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Intervista a Khaled Hosseini, autore de Il Cacciatore di Aquiloni e Mille Splendidi Soli

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Quando parliamo di Khaled Hosseini non possiamo non ricordare le emozioni che ci ha regalato con Il cacciatore di aquiloni (2003) e Mille splendidi soli (2007), due best seller di successo mondiale che hanno fatto conoscere al mondo i drammi vissuti in Afghanistan da donne e bambini a causa di guerre devastanti. Del primo romanzo abbiamo potuto apprezzare anche la versione cinematografica realizzata dalla casa di produzione Steven Spielberg, Dreamworks, per la regia di Marc Forster, traduzione delicata e fedele della storia narrata dallo scrittore. Una storia influenzata certamente dai ricordi di quell’infanzia vissuta a Kabul, dove il medico e scrittore afghano è nato nel 1965 e che ha lasciato nel 1970 per seguire il padre, diplomatico del Ministero degli Esteri, prima in Iran, dove ha vissuto fino al 1973, e poi a Parigi nel 1976. Nel 1980 la famiglia Hosseini chiede e ottiene asilo politico negli Stati Uniti, e Khaled rivedrà la sua Kabul soltanto 27 anni dopo, quando tornerà in Afghanistan come inviato per l’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, un viaggio che lo segnerà profondamente. Di fronte a tanta povertà e desolazione decide di fare qualcosa di concreto per favorire il processo di reintegrazione di quegli 8 milioni di rifugiati costretti all’esilio in Pakistan e Iran per sfuggire al regime talebano, alla guerra e ancor prima all’invasione sovietica, e che al loro ritorno in Afghanistan non avevano più nulla, né casa, né acqua, né assistenza sanitaria, né tantomeno un lavoro.  Completamente senza voce. Così Khaled Hosseini, oltre a narrare le vicende afghane attraverso i suoi romanzi,  fa molto di più: attraverso la sua fondazione, la Khaled Hosseini Foundation, dà sostegno concreto ai rifugiati fornendo alloggi, assistenza sanitaria e istruzione e restituendo sogni e speranze a un popolo forte e tenace che, come lui stesso ci ha raccontato, non chiede l’elemosina ma vuole soltanto ricominciare a sperare in un futuro migliore dopo l’orrore della guerra.

 Come nasce la tua fondazione e in che modo sta aiutando la popolazione afghana?

La mia fondazione è stata ispirata da un viaggio che ho fatto in Afghanistan nel 2007 come inviato di Buona volontà  dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), l’Agenzia dell’ONU per i rifugiati. In quell’occasione, ho incontrato le famiglie dei rifugiati rimpatriati che vivono con meno di 1 dollaro al giorno, trascorrono inverni in tende o in buche scavate sottoterra, ed i cui villaggi perdono regolarmente dai dieci ai quindici bambini ogni inverno. Sono padre anche io e sono rimasto sconvolto e affranto nel constatare una tale sofferenza. Quando sono tornato negli Stati Uniti ho deciso che volevo fare qualcosa per sostenere queste persone e per migliorare le loro condizioni di vita. I rifugiati che ho incontrato non chiedevano l’elemosina. Erano persone tenaci e intraprendenti che lavoravano duramente e desideravano ricostruire il loro paese lasciandosi l’oscuro passato alle spalle. Chiedevano soltanto di potere accedere ad alcune risorse di base, prime fra tutte un alloggio e un’istruzione, in modo da poter lavorare per realizzare sogni e speranze. L’obiettivo della mia fondazione  è quello di fornire ai gruppi più deboli in Afghanistan, donne, bambini e rifugiati, la possibilità di fare proprio questo. So che, fornendo loro alloggio e accesso all’istruzione, diamo loro la sensazione di poter gestire la loro vita e permettiamo loro di cominciare a ricostruire il loro paese a pezzi. Potete trovare maggiori informazioni sulla mia fondazione nel sito www.khaledhosseinifoundation.org.

Qual è la situazione attuale in Afghanistan in termini di sopravvivenza e di diritti umani?

Anche se ci sono molte agenzie che lavorano per rispondere alle esigenze umanitarie della popolazione afghana, le necessità sono enormi e fornire servizi senza una infrastruttura nazionale stabile e affidabile è difficile, nella migliore delle ipotesi. La realtà è che gli Afghani sono ancora disperatamente dipendenti dal sostegno della comunità internazionale per la loro sopravvivenza.

Puoi spiegarci cos’è il progetto S.O.S ?

Lo Student Outreach Shelters (SOS) è un programma che abbiamo creato per consentire agli studenti di poter cambiare le condizioni di vita dei bambini e delle famiglie in Afghanistan. Il SOS consente agli studenti di salvare vite umane, raccogliendo fondi per costruire case per le famiglie afghane, in collaborazione con l’UNHCR. Questo progetto offre anche risorse gratuite per studenti e insegnanti che leggono i miei libri in modo che possono imparare di più sulla situazione del popolo afghano e su come poterlo aiutare. Le risorse disponibili comprendono programmi scolastici standard e includono lezioni, attività, video, proiezioni di diapositive, ecc che possono essere utilizzati in parte o interamente. Potete Trovare maggiori informazioni sul programma all’indirizzo: www.sos4tkhf.com

Ci puoi raccontare la tua esperienza come inviato volontario dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’UNHCR?

Nel giugno 2006, ho tenuto un discorso in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, durante la cerimonia del 20 giugno a Washington DC,  e poco dopