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Interviste

Daniele Monterosi si racconta: “Sono l’unico romano nella grande famiglia di Gomorra 3”

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Lo scorso 17 novembre è cominciata su Sky la terza stagione di Gomorra – La Serie, anticipata da una speciale anteprima dei primi due episodi in numerose sale cinematografiche italiane, a sottolineare la differenza sempre meno netta tra cinema e serialità televisiva. L’attore romano Daniele Monterosi è stato protagonista del secondo episodio di questa nuova stagione nel ruolo di Silvano, premuroso padre di una ragazza di 18 anni ed amante di Gegè, una delle new entry più importanti nell’universo narrativo di Gomorra per il suo legame lavorativo con Genny Savastano. Quella tra Silvano e Gegè è la prima relazione omosessuale della serie ideata da Stefano Sollima e, per questo, riveste un significato ancora più dirompente. Abbiamo chiesto a Daniele Monterosi di raccontarci la sua esperienza sul set e con lui abbiamo chiacchierato sull’attuale stato dell’industria televisiva e cinematografica in Italia.

Inizierei subito chiedendoti come è stato lavorare sul set di Gomorra. Ti sei sentito subito a tuo agio o ci hai messo un po’ di tempo per ambientarti ?

La cosa bella è questa: è un set in cui ogni reparto è talmente attento alla cura dei particolari ed io, che vengo spesso definito un attore maniacale per quanto mi piace curare i personaggi dagli abiti al parrucco, mi sono sentito subito a mio agio in questo senso e mi è sembrato un sogno. Mi preme sottolineare l’assoluta dedizione di tutti i reparti che hanno lavorato per dare il miglior contributo possibile al progetto ed è anche per questo infatti che parliamo di Gomorra come un successo incredibile.

L’orientamento sessuale del tuo personaggio è stato un elemento importante nel pensare alla sua caratterizzazione o la tua preoccupazione era quella di restituire il legame affettivo, indipendentemente dalla omosessualità di Silvano ?

Il fatto che fosse un personaggio omosessuale portava su questo Silvano una serie di sfide importanti: è la prima relazione omosessuale in Gomorra e viene presentata allo spettatore con una dinamica “a schiaffo” attraverso un bacio improvviso. Sicuramente quindi era un elemento da tenere in considerazione, trovando la giusta alchimia per farlo accadere. Però la cosa sulla quale mi sono concentrato non è tanto la realtà omosessuale o meno, ma cercare di rendere veramente credibile una storia d’amore che aveva poi poco spazio narrativo. Il mio impegno, insieme a quello di Edoardo Sorgente che fa Gegé e sotto il coordinamento di Claudio Cupellini, è stato quello di trovare la giusta dimensione ad una storia che doveva essere comunque portatrice di valori importanti in un breve tempo e tra l’altro introdurre la tematica omosessuale. Io mi sono concentrato principalmente sull’essere un buon padre ed un buon amante, a prescindere poi da chi fosse il soggetto amato.

Sembrerebbe che in un mondo come quello della criminalità organizzata, che segue regole precise e codici a cui non si può contravvenire, l’unica cosa che non possa essere imbrigliata sia l’amore. Quale pensi sia la forza, magari anche sovversiva, del tuo personaggio in relazione al contesto nel quale è immerso ?

Il mio personaggio ha uno scopo che è quello di aprire una parte sentimentale nel mondo di Gegè, che è il protagonista di una serie di vicende e di dinamiche. Quindi nell’ambito della sfera amorosa e di quello che fai a casa, ognuno si gestisce i propri affetti a modo suo. Gegè infatti non può parlarne apertamente con quel tipo di realtà per cui lavora e questo è stato un altro aspetto che abbiamo cercato di far passare nei limiti delle scene che avevamo. Questa difficoltà di comunicazione non esiste solo tra Gegè ed il mondo della mala ma anche tra di noi, per questo ho cercato di mettere in scena anche un rapporto molto maturo tra due persone che non vanno ad invadere l’ambiente dell’altro. È un personaggio che sa in quali situazioni e con quali figure Gegè si trova a che fare. Lo sa da tempo e a modo suo cerca di gestire al meglio questa cosa.

