Durante il periodo ad Arnstadt, a cavallo tra il 1705 e il 1706, quando ricopriva il ruolo di organista della Neue Kirche, il giovane Johann Sebastian Bach si mise in cammino per un famoso pellegrinaggio fino a Lubecca per conoscere Dietrich Buxtehude e studiare la sua musica.
Come ci tramanda il suo necrologio, il compositore tedesco fece quel viaggio di oltre 400km a piedi. Proprio ad Arnstadt, davanti allo strumento su cui Bach, appena diciottenne, suonava, si conclude il viaggio (in macchina) di Thomas Mann raccontato da Paweł Pawlikowski nel suo nuovo Fatherland.
Di cosa parla Fatherland
È il 1949 e l’autore de La montagna incantata — interpretato da un monumentale Hanns Zischler — rientra in Germania per la prima volta dopo tredici anni di esilio in California. L’occasione è la consegna del Premio Goethe, assegnatogli dalla città di Francoforte, nella Germania occidentale sotto controllo americano, in concomitanza con il bicentenario della nascita del grande poeta nazionale.
Accompagnato da sua figlia Erika (Sandra Hüller), a bordo di una Buick, Mann decide però di continuare il suo viaggio e di attraversare la linea di confine che divide i due blocchi nati dalle macerie del Reich e raggiunge Weimar, nella Germania orientale sotto influenza sovietica, per ricevere un altro Premio Goethe.
Due riconoscimenti dedicati allo stesso autore e consegnati alla stessa persona, ma che rappresentano due realtà, due idee di mondo (e di letteratura) completamente differenti. È infatti ancora una volta un film sulle diverse prospettive quello di Pawlikowski. Prospettive ideologiche – la Germania dell’est e la Germania dell’ovest – ma anche famigliari.

Il grande ritorno di Pawlikowski
Non è infatti tanto un film su Thomas Mann questo Fatherland, quanto su suo figlio Klaus, morto suicida per overdose di barbiturici, autore del censuratissimo Mephisto – ritratto a malapena celato del suo ex cognato, l’attore Gustaf Gründgens, sposato appunto con Erika – e di Fuga al Nord, quello che è probabilmente il primo romanzo tedesco scritto contro il nazismo, nonché il libro che diede inizio a quella che i tedeschi chiamarono letteratura dell’esilio.
Lo vediamo (e ascoltiamo) in una lunga scena iniziale, per poi ritrovarlo solo ed esclusivamente attraverso lo sguardo (benevolo) della sorella e quello (deluso) del padre. Prospettive, dicevamo, che in questo caso diventano reali: prima con un’inquadratura dal basso verso l’alto (quando è la sorella a rivolgersi verso di lui) e poi dall’alto verso il basso (quando è invece il padre a osservarlo).
Klaus, su Bach, la pensava d’altronde proprio come Goethe, che scriveva: “Nella sua musica è come se l’armonia eterna dialogasse con se stessa, come deve essere accaduto nel seno stesso di Dio poco prima della creazione del mondo”. Ed è proprio la sua musica a mediare la conciliazione tra padre e figlio, quindi tra padre e figlia, elevandosi sopra i cori russi, gli inni alla Nuova Germania, le canzonette americane in radio o i vecchi classici tedeschi.

Il ruolo degli intellettuali
Come ha dimostrato lo storico Christophe Charle nel saggio Naissance des intellectuels, la figura dell’intellettuale è emersa in un contesto molto preciso, vale a dire quello della fine del XIX secolo, quando scrittori e studiosi si concedevano ancora il lusso di intervenire nello spazio pubblico in nome di principi universali. L’affare Dreyfus ne fu il momento fondante, quando Zola cominciò a parlare non più solo come romanziere, ma come coscienza morale di una nazione intera.
Eppure anche all’inizio del secolo, quando ancora sussisteva l’antico regime culturale dominato dagli Stati e dalle Chiese, gli scambi epistolari di una figura come Goethe ci informavano dell’esistenza di una Europa intellettuale segnata da contaminazioni, visite, corrispondenze e traduzioni incrociate all’interno di uno spazio meno chiuso di quanto non si potesse immaginare.
Goethe, infatti, era un ardente difensore dell’idea di letteratura-mondo (Weltliteratur), un’utopia culturale basata sull’arricchimento reciproco delle letterature d’Europa e sulla nascita di una «communauté à agir en commun».
Ma che fino a che punto gli intellettuali europei sono riusciti, con le loro opere, con la loro circolazione, con la loro pratica a costruire un’Europa della cultura, nonostante l’ascesa delle forze xenofobe e nazionaliste? È una domanda che Pawlikowski pone ed è quanto mai attuale, in tempi di “terza guerra mondiale a pezzi”. In un’epoca senza intellettuali, il regista polacco tenta di colmare il vuoto.


