar, Bong Joon-ho utilizza il monster-movie per tracciare una commedia/drammatica sui legami familiari e un thriller distopico sui pericoli delle derive autoritarie che uno stato può prendere in situazioni di emergenza nazionale: il mostro reale è così una sorta di metaforico specchio di uno Stato che toglie le più comuni libertà ai propri cittadini e dove il contiguo diffondersi di una presunta epidemia peggiora ulteriormente le cose.

Al pari del successivo connazionale The flu – Il contagio (2013), le svolte narrative risultano lucide nello sguardo profetico con cui hanno involontariamente fotografato il nostro immediato contemporaneo, ma qui l’atmosfera più amara si mescola a sani istinti di genere e ad uno spettacolo a tema delle grandi occasioni, condito con ottimi effetti speciali. Quando la giovane Hyun-seo viene rapita dalla creatura, la sua famiglia (padre, zio e zia e nonno) cerca in tutti i modi di salvarla dovendosi scontrare con insidie molto più umane e terrene, iniziando una partita sacrificale dopo la quale niente sarà più come prima sia per i diretti protagonisti che per la società intera.

Leggi anche: Memorie di un assassino | la recensione del film di Bong Joon-ho

Il buono, il matto, il cattivo (2008)

il buono il matto il cattivo

Il buono, il matto, il cattivo

Quando si pensa al cinema western, difficilmente ci si rivolge a Oriente. E invece uno dei titoli del filone più incisivi e abbaglianti del nuovo millennio proviene proprio dalla Corea del Sud, per la regia di quel Kim Ji-woon che da sempre ha dimostrato di sapersi adattare ad ogni genere, dall’horror di Two Sisters (2003) al revenge-movie di Bittersweet Life (2005).

Il regista tenta una rivisitazione che coniuga elementi sia del filone spaghetti che del classico cinema di frontiera USA, con il classico di Leone citato già nel titolo quale maggior fonte di ispirazione, duello finale a tre incluso. Violenza e divertimento prendono forma in uno spettacolo roboante, con sequenze d’azione d’eccellente qualità e varietà e un inseguimento a cavallo nel torrido deserto che ha pochi eguali, con immagini e musica (la scelta di Don’t Let Me Be Misunderstood come accompagnamento è gasante a livelli inimmaginabili) che regalano una delle scene a tema più belle di sempre. E il cast che vede nei ruoli principali le star nazionali Jung Woo-sung, Song Kang-ho e Lee Byung-hun è assolutamente perfetto per coniugare fascino e comicità in un messa in scena così larger than life.

Train to Busan (2016)

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Train to Busan

Reinventare un filone spezzo inflazionato da produzioni mediocri con un titolo ambizioso, un blockbuster realizzato sulla scia dell’hollywoodiano World War Z (2013) ma ricco di una maggior carica melodrammatica e di soluzioni originali. Spettacolo ed emozioni convivono in egual misura in questo zombie-movie made in Corea, nel quale un’epidemia che trasforma gli infetti in morti viventi affamati di carne umana colpisce in prima istanza un treno diretto, come suggerisce il titolo, a Busan.

Sul mezzo viaggia anche un padre con la figlia piccola e proprio loro due saranno i principali protagonisti di un cast corale, popolato da personaggi ottimamente caratterizzati alle prese con risvolti sempre più dolorosi e inquietanti che metteranno a nudo i lati più oscuri dell’essere umano. L’enorme numero di comparse, con scene di massa di inusitata potenza visiva, una tensione costante che sfrutta al meglio l’ambientazione – così come fatto solo tre anni prima da Bong in Snowpiercer (2013), e una componente splatter a prova di grande pubblico rendono le due ore di visione un viaggio trascinante, con un sequel di prossima uscita (Peninsula), un prequel d’animazioe (Seoul Station) e un remake hollywoodiano in cantiere a confermare l’impatto e il successo del film.

Burning (2018)

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Burning

Lee Chang-dong ha firmato in carriera opere memorabili del calibro di Secret Sunshine (2007) e Poetry (2010), ma in quest’adattamento di un racconto dello scrittore giapponese Haruki Murakami (seguitissimo anche in Italia) trova un’inedita chiave di lettura per portare magnificamente le pagine dell’autore nipponico. Burning espande quanto narrato nell’opera originaria e si instrada sul percorso di un torbido thriller drammatico dove nulla è come sembra, permeato da un’ambiguità di fondo che trova il suo crudo apice nell’epilogo che non ti aspetti, perfetta quanto diabolica chiusura di un cerchio amarissimo.

Il menage a trois al centro della vicenda, con la bella Shin Hae-mi “contesa” da due ragazzi assai diversi per carattere ed estrazione sociale, si apre così a sfumature intrinseche sulla deriva di un Paese e della propria gioventù. Un anno prima di Parasite, il film è stato candidato agli Oscar come miglior film straniero ed è entrato nella shortlist ma non nella cinquina finale.

Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto coi classici hollywoodiani e indagato, con il trascorrere degli anni, nella realtà cinematografiche più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte senza limiti di luogo o di tempo, sono attivo nel settore della critica di settore da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito di quella musicale.

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Cinema

Run | il thriller con Sarah Paulson trova il ritmo giusto

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Run segna il ritorno dietro la macchina da presa di Aneesh Chaganty, che già nel 2018 aveva stupito tutti grazie al successo del piccolissimo Searching, lungometraggio d’esordio capace di incassare oltre 75 milioni a fronte di un costo di produzione inferiore al milione di dollari. Ancora una volta al fianco di Chaganty nello scrivere la sceneggiatura c’è Sev Ohanian, che co-firmava con lui il precedente film.

Stavolta Chaganty preme il pulsante sull’acceleratore e abbandona fin da subito le velleità di complicare la trama con enigmi e meccanismi da spiegare allo spettatore, riducendo all’osso il film e limitandosi all’essenziale.  

Run | il lato morboso di Sarah Paulson

Diane (Sarah Paulson) è una madre dedita ad accudire la figlia Chloe (Kiera Allen), una adolescente disabile. Il comportamento morboso, inquietante ed invadente della donna induce però Chloe a porsi degli interrogativi che la portano a mettere in discussione il suo rapporto con la madre. La loro relazione si trasforma sempre più in una prigione, svelando tetri segreti.

Il passaggio verso l’emancipazione individuale della giovane Chloe è l’inizio di un incubo hitchcockiano, dove l’unica persona che dovrebbe proteggerla e amarla si rivela invece un’aguzzina folle, capace delle peggiori crudeltà pur di tenerla assoggettata al proprio cuore malato. La povera Chloe, ridotta su una sedia a rotelle, costretta a fare colazione con i farmaci e condannata ad una vita di infermità apparentemente senza uscita, ha un solo lieto fine possibile nel quale sperare: che quella sua vita così limitata sia in realtà tutta un’illusione da cui si possa ancora fuggire. Il film vero comincia dopo una decina di minuti, quando l’unico colpo di scena (si fa per dire) è smaltito e può iniziare la corsa a cui allude il titolo.

Il piede sull’acceleratore

Costruito come un thriller, Run – che pone ovviamente l’enfasi sull’azione, quella di scappare, che è negata alla protagonista – è un prodotto di maniera, di cui si intuiscono presto gli sviluppi e i retroscena e che fallisce nel tentativo di rappresentare il terrore di chi si trova nella condizione di dover dipendere in tutto e per tutto da una persona di cui ci si fida ciecamente e di cui invece si scopre presto la completa insincerità. In un’ora e mezzo scarsa di durata, pochissimo tempo viene utilizzato per approfondire la vicenda di cui racconta il film e per esplorare le motivazioni che possono spingere una madre a fare ciò che fa Sarah Paulson nei confronti della figlia.

La scelta dell’attrice di American Horror Story nel ruolo della aguzzina non permette ad una interprete che già altrove aveva espresso con efficacia tutte le sfumature del terrore, di aggiungere un tassello significativo alla sua performance. Run non lascia infatti il minimo dubbio, fin dall’inizio, sul fatto che questa madre tanto amorevole e preoccupata sia in realtà bugiarda e cattiva. Non lo fa lo sceneggiatura, che elimina qualsiasi forma di ambiguità, e non lo fa la Paulson, le cui espressioni mettono subito in chiaro le intenzioni tutt’altro che positive del suo personaggio.

