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Cinema

Henry Cavill Superman si o no? Facciamo chiarezza

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Le ultime 24 sono state turbolente per l’universo cinematografico DC per la figura di Superman e per l’attore britannico Henry Cavill.

Henry Cavill: la notizia di The Hollywood Reporter

Nella giornata di ieri il sito The Hollywood Reporter dava in esclusiva la notizia che l’attore Henry Cavill (Mission Impossible Fallout) fosse stato allontanato dal suo ruolo di Uomo d’Acciaio nell’universo filmico DC.
La decisione della Warner Bros. dipendeva dal fatto di voler ricostruire un universo cinematografico DC composto da supereroi giovani. La motivazione, secondo THR, sarebbe nata dalla lavorazione del film di Supergirl. L’eroina in versione teenager avrebbe un cugino troppo grande di età nel Superman di Cavill e quindi servirebbe un recasting. Tutto ciò sembra plausibile dato il fallimento dell’universo cinematografico DC che ha deluso la maggior parte dei fan.

Le risposte ufficiali: Dany Garcia agente di Henry Cavill

La notizia di The Hollywood Reporter che si è sparsa a macchia d’olio per tutta la rete è stata quasi subito fermata dall’agente di Henry Cavill con un tweet nel quale comunica che il mantello rosso è ancora nell’armadio del suo assistito e che lui continua  a far parte dell’universo DC, annunciando anche una risposta ufficiale della Warner Bros.

Le risposte ufficiali: Warner Bros.

La Warner Bros. non si è fatta attendere e ha risposto con questo comunicato:

“Seppure non sono state prese decisioni sul futuro dei film di Superman, noi abbiamo sempre avuto un grande rispetto e una grande relazione con Henry Cavill, e questo rimane invariato”

Rispetto e relazione rimangono invariati. Ciò non sembra proprio una negazione poiché la Warner non si è esposta dicendo che Cavill sarà ancora Superman. L’attore potrebbe lavorare per loro in altri ruoli. Senza dubbio è una comunicazione criptica che può insospettire, anche perché difficilmente THR scrive notizie senza avere nessun fondamento.

Superman

Le risposte ufficiali: Henry Cavill

Anche l’attore interessato non smentisce nulla e risponde in maniera criptica mostrando però i segni del suo lavoro: una maglietta di Krypton, il pianeta Natale di Superman, e un’action figure.

 

 

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Today was exciting #Superman

Un post condiviso da Henry Cavill (@henrycavill) in data: Set 12, 2018 at 4:23 PDT

Conclusioni

La Warner Bros. non ha e non sta gestendo al meglio la situazione Affleck che potrebbe non essere più Batman e le voci sono insistenti già da parecchi mesi. Il prossimo film del Cavaliere Oscuro, The Batmanè nelle mani del regista Matt Reeves che sta scrivendo la sceneggiatura e a quanto pare la finirà nelle prossime due settimane. I rumors dicono che gli studios stiano cercando un nuovo interprete per Batman ma non ci sono notizie ufficiali né su questo né sull’abbandono o l’allontanamento di Affleck. La stessa situazione potrebbe adesso verificarsi con Cavill per il ruolo di Superman.

Vi terremo aggiornati.

A Life in Movies! Affamato di Cinema e serie TV. Blogger e Social Media Strategist. Amo particolarmente la pizza e i LEGO!

Cinema

TFF 38: Regina, la recensione del film

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Direttamente dal 38° Torino Film Festival arriva un dramma tutto nostrano, Regina, diretto da Alessandro Grande e interpretato tra gli altri da Francesco Montanari e Ginevra Francesconi.

Una ragazzina piena di sogni e speranze vive sola col padre dopo la prematura perdita della madre. Il loro è un forte legame, ma tutto si rompe apparentemente quando i due un giorno diventano protagonisti di una situazione più grande di loro, inaspettata. E’ qui dunque che il sogno di fare la cantante, sostenuto dal padre che a sua volta ha dovuto abbandonare il suo di musicista per crescere la figlia, si infrange, perchè non coincide con una confusione mentale ed emotiva, difficile da superare.