Come hai ottenuto il ruolo e cosa ti ha spinto ad accettare la parte ?

Ho fatto un provino, l’ho vinto e quindi ho accettato con gioia un ruolo nella terza stagione di una serie così importante. Per me era una grande occasione far parte di questa grande famiglia e di questo grande successo. Quando ho saputo di aver ottenuto la parte per me è stata una emozione immensa, anche perché Silvano è l’unico personaggio romano che entra in questa storia e quindi c’era solo questa possibilità per me che sono romano, e sono contento che Claudio e tutta la produzione abbiano contato su di me per questo ruolo così delicato.

Quale pensi sia la chiave dello straordinario successo di Gomorra non solo nel nostro Paese ma anche in America, dove è la serie italiana di gran lunga più famosa ?

Il successo è legato a diversi aspetti. Il primo è certamente legato alla qualità che c’è dietro ad un progetto di questo tipo, perché è veramente una serie curata in ogni minimo dettaglio e quando si tratta di mettere insieme una grande orchestra per suonare bene una determinata sinfonia la differenza la fanno proprio i piccoli tasselli. È proprio la qualità che esce fuori ad essere determinante, grazie all’attenzione delle persone che lavorano su quel set. Ho avuto la fortuna di lavorare con Claudio Cupellini che è un regista che cura nel dettaglio le sfumature e questo permette anche agli attori di avere uno spazio, un respiro, una consapevolezza molto più incisiva. Ed è questo il motivo per cui molti attori lavorano così bene, perché supportati da una realtà che nutre ed ispira il loro lavoro.

Il secondo motivo di questo grande successo riguarda proprio la storia, che ruota attorno al classico viaggio dell’eroe dark. E quindi è una sorta di Breaking Bad o House of Cards, naturalmente con le dovute distinzioni. Quello che fa presa in queste storie è la smania di potere e certamente viviamo in un momento storico in cui il pubblico ci dice che c’è questa attrazione. Ho citato tre serie ma potrei farlo con altre mille, perché siamo un po’ tutti affascinati da questi personaggi che sono disposti a fare qualsiasi cosa pur di ottenere quello che vogliono ed in qualche modo questo ci spinge a fare i conti con le nostre reazioni a determinate situazioni. Noi spesso ci fermiamo, loro no. E questo è certamente affascinante. Ma parliamo anche di un viaggio che ruota fondamentalmente attorno a due amici e i personaggi ai quali ci leghiamo di più sono quelli di Ciro e di Genny, che nascono come grandi compagni, per poi combattersi e ritrovarsi. È innegabile che i momenti della serie più alti siano proprio quelli riguardanti loro due.

Tu hai lavorato anche per il grande schermo e quindi vorrei chiederti: sono le serie TV che si stanno avvicinando al cinema, per qualità e profondità, o è il cinema che con la continua serializzazione si sta spostando verso quel tipo di narrazione ?

Il mio punto di vista è molto semplice: le serie TV hanno permesso un grande cambiamento all’interno dell’industria. Le primissime serie erano distanti dalla realtà del grande schermo. Poi si è passato, specialmente in America, ad introdurre nel cast grandi attori e ci siamo un po’ aperti a questa nuova possibilità. La serie TV ti dà la possibilità di ampliare un arco narrativo all’interno di dodici, tredici, venti episodi, che è un viaggio incredibile per gli attori che lo interpretano, perché un conto è sviluppare un personaggio in trenta ore ed un conto è farlo in due ore, ma al tempo stesso permette una grande immedesimazione del pubblico. Ci affezioniamo a quei personaggi proprio perché si sviluppano con un arco narrativo così ampio. Quindi secondo me non si tratta di un avvicinamento della serie TV al cinema ma di un cambiamento di mentalità che ha portato ad un aumento di qualità. Il cinema naturalmente deve analizzare questa realtà, capendo che se una persona va al cinema lo fa per vedere qualcosa di diverso. Questa è la sfida più alta che ci porta ad interrogarci su cosa il cinema può fare e che una serie TV ancora non può fare.

In America l’industria televisiva è diventata importante quanto quella cinematografica, se non di più. Pensi che questo sia uno scenario probabile anche per la nostra produzione italiana o si parlerà sempre di casi isolati ?

Io sto con quello che vedo e da questo traggo una proiezione. Parliamo di Gomorra, parliamo di Suburra e di 1992 o di In Treatment, quindi di progetti televisivi dalla grandissima qualità, sia di scrittura che di interpretazioni e regia. In questo senso bisogna fare una diversa analisi: quali sono i canali che permettono a queste produzioni di emergere ? Parliamo di Sky e di Netflix. Se facciamo riferimento a queste realtà io sono estremamente fiducioso, perché mirano ad un pubblico giovane ed affamato di storie, che ha già una cultura seriale molto vasta. Se una serie TV esce su Netflix troverà ad attenderla un pubblico che ha già visto i vari Stranger Things ed affini, quindi la qualità deve essere necessariamente alta. Se invece parliamo di altri canali, il viaggio è ancora lungo.

Hai qualche progetto futuro di cui ci puoi parlare ?

È sicuramente un bel momento, ci sono tante cose in ballo e tornerò alla TV con diversi progetti per la Rai e poi anche al cinema con film che abbiamo girato in questi mesi e che arriveranno in sala dal 2018 in poi. Poi ci sarà un ritorno al teatro che è il mio grande amore. Cerco sempre di bilanciare il mio lavoro tra questi tre linguaggi diversi: quello del cinema, della televisione e del palcoscenico teatrale.

Giornalista cinematografico. Fondatore del blog Stranger Than Cinema e conduttore di “HOBO - A wandering podcast about cinema”.

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Cinema

Freaks Out | intervista in esclusiva all’uomo calamita Giancarlo Martini

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Il cinema italiano sta vivendo delle giornate d’oro grazie alla genialità e l’audacia di Gabriele Mainetti e dei suoi meravigliosi quattro super eroi pronti a combattere il nazismo nel film Freaks Out. I social sono letteralmente esplosi dal primo giorno e continuano a osannare questo gioiello ‘made in Italy’ che non ha niente da invidiare al cinema spettacolare americano. A tal proposito abbiamo voluto intervistare uno dei protagonisti, Giancarlo Martini che nel film interpreta il ruolo di Mario, l’uomo calamita, pronto a buttarsi in qualsiasi avventura sempre con il sorriso sulle labbra.

Intervista a Giancarlo Martini

Ciao Giancarlo, vorrei ringraziarti per aver accettato il mio invito per NewsCinema.it. Sono certa che attraverso le tue parole scopriremo ancora di ‘più il magico mondo di Freaks Out creato dal regista Gabriele Mainetti insieme allo sceneggiatore Nicola Guaglianone.

D: “L’immaginazione diventa realtà e niente è come sembra”. Questa è la frase che racchiude Freaks Out. Secondo te, il pubblico che decide di andare in sala a vederlo cosa dovrebbe aspettarsi?

R: Uno spettacolo grandioso, che fa sognare, che ti aiuta ad imparare, ad indagare oltre l’apparenza. Per conoscere la magia della diversità attraverso una storia intima e fantastica, dove personaggi con poteri semplici, ma singolari contribuiscono alla sconfitta del male.

D: Negli ultimi giorni sui social non si parla d’altro che dell’uscita di Freaks Out, tanto da esser riuscito a mettere d’accordo critica e pubblica con bellissimi commenti e recensioni che parlano di una nuova pagina del cinema italiano. Durante le riprese ti saresti mai immaginato un successo del genere?

