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Festa del Cinema di Roma

Festival di Roma: Conferenza stampa di A Few Best Men

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Jon

 

 

Si è tenuta questa mattina nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma la conferenza stampa di A Few Best Men, nuovo film del controverso regista Stephan Elliott, già autore di film cult quali Priscilla, la regina del deserto e Un matrimonio all’inglese. Dopo essere stato acclamato come una delle commedie più esilaranti e scoppiettanti dell’intero Festival da gran parte della stampa mondiale A Few Best Men ha continuato a divertire i giornalisti di questa sesta edizione del Festival Internazionale del Film Roma con una conferenza stampa a dir poco ironica. Potete trovare qui sotto tutte le domande rivolte al regista Stephan Elliott e agli interpreti Olivia Newton-John e Kris Marshall.

Come mai ultimamente ha scelto ruoli così diversi da quelli che interpretava un tempo?

Olivia Newton-John: Credo che Grease e Xanadu siano stati girati molti anni fa e mi piace cambiare. Sono stata entusiasta di fare qualcosa di più folle rispetto al passato.

L’inizio di questo film ricorda per molti aspetti l’inizio di Grease. E’ un omaggio?

Olivia Newton-John: Sono molti i film che cominciano su una spiaggia. Questo non vuol dire che sia un omaggio.

Ha ispirato molti giovani ed ora come si relaziona nella scelta dei suoi film? Rideva di se stessa in questo film? 

Olivia Newton-John: Quando scelgo un film non penso mai ai miei film precedenti. Io rido sempre di me stessa. Erano tanti anni che volevo lavorare con Stephan.

Nel film in un contesto comico il suo personaggio subisce una evoluzione e quindi si libera da un background molto serio. Per lei è stato liberatorio quel momento al di la del pretesto? Si è identificata nel personaggio che interpreta?

Olivia Newton-John: Io non ho esperienza di droghe, pur essendo vissuta molto a lungo a Los Angeles. Per me è stata una sfida interpretare un ruolo di questo tipo, mi piace giocare, interpretare ruoli differenti. Stephan mi ha incoraggiato e poi non sono più riuscita a fermarmi.

Stephan Elliott: Olivia mentre tutti si drogavano non capiva perché andavano continuamente al  bagno.

In che rapporto è con Sandy?

Olivia Newton-John: Mi piace moltissimo. Sandy vive ancora adesso e tuttora ci sono bambine che hanno appena visto il film che vengono ai miei spettacoli. Vi sono diversi musical, è un film molto amato. Io sono molto grata di averlo interpretato.

Stephan Elliott: Olivia è molto amata, ci sono anche bambini piccolissimi che volevano conoscerla. Questo vuol dire che Grease è ancora amatissimo.

Il divertimento sul set è inversamente proporzionale al successo del film? E’ vero questo teorema?

Stephan Elliott: Noi speriamo che il film sia un successo così proviamo anche a sfatare questo teorema. Ci siamo divertiti tantissimo. Ci è piaciuto fare il film e speriamo che al pubblico piaccia guardarlo. Mi sono divertito con Priscilla e qui altrettanto. Come regista dovevo rimanere seduto in silenzio ed è stato difficile perché era impegnativo riuscire a seguire e a riprendere delle scene tenendo la telecamera ferma perché continuavamo a ridere. Abbiamo perso moltissimo del girato perché continuavamo a ridere.

Olivia Newton-John: Anche con Grease mi sono divertita tantissimo quindi possiamo definitivamente abolire questo teorema.

Come è cominciata la sua avventura Mr. Kris Marshall?

Kris Marshall: Ho avuto la fortuna di lavorare con queste persone ed è stato una sorta di lavoro familiare. In precedenza avevo fatto l’audizione per il ruolo di David ma ero più grande degli altri e così ho dovuto partecipare ad altre due audizioni. È stato fantastico per me lavorare con queste persone.

Una considerazione sulla amicizia maschile al regista? Quale è la qualità speciale della amicizia tra maschi? Può esistere anche tra donne?