Un thriller di regia e montaggio

In un film che non si pone mai l’obiettivo di sorprendere lo spettatore (a differenza del precedente Searching), tutto è affidato al montaggio e alla regia, che qui riescono a tenere in piedi la baracca e a dare il giusto ritmo ad un thriller che, in mano ad altri, probabilmente avrebbe esaurito tutto il suo potenziale interesse nei primi quindici minuti. Run non è mai un film sbagliato o disonesto, ma uno che deliberatamente sceglie di fare il minimo sindacale che gli viene richiesto, senza approfondire le tematiche che emergono dal racconto. In alcuni momenti, grazie alla mano ferma di Aneesh Chaganty, questo sembra anche poter bastare.

Run | il thriller con Sarah Paulson trova il ritmo giusto
3 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora
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Cinema

Cannes 2021 | svelata la line-up ufficiale del festival

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È il grande giorno. Il Festival di Cannes ha annunciato la line-up dei film protagonisti di quella che si preannuncia come una edizione storica, che segna il ritorno della kermesse francese dopo la decisione di non organizzare l’edizione 2020 a causa della situazione pandemica. Tante le conferme (Nanni Moretti, Leos Carax, Wes Anderson), ma anche qualche sorpresa sul fronte dei film in concorso, con molti titoli che non erano stati pronosticati nelle scorse settimane.

Jodie Foster, due Oscar tra i tantissimi premi e una laurea a Yale, sarà l’ospite d’onore della cerimonia che aprirà il 74esimo Festival di Cannes il prossimo 6 luglio. La regista, attrice e produttrice americana, 58 anni, riceverà anche la Palma d’oro onoraria alla carriera. Nel maggio 1976, a soli 13 anni, la talentuosa interprete salì le scale del Palais Croisette per la presentazione di Taxi Driver di Scorsese, premiato con la Palma d’oro. Quarantacinque anni dopo torna ancora una volta per ricevere una Palma, questa volta per la sua carriera.

Festival di Cannes | tutti i film in Concorso

  • Annette (Leos Carax)
  • The French Dispatch (Wes Anderson)
  • Benedetta (Paul Verhoeven)
  • A Hero (Asghar Farhadi)
  • Flag Day (Sean Penn)
  • Tout S’est Bien Passe (Francois Ozon)
  • Tre Piani (Nanni Moretti)
  • Titane (Julia Ducournau)
  • Red Rocket (Sean Baker)
  • Petrov’s Flu (Kirill Serebrennikov)
  • France (Bruno Dumont)
  • Nitram (Justin Kurzel)
  • Memoria (Apichatpong Weerasethakul)
  • Lingui (Mahamat-Saleh Haroun)
  • Paris 13th District (Jacques Audiard)
  • The Restless (Joachim Lafosse)
  • La Fracture (Catherine Corsini)
  • The Worst Person in the World (Joachim Trier)
  • Compartment No. 6 (Juho Kuosmanen)
  • Casablanca Beats (Nabil Ayouch)
  • Ahed’s Knee (Nadav Lapid)
  • Drive My Car (Ryusuke Hamaguchi)
  • Bergman Island (Mia Hansen-Løve)
  • The Story of My Wife (Ildikó Enyedi)

Fuori Concorso

  • De Son Vivant (Emmanuelle Bercot) 
  • Bac Nord (Cédric Jimenez) 
  • Aline, the Voice of Love (Valerie Lemercier) 
  • Emergency Declaration (Han Jae-Rim) 
  • The Velvet Underground (Todd Haynes) 
  • Stillwater (Tom McCarthy)

Cannes Premiere (nuova sezione)

  • Evolution (Kornél Mundruczo)
  • Deception (Arnuad Desplechin)
  • Cow (Andrea Arnold)
  • Love Songs for Tough Guys (Samuel Benchetrit)
  • Mothering Sunday (Eva Husson)
  • JFK Revisited: Through the Looking Glass (Oliver Stone)
  • Hold Me Tight (Mathieu Amalric)
  • In Front of Your Face (Hong Sang-soo)
  • Jane Par Charlotte (Charlotte Gainsbourg)
  • Val (Ting Poo e Leo Scott)