R: Dal primo giorno di riprese ero talmente affascinato dalla magnificenza di quest’opera e dalla perfezione scenografica delle ambientazioni, che tutto mi sembrava un sogno: la cura minuziosa di ogni dettaglio; le soluzioni straordinarie ai problemi che si presentavano; le condizioni estreme di lavoro hanno confermato la mia sensazione che il film avrebbe regalato emozioni forti allo spettatore.

Giancarlo Martini (Mario) e Aurora Giovinazzo (Matilde) in una scena del film

D: Il regista Gabriele Mainetti in un post sul suo profilo Instagram ha raccontato il vostro primo incontro, facendo intendere che il personaggio di Mario, ti è stato praticamente cucito addosso. Sei a tutti gli effetti uno dei pochi personaggi che riesce a far sorridere il pubblico, nonostante le atrocità che avvengono nella Roma occupata dai nazisti. Come ti sei preparato a dover affrontare il personaggio dell’uomo calamita?

R: All’inizio il personaggio di Mario era stato pensato in un modo un po’ diverso da quello interpretato da me, doveva avere addirittura la testa microcefala. Poi lavorando con Gabriele su molta improvvisazione si è sviluppato un personaggio avente la mia struttura fisica e sentimentale. La preparazione per poter affrontare il personaggio è avvenuta – oltre che con le improvvisazioni insieme a Gabriele – facendo ricerca sulle caratteristiche di persone con quel particolare comportamento umano, che per la nostra società è considerato ritardo mentale.

Il lavoro fondamentale è avvenuto insieme a mia moglie. Abbiamo deciso di accogliere la percezione di avere un figlio come Mario nella nostra famiglia e quindi nella vita quotidiana: mangiavamo con lui; dormivamo con lui; lo accudivamo; lo difendevamo; piangevamo e ridevamo insieme, era nostro figlio a tutti gli effetti. Tutte queste percezioni ho cercato di immagazzinarle dentro di me, immedesimandomi in Mario con tutto l’amore possibile.

Per dare a Mario una personalità sempre positiva mi sono ispirato a quella purezza d’animo dell’essere umano non intaccato da sovrastrutture che avvelenano lo spirito. Mi sono immaginato che Mario fosse la rappresentazione dell’inclusività, dell’uomo libero. Un Mario che si concede a tutti senza moralismi, si prende cura indistintamente di tutta la comunità, sia della sua famiglia patchwork sia dei nemici quando si fanno male. Che riesce ad essere allegro e a ricostruire la forza di reagire.

Leggi anche: Freaks Out | quattro supereroi in lotta contro il nazismo nel film di Mainetti

Leggi anche: FREAKS OUT | un gruppo ‘mostruoso’ contro i nazisti nel trailer del film

D: Una storia come quella raccontata in Freaks Out non si era mai vista e nessuno ha mai avuto il coraggio di spingersi a questo punto, anche negli effetti speciali. Qual è stata la tua prima impressione/reazione quando hai letto la sceneggiatura?

R: Sono rimasto molto colpito e affascinato dall’originalità di questa storia, ma anche un po’ perplesso da come si potessero realizzare certe visioni così atipiche per il cinema italiano. Per fortuna questa esperienza mi ha insegnato che con un regista come Gabriele ‘L’IMMAGINAZIONE DIVENTA REALTÀ’ per davvero.

Freaks Out | Il profondo valore dell’amicizia dentro e fuori il set

D: I protagonisti del film sono quattro freaks dotati di super poteri differenti ma uniti da una profonda amicizia. Com’è stato il rapporto con il resto del cast sul set?