Stephan Elliott: L’inghilterra moltissimo tempo fa si è sbarazzata dei criminali e li ha mandati su questa isola perché morissero. Si è creata una amicizia tra uomini a partire da quel tempo. È una amicizia molto forte, un legame tra fratelli. Per le donne è diverso. Ci sono vari film che parlano della amicizia anche tra donne. Adesso abbiamo accettato l’idea che anche le donne supereranno gli uomini anche in questo.

Ha fatto un duetto con una bambina rumena durante una trasmissione italiana di musica? Che ne pensa del suo talento?

Olivia Newton-John: Sono rimasta impressionata, mi ha colpito tantissimo, per essere giovanissima è veramente brava.

Come relaziona questo film al successo mondiale di The Hangover?

Stephan Elliott: Lo sceneggiatore aveva scritto la sceneggiatura di questo film moltissimi anni fa e quindi non si può paragonare a The Hangover. Mi dispiace che ora risulti simile ma in realtà questo script è molto precedente a The Hangover.

Fare film è la cosa più pericolosa che si possa fare?

Stephan Elliott: Io sono anche uno scrittore quindi da quando mi accingo a scrivere una sceneggiatura per un film a quando finisco di pubblicizzarlo possono passare anche sette-otto anni. Quando si gira un film indipendente questo può prendere fino a dieci anni della vostra carriera. È molto dura ed è sicuramente difficile.

A Few Best Men verrà presentato questa sera alle 19:30 in Sala Santa Cecilia e verrà preceduto dal red carpet del cast del film.

Segnato da un amore incondizionato per la settima arte, cresciuto a pane e cinema e sopravvissuto ai Festival Internazionali di Venezia, Berlino e Cannes. Sono sufficienti poche parole per classificare il mio lavoro, diviso tra l’attenta redazione di approfondimenti su cinema, tv e musica e interviste a grandi personalità come Robert Downey Jr., Hugh Laurie, Tom Hiddleston e tanti altri.

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Maledetta Primavera | Tramonto di un’estate anni Ottanta

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Inserito nella sezione Riflessi della 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Maledetta primavera narra le vicende di Nina (la bravissima e convincente Emma Fasano) e della sua famiglia, durante una fase di ricerca di nuovi equilibri, a ridosso di un’estate sul finire.

Maledetta primavera | Elisa Amoruso parla di amore, famiglia, estate

Prendendo in prestito la celebre canzone di Loretta Goggi, Elisa Amoruso confeziona un’opera semplice, delicata, incantevole. E la dedica alla sua famiglia, spunto principale per dare vita ai suoi personaggi.

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Micaela Ramazzotti in una scena del film.

Dopo il discusso documentario Ferragni, Unposted, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, la regista originaria di Roma, classe 1981, porta sullo schermo un trio di giovanissimi, composta da un fratello (Federico Ielapi), una sorella maggiore e la sua amica. Viene così a innescarsi un doppio binario su cui la pellicola scivola via, mentre sullo sfondo si consumano le vicende degli adulti.

Leggi anche: Una Famiglia, la recensione del film di Sebastiano Riso

Al centro di Maledetta primavera c’è soprattutto Nina. Da una parte il rapporto con il fratello minore, che tenta di proteggere e crescere a modo suo, con le sue possibilità (essendo comunque una ragazzina); dall’altra il legame con Sirley (Manon Bresch), nato con un iniziale litigio e poi sbocciato in qualcosa di più di una semplice amicizia.

Lo sguardo adolescenziale accompagna lo spettatore

Attraverso lo sguardo della giovane protagonista veniamo in contatto con la sua realtà, che non ha nulla di particolare o speciale, se non che è la sua. L’esistenza è uno snodo cruciale soprattutto all’età in cui si trovano Nina e Sirley, in piena fase adolescenziale e alle prese con situazioni familiari non proprio stabili.

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Emma Fasano e Manon Bresch in una scena del film.

Maledetta primavera si sviluppa nell’arco di qualche giorno di settembre, tra l’inizio della scuola e le ultime puntate al mare. Il mood è quello classico degli anni Ottanta. E ciò appare evidente non solo dai dettagli che compongono la cornice, quanto dal respiro che possiede la storia. Sembra di tornare indietro nel tempo ed è un piacere per gli occhi, la mente, il cuore.