Un Certain Regard

  • Un Monde (Laura Wandel)
  • The Innocents (Eskil Vogt)
  • After Yang (Kogonada)
  • Commitment Hasan (Hasan Semih)
  • Lamb (Valdimar Jóhannsson)
  • Bonne Mère (Hafsia Herzi)
  • Delo (House Arrest) (Alexey German Jr.)
  • La Civil (Teodara Ana Mihai)
  • Noche de Fuego (Tatiana Huezo)
  • Blue Bayou (Justin Chon)
  • Moneyboys (C.B Yi)
  • Freda (Gessica Géneus)

Proiezioni Speciali

  • H6 (Yé Yé)
  • Cahiers Noirs (Black Notebooks) (Shlomi Elkabetz)
  • Mariner of the Mountains (Karim Aïnouz)
  • Babi Yar (Sergei Loznitsa) 
  • The Year of the Everlasting Storm (collettivo)
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Cinema

The Conjuring 3 – Per Ordine del Diavolo | La recensione

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the conjuring 3 recensione

Finalmente al cinema The Conjuring 3 – Per Ordine del Diavolo, il nuovo capitolo della saga horror sulle inquietante vicende dei coniugi Warren che ha vissuto alti e bassi con i vari spin-off come Annabelle e The Nun.

Ed e Lorraine, interpretati ancora una volta da Vera Farmiga e Patrick Wilson, questa volta devono affrontare un caso di omicidio oscuro in cui il male è palpabile e non tutto è come sembra. L’anima di un ragazzo è in pericolo nel primo caso in cui negli Stati Uniti un sospetto assassino ha reclamato la possessione demoniaca come difesa in tribunale.

Leggi anche: The Conjuring – Il Caso Enfield, quando il sequel batte l’originale

Dopo i primi due The Conjuring diretti da James Wan, la regia qui è affidata a Michael Chaves (La llorona) ma non si nota molto la differenza. Chaves deve aver studiato bene le linee guida dell’universo horror creato da Wan, trattandolo con rispetto e professionalità. Pertanto la regia è ambiziosa e creativa e realizza un film elettrizzante, inquietante e di intrattenimento senza ricorrere a scontati jumpscare (che sono molto pochi e funzionali), ma creando la tensione scena per scena con attenzione e originalità.

The Conjuring 3: Possessioni e stregoneria

Si parla sempre di possessioni, anche se a un certo punto la trama vira sulla stregoneria con i suoi affascinanti rituali e regole. Numerose le creature disarticolate stile L’Esorcista, che un ottimo lavoro sul sonoro rende concrete e da pelle d’oca per il rumore delle ossa che si contorcono a ogni passo.

Tuttavia si potevano limitare alcune scelte un po’ troppo commerciali come gli occhi vitrei per coloro che sono posseduti o la presenza di un “morto vivente” che sembra il fratello della ciccia sorridente di Scary Stories to Tell in the Dark (non fate finta di non ricordarla perchè lascia il segno!).

Leggi anche: Il set maledetto di The Conjuring

The Conjuring 3 rivitalizza la saga horror

Quindi torna il paranormale, il misticismo e la religione, ma non si ha l’effetto di dejavu o di minestrone riscaldato. The Conjuring 3 – Per Ordine del Diavolo rivitalizza il franchise tornando a far vibrare le corde del terrore con stile e consapevolezza. Vera Farmiga e Patrick Wilson si confermano ancora una volta una coppia che funziona sulla scena, hanno una buona alchimia nei panni dei coniugi Warren, anche se in questo film Lorraine diventa un po’ troppo supereroe per un eccessivo sfruttamento delle sue capacità di medium da parte della sceneggiatura.

Nei primi due film lei è preda di visioni e suggestioni, ma in modo discreto e quasi misterioso, mentre qui veste spesso i panni di altri personaggi e compie gesta un po’ sopra le righe, un po’ troppo cinematografiche.

The Conjuring 3 – Per Ordine del Diavolo | La recensione
4.3 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Il cinema di James Wan

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