R: Abbiamo lavorato per entrare in empatia dal momento che era fondamentale risultare uniti come una famiglia patchwork. Per questo Gabriele ci ha fatto fare un ritiro di quattro giorni in una location isolata dal mondo. In quei giorni ci siamo dedicati completamente ai personaggi, parlavamo, dormivamo e mangiavamo come fossimo Fulvio, Aurora, Cencio e Mario, Gabriele ci dirigeva creando delle situazioni inerenti alcune scene del film. Gli ultimi due giorni è arrivato anche Giorgio che si è inserito come nostro padre putativo e abbiamo così amplificato il legame che si stava costruendo.
Un’esperienza fondamentale e nutriente.

Successivamente il rapporto con Franz è stato molto piacevole, Franz è una persona speciale e il suo modo moderno di essere tedesco e cittadino del mondo mi riportava con la mente al mio adorato nipotino Otis, tedesco anche lui, in lui vedevo, dalle sue movenze e dalla sua dolcezza disinibita Otis da grande. Vederlo come crudele e tormentato antagonista nel film è stato per me affascinante e istruttivo.

Franz Rogowski (Franz), Pietro Castellitto (Cencio) e Giancarlo Martini (Mario) in Freaks Out

D: Prima di chiudere e rinnovarti i complimenti per il ruolo di Mario, hai qualche aneddoto inedito accaduto durante le riprese di Freaks Out da voler condividere con i lettori di NewsCinema.it?

R: Mi domandavo come sarebbero riusciti a realizzare la scena a piazza Margana dovendo bloccare tutto il traffico della città. Un giorno andando negli sudi di Videa mi sono ritrovato catapultato nel centro di Roma e piazza margana era stata completamente ricostruita, perfettamente uguale, solo con le sembianze del 1943. Per me è stato uno shock emotivo: ho sentito nel petto quell’angoscia degli orrori dell’epoca.

Un evento invece lieto e commovente è stato dopo circa un mese dall’inizio delle riprese. Gabriele aveva ingaggiato un vero circo, il Rony Roller, per le scene del Zirkus Berlin del film. Mentre lavoravamo a fianco a dei veri circensi sono nati due cuccioli di tigre in perfetta salute che sono stati le mascotte del film di quel periodo. Tant’è vero che uno dei tigrotti è stato inserito nella scena del delirio chiaroveggente di Franz.

Un altro aneddoto che ricordo, fu durante la scena nella sala delle torture, per riprendermi sulla ruota che girava, fecero per quattro ore, tentativi, riprendendomi da più angolazioni. Presi dalla realizzazione della scena non davano peso alla posizione in cui mi lasciavano quando Gabriele dava lo stop, mi trovavo una volta capovolto a testa in giù, una volta obliquo o appeso in orizzontale. Nonostante io gridavo per farmi rimettere in posizione verticale loro continuavano a ragionare sulla resa della scena, e questo provocava scrosci di risate di tutto il resto della troupe che alla fine decideva spontaneamente di venirmi ogni volta in soccorso.

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Festa del Cinema di Roma

Tim Burton a Roma | via libera alla fantasia e meno al politically correct

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Il secondo giorno dedicato al premio alla carriera previsto dal programma della Festa del cinema di Roma è finalmente arrivato. Dopo l’arrivo del regista Quentin Tarantino, oggi è stata la giornata del grande Tim Burton, autore di grandi film di successo come Edward mani di forbice, Alice in Wonderland e tanti altri. In conferenza stampa, iniziata leggermente in ritardo rispetto alla tabella di marcia, il cineasta ha risposto a diverse domande, in maniera diretta e spesso divertente.

Prima regola: essere sempre convinti di ciò che si fà

Parlando del passato, del presente e concedendo qualche piccola indiscrezione riguardante il suo futuro professionale, Tim Burton è stato categorico circa la realizzazione di ogni sua opera.

“Devo essere convinto emotivamente su ciò che faccio. Sono un paio di anni che non faccio film e se collaboro con qualcuno vuol dire che è derivato da una scelta emotiva.”