Il ritorno agli anni Ottanta

Nel momento in cui partono le note della canzone da cui il titolo del film – durante una delle scene più belle e toccanti – viene automatico mettersi a cantare insieme ai protagonisti. Una serie di sensazioni ci attraversano, dalla gioia alla malinconia, dal rimpianto al ricordo. E così si innesca anche un legame con le figure dentro lo schermo, in maniera naturale e crescente.

Bravissimi e concreti, gli attori della pellicola rappresentano il valore aggiunto. La Amoruso sa come valorizzare loro e ciò che hanno a disposizione. Non a caso Micaela Ramazzotti esibisce una delle sue migliori performance. Lo sguardo della macchina da presa rende la poesia contenuta nei piccoli gesti, lo sbocciare della bellezza in un periodo di scoperte quale è l’adolescenza.

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Sebbene non riservi grosse sorprese e anzi appaia abbastanza lineare, il progetto affronta questioni importanti e sfaccettate, con una sensibilità e un’onestà di fondo più che apprezzabili.

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Ammonite | Alla Festa del Cinema di Roma l’atteso titolo che non convince

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Ammonite è la storia di Mary Anning (Kate Winslet), paleontologa britannica molto rinomata ma poco considerata nel mondo scientifico, popolato e governato da soli uomini. Da quando poi si dedica alla madre, ormai anziana, non ha più molti stimoli. Quando irrompono nel suo negozio i coniugi Murchinson (James McArdle e Saoirse Ronan), la sua routine cambierà irrevocabilmente.

Leggi anche: Ammonite | Il trailer mostra Kate Winslet e Saoirse Ronan all’opera

La pellicola diretta da Francis Lee è stata presentata alla 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, oltre che al Toronto Film Festival, ed è vagamente ispirata alla reale figura della Anning, vissuta tra la fine del Settecento e metà Ottocento.

Ammonite | Storie di solitudini che si incontrano e si incrociano nella prima metà dell’Ottocento

Mary e Charlotte sono donne estremamente sole. Nessuna delle due per propria scelta, ma perché i casi della vita a volte sanno essere molto duri. La prima soffre ancora a causa di un rifiuto risalente a un periodo passato; la seconda vorrebbe tornare a provare una qualche emozione, ma il lutto che l’ha colpita e l’uomo alla quale è sposata non glielo permettono.

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Kate Winslet e Saoirse Ronan in una scena del film.

Ecco allora che dall’incontro cambia qualcosa per entrambe, un meccanismo a lungo inceppato si sblocca, scatta una strana e inaspettata scintilla. Il tutto avviene in maniera sin troppo lento e graduale, tanto che per buona parte della pellicola si avverte la sensazione di essere in una sorta di limbo. Se non che, nel momento clou, i sensi esplodono e nulla sarà più come prima.

Tra attrazione e sofferenze, i sentimenti travolgono come un fume in piena

Il sentimento travolge le protagoniste come un fiume in piena, eppure, ad eccezione di alcune scene alquanto spinte, non arriva a toccare lo spettatore. Si resta estranei a quanto accade sullo schermo, poco partecipi delle vicende che ivi prendono forma. Probabilmente si deve anche alla costruzione di queste due figure non proprio coinvolgenti.

Mary è chiusa nel suo dolore e nella sua routine, di cui sembra essersi fatta lei stessa schiava; Charlotte all’opposto appare talvolta incomprensibilmente “su di giri”. Manca quindi un appiglio forte e solido per far sì che scatti una qualche forma di attrazione o interesse alla storia.

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Saoirse Ronan e Kate Winslet in una scena del film.

Eppure le basi per una buona riuscita il progetto le dimostrava tutte. Ammonite risulta invece un melodramma in costume dei più banali, monotoni, pesanti. La lunghezza della pellicola (118 minuti) non aiuta la fruizione, sebbene sia forse necessaria al tipo di sviluppo prescelto per la narrazione.

Nonostante le premesse, Ammonite non convince

La Winslet e la Ronan hanno senza dubbio dato prove migliori nel corso della loro carriera, ma il problema sta nella sceneggiatura e non nelle loro interpretazioni. Entrambe svolgono il compito a loro assegnato come sanno fare, ma non è sufficiente.