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Regina, un dramma realistico ed emozionante


Un film breve, di soli 82”, che racconta una storia complessa, non tanto nella trama quanto nella dinamica dei sentimenti, talmente delicati e intimi da essere difficili da trasmettere appieno agli occhi di chi osserva. Un dramma che sa di vero, intenso, che riesce ad infondere profondità tramite una storia pervasa di denso spessore. Una vita già distrutta da un evento drammatico che non ci viene mostrato ma solo suggerito, va poi incancrenendosi finendo in frantumi grazie al secondo avvenimento, il quale rompe l’equilibrio che i due protagonisti stavano cercando di ricostruire insieme.

L’ ennesima batosta di una famiglia spinta a sopportare e subire invece che scegliere, cercando di andare avanti, ma sporcata di menzogne e falsità che fanno da presupposto per cercare di stabilire una normalità. Queste fondamenta sono come un terreno franabile poiché niente è più saldo quando ciò che ti spinge non è sincero. La differenza la fa la propria coscienza, l’onestà che ci caratterizza; non si riesce a tener su una vita con basi fragili.

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Quando si è onesti di natura, non si può fare a meno di essere corretti, prima o poi si deve fare i conti con l’insormontabile peso della propria coscienza o si crollerà come un castello di carte. Il senso di colpa è ben rappresentato in questo film, tramite una ragazzina incapace di sopportare una ulteriore condanna senza colpa, in una vita troppo giovane per essere così già piena di traumi. Anche il feeling tra padre e figlia è perfetto; gli attori protagonisti sono riusciti a rendere l’affiatamento necessario, portando realismo e di conseguenza empatia con lo spettatore.

Peccato per un rallentamento circa a metà durata, delineato anche da un pochino di confusione che a tratti fa perdere man mano di incisività rispetto alla fase iniziale, inciampando su se stesso e perdendo ritmo e dinamicità. Tutto sommato, però, il messaggio arriva forte e chiaro, seppur con qualche difetto, rimane una pellicola da vedere che può toccare corde sensibili negli occhi di chi guarda. 

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Cinema

TFF38 | Funny Face, storia d’amore muta contro la violenza del Sistema

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A Girl Walks Home Alone at Night, come nell’omonimo film del 2014 di Ana Lily Amirpour. Ma la giovane musulmana di Funny Face, nuovo lavoro dell’americano Tim Sutton, non è una vampira come quella di Sheila Vand, bensì una ragazza in rotta di collisione con gli zii che la ospitano in casa e che vorrebbero imporle un coprifuoco destinato a non essere mai rispettato.

Nelle sue lunghe passeggiate notturne, Zama incrocerà un altro ragazzo inquieto di nome Saul, che come lei lotta contro un potere costituito, quello di chi vuole imporre dall’alto una gentrificazione forzata, espressione di un modello di sviluppo predatorio e violento.

Funny Face | il nuovo film di Tim Sutton

Il nuovo film di Tin Sutton fa di tutto per distinguere nettamente i personaggi: cambia tipo di fotografia a seconda di chi è in scena e pone tra loro e la macchina da presa materiali di separazione diversi (i vetri pulitissimi e oscurati del suv su cui viaggia Jonny Lee Miller, quelli sporchi e opachi della vettura di Saul e Zama). Pur scadendo spesso in similitudini facili e banali (le maschere come lo chador) e affidandosi pigramente ad immagini derivative per descrivere l’avidità delle classi più agiate (sesso e denaro), Funny Face marginalizza le ingenuità della propria scrittura lavorando maggiormente sugli spazi e rendendo le persone che li attraversano semplici fenomeni vibrazionali destinati ad essere abbattuti o, al massimo, impiegati per scopi utili a qualcuno o a qualcosa.