Citando i personaggi nati dalla sua genialità e fervida immaginazione, Burton ha confessato di sentirsi vicino a due in particolare: Edward mani di forbice ed Ed Wood “anche se non mi vesto da donna”. E di preferire il film Vincent, tra i suoi, perché dura solo 5 minuti, così da non dedicargli troppo tempo. Impossibile non citare il nuovo progetto che lo ha visto impegnato in Romania per diversi mesi, ovvero la serie Wednesday per Netflix, incentrata sul ruolo della ragazzina Mercoledì Addams.

Tim Burton tra fantasia e diversità

Il regista, sceneggiatore, produttore americano è stato il primo a occuparsi dei ‘diversi’, portando sul grande schermo storie complesse da un punto di vista fisico ma soprattutto psicologico. A tal proposito, il buon Tim ha risposto, includendo anche l’elemento cardine della sua cinematografia: la fantasia.

“Mi hanno sempre colpito i diversi e l’ho sempre considerato come parte integrante della mia vita. Per quanto riguarda la fantasia nel mondo del cinema, trovo che ci sia ancora spazio. C’è fantasia quando si parla di supereroi, tempo fa ne feci uno anche io. Si, è vero che ci sono molti biopic, ma anche le storie di fantasia ci sono ancora. A volte capita che la realtà superi addirittura la fantasia”.

Leggi anche: Dumbo, la recensione del live action di Tim Burton

Tim Burton e l’amicizia con Johnny Depp

Poteva non esserci almeno una domanda riguardante il suo rapporto con l’amico di sempre Johnny Depp? Certo che no. Parlando di un ipotetico sequel di Edward mani di forbici, Burton ha risposto:

“Dopo aver visto il fumetto porno di Edward mani di forbici, ho capito che non era il caso di continuare. Quanto al rapporto con Johnny Depp, sono stato fortunato a lavorare con persone come lui, sempre pronto a sperimentare. Non escludo di continuare a lavorare con lui.”

L’opinione del regista sul politically correct

Come è accaduto in altre conferenze stampa, anche in questa è stato toccato il tema del politically correct, che da qualche anno sta terrorizzando tutto il mondo del cinema e delle serie tv, per lo più. Il terrore di offendere qualche categoria con battute, che qualche anno prima non avrebbero fatto altro che scatenare una sana risata, sta facendo tremare tutti, nessuno escluso.

“Non vorrei mai essere un comico perché non puoi dire più nulla. Trovo sia una situazione opprimente per tutti. Onestamente non faccio caso a ciò che dico e non mi interessa nemmeno”.

Leggi anche: Tim Burton a Roma: “Avreste adorato il mio Superman”

Alla scoperta dell’animo di Tim Burton

Un regista come lui, considerato dal pubblico come il Maestro del gotico, per la prima volta ha parlato di alcuni aspetti della sua persona che non tutti sapevano. Nello specifico, la sua giovinezza, le sue paure e cosa lo ha fatto rimanere male nella sua carriera.

“Ho sempre avuto dei sogni. Adoro il cinema e sono fortunato perché posso continuare a sognare ad occhi aperti, disegnando e scrivendo per lo spirito umano, per fare qualcosa per me stesso.
La mia paura? Essere su questo palco in questo momento. Non ho dormito stanotte al pensiero di trovarmi qui davanti a voi.
Cose sbagliate sul mio conto? Quando mi dicono che sono ‘dark’. Non è vera questa etichetta. A dire il vero non mi piace etichettare le persone, e questo è una cosa che mi ha segnato”.

Il cinema, lo stop motion e il timbro di Tim Burton

Siamo tutti d’accordo nel dire che lo stile del regista americano è inconfondibile. Il suo cinema, fatto tra realtà e animazione ha conquistato platee intere di spettatori di tutte le età, anche grazie agli attori prescelti, come ad esempio lo stesso Johnny Depp. Proprio in merito a questo argomento, come avviene questo scambio di sinergie?