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Sia però chiaro che il progetto ha delle potenzialità intrinseche, e chiunque riuscisse a trovare un aggancio di qualsivoglia tipo potrebbe anche ricavarne del piacere. A livello stilistico, visivo, per esempio, il film è più che notevole. Ciò in cui è carente è purtroppo il contenuto. Ed è una grave mancanza.

L’unica scena davvero di impatto è forse quella di chiusura, dentro la quale tutti gli elementi convergono a trasmettere un’emozione.

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The Courier | Dal Sundance alla Festa del Cinema di Roma il nuovo film con Benedict Cumberbatch

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Presentato nella Selezione Ufficiale della 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, The Courier è il nuovo film con Benedict Cumberbatch. L’attore celebre per aver interpretato Sherlock Holmes nella serie targata BBC, veste qui i panni di Greville Wynne, un uomo d’affari britannico, che venne reclutato durante il periodo della Guerra Fredda per fare da tramite con una preziosa fonte dell’Unione Sovietica, Oleg Penkovsky (Merab Ninidze).

Dietro la macchina da presa il londinese Dominc Cooke, che ritrova Cumberbatch sul set dopo averlo diretto nella miniserie The Hollow Crown.

The Courier | Dai grandi classici del passato un’opera debitrice al mood di un’epoca e al coraggio di uomini straordinari

The Courier esibisce e sfrutta il suo impianto classico per far emergere al massimo la portata della storia. Ed è una scelta che ripaga. La pellicola riporta alla mente alcuni grandi classici degli anni Settanta – vedi per esempio La conversazione di Francis Frod Coppola – e si nutre di quell’aplomb, permettendo allo spettatore di goderne una volta ancora.

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Va altresì riconosciuta l’oculatezza nel non tradire lo spirito del racconto e dei sui protagonisti. Sono infatti loro a guidare e canalizzare i nostri sguardi, le nostre reazioni emotive e le riflessioni che al termine della visione prenderanno forma.

In tal senso la bravura degli interpreti – Cumberbatch e Ninidze – si rivela imprescindibile. Incarnando alla perfezione i rispettivi ruoli e svestendosi completamente di qualsiasi presunzione, i due attori portano sullo schermo una realtà potente e tangibile. Che si tratti di un preciso momento storico piuttosto che di un altro, poco conta, perché alla base di tutto sembra esserci un’altra volontà: raccontare il lato umano.

Uomini cruciali alla scoperta di nuovi importanti legami sullo sfondo della Guerra Fredda

Al di là della loro importanza a livello politico e della loro determinazione nel cambiare le sorti dell’umanità, gli uomini e le donne al centro delle vicende hanno avuto delle vite, dei legami, delle ambizioni, dei desideri. La forza, e probabilmente anche l’originalità, di The Courier vanno rintracciate proprio da questo punto di vista. Assistiamo alla nascita e allo sviluppo di un’amicizia incredibile, rara, profonda.

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Merab Ninidze e Benedict Cumberbatch in una scena del film.

Il sacrificio e l’abnegazione fanno parte di simili figure, così come il bisogno di coltivare degli affetti, di avere uno scopo e di non tradire se stessi. Greville compie un percorso che lo porta a scoprire e scoprirsi una persona nuova, inaspettata, ammirevole. Sono ovviamente fondamentali in tal senso gli incontri e i viaggi, ai quali si deve anche un’osservazione più ampia sullo scenario storico, politico, sociale e culturale dell’epoca.

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The Courier prende ispirazione da vicende realmente accadute ed è stato presentato al Sundance Film Festival. Nel cast figurano anche l’apprezzatissima protagonista de La fantastica signora Maisel, Rachel Brosnahan, nel ruolo di un’agente della CIA, Emily Donovan, e la bravissima (seppur meno nota) Jessie Buckley di Fargo e Chernobyl, in quello della moglie di Wynne.

Un’ultima annotazione positiva agli ottimi contributi della colonna sonora (a cura di Abel Korzeniowski) e della fotografia di Sean Bobbitt.

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