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La forma della città

I due, protagonisti pasolinianamente difensori della “forma della città”, sono agitati da un moto armonico che reagisce ad una perturbazione dell’equilibrio con una accelerazione di richiamo proporzionale allo spostamento subìto, come oggetti ancorati ad una molla. I due seguono traiettorie indefinibili che li fanno avanzare e poi li costringono sempre a tornare sui loro passi. Sutton li segue con la macchina da presa in queste loro lunghe camminate, a volte dalle spalle, a volte attraverso carrelli laterali che ricordano quelli che accompagnavano le passeggiate di Eszter Balint in Stranger Than Paradise di Jim Jarmusch.

La dilatazione dei tempi narrativi

Sutton, al solito, dilata i ritmi del racconto, si emancipa dalla necessità dei dialoghi (come il precedente Dark Knight, anche questo sarebbe ugualmente comprensibile senza di essi) e fa della stilizzazione estrema la sua cifra stilistica. La differenza tra le classi subalterne (gramscianamente “marginali” e mai “fondamentali”, non essendo in grado di competere per l’egemonia) e quelle dominanti sta nel modo in cui si affrontano le cose. Infatti se i due personaggi principali parlano pochissimo e sono mossi da emozioni e pulsioni istintive, che non possono essere spiegate, i ricchi imprenditori che vogliono occupare gli spazi in cui questi si muovono parlano tantissimo e spiegano i loro piani attraverso lunghi monologhi o estenuanti conversazioni.

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Elegia Americana | la recensione del film con Glenn Close e Amy Adams

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Ron Howard, premio Oscar per A Beautiful Mind, ha co-prodotto con l’inseparabile Brian Glazer il nuovo film Elegia Americana, disponibile su Netflix. Sceneggiato da Vanessa Taylor, il film è l’adattamento cinematografico dell’omonimo libro di memorie del 2016 di J. D. Vance.

Elegia Americana | il nuovo film di Ron Howard

Il nuovo film di Ron Howard è un viaggio nel potere del ricordo, nel  valore della memoria e nella forza della famiglie. Il modello di riferimento è ancora una volta Frank Capra. La convergenza è tutta nel punto di vista: la grande ostinazione dei loro personaggi a sperare contro ogni previsione e contro tutti. Se ieri era la boxe (Cinderella Man – Una ragione per lottare) a mettere in gioco il coraggio individuale, il superamento di sé e la conquista del successo con la sola forza dei pugni, oggi è la white and poor America da cui J.D. Vance proviene e da cui si è emancipato attraverso gli studi accademici. Ron Howard fa ancora una volta quello che gli riesce così bene: il racconto di redenzione. Con risultati meno soddisfacenti che in passato.

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La ricerca della commozione

La famiglia di Elegia Americana è quella composta da una nonna iper dinamica e saggia, interpretata da Glenn Close, indurita forse troppo preso dalla vita, costretta da giovanissima a portare avanti una gravidanza a 13 anni e a sopportare le violenze del marito, e da una madre, Amy Adams, incapace di creare un rapporto empatico col figlio, il JD autore del libro, anche perché continuamente inghiottita dal vortice delle droghe e di amanti violenti. Entrambe le attrici sono pesantemente (s)truccate in modo da risultare invecchiate e appesantite, al servizio di interpretazioni create smaccatamente per concorrere agli Oscar: drammi e urla. Spogliato di ogni possibile elemento controverso, o ritenuto sociopoliticamente divisivo, Elegia americana, nella versione di Ron Howard rimane solo un melodramma dai grandi pianti.

Stereotipi voluti o inconsapevoli?

Alla fine, quella che emerge dal film di Rom Howard è la storia banale e ormai già ampiamente raccontata di una famiglia disfunzionale, priva di alcuna sfumatura e completamente disinteressata al realismo emotivo e sociale. Il regista prende due delle più grandi attrici dei nostri tempi – Amy Adams e Glenn Close – e le costringe in personaggi talmente stereotipati da riuscire a mettere in discussione il talento di interpreti che hanno ampiamente dimostrato di averne.

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