“Ogni attore è diverso e io non sono un bravo comunicatore. Cerco di sondare il terreno per capire dove posso spingermi con ognuno di loro. Tipo come accadde con Michelle Pfifer in Catwoman, quando le chiesi di mettersi in bocca un topo vero. Mi piace lavorare con persone che non hanno limiti e mi piacciono attori che amano solo fare il loro lavoro e che non amano rivedersi alla fine”.
“Il processo di immaginazione nasce dalla voglia di sognare ad occhi aperti e vedere il diverso negli altri ha sempre fatto parte di me.”

Allora domanda su possibili errori o pentimenti inerenti ad alcuni lungometraggi realizzati fin ora, Tim Burton ha risposto: ” Una volta si diceva che i film sono come figli. Non ho pentimenti. Certo, si possono fare errori ma non mi pento di nulla. Quello che fai è parte di te. Ho ricordi belli e brutti per ogni progetto, ma mai pentimenti. Posso solo dire che per Dumbo, ho avuto qualcosa che va vicino a un esaurimento nervoso per tutta la storia, la situazione ed è per questo che ho smesso di fare film da due anni”.

Per concludere, non poteva mancare una domanda sullo stop-motion, che ha contribuito a rendere Burton uno dei registi di animazione più apprezzati di sempre.

“Un prossimo lavoro in stop motion? Qualcosa in mente c’è sempre, ma per ora nulla in cantiere. Serve un team di artisti, persone che lo sappiano fare molto bene, anche perché amo molto questa arte.

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Cinema

Ancora più Bello: le video interviste esclusive a tutto il cast

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Ancora più Bello arriva al cinema dal 16 settembre in 350 copie, distribuito da Eagle Pictures. Si tratta del secondo capitolo della trilogia dedicata alle avventure sentimentali di Marta, adolescente affetta da una malattia che affronta con grande dose di ottimismo, e del suo gruppo di amici. (Qui la recensione del film)

Diretto da Claudio Norza, da un’idea di Roberto Proia, che lo ha anche sceneggiato insieme con Michela Straniero – si svolge esattamente un anno dopo i fatti raccontati nel primo capitolo (Sul più bello, diretto da Alice Filippi). Nel cast Ludovica Francesconi, Giancarlo Commare, Gaja Masciale, Jozef Gjura, Jenny De Nucci, Diego Giangrasso che abbiamo incontrato a Roma. Qui sotto le video interviste realizzate da Sabrina Colangeli per MadRog Cinema, il nostro canale youtube ufficiale.

Ancora più Bello: la sinossi del film

Dopo dodici mesi, la storia tra Marta (Ludovica Francesconi) e Arturo è finita. “In amore gli opposti si attraggono ma alla fine si lasciano”, si ripete Marta, che giura a se stessa di voler rimanere da sola per un po’ e continua a convivere con ottimismo con la malattia che da sempre l’accompagna. Ma quando arriva Gabriele (Giancarlo Commare), un giovane disegnatore tanto dolce e premuroso quanto buffo e insicuro, Marta riconosce che potrebbe essere lui l’anima gemella che non riusciva a trovare in Arturo. Ma prima di farsi coinvolgere del tutto in una nuova storia, è sempre meglio aver chiuso definitivamente con quella precedente.

Approfittando di un temporaneo trasferimento di Gabriele a Parigi, Marta cerca di schiarirsi le idee anche grazie all’aiuto dei suoi amici di sempre Federica (Gaja Masciale) e Jacopo (Jozef Gjura). Mentre ormai è sempre più convinta a lasciarsi andare alla storia con Gabriele, il ragazzo in preda alla gelosia commette un errore imperdonabile, che li farà separare. Quando tutto sembra andare storto arriva però una telefonata dall’ospedale che cambia le priorità di tutti: c’è un donatore compatibile per Marta. 

Il resto sarà svelato nel terzo capitolo della trilogia, Sempre più bello, in uscita nelle sale cinematografiche nel 2022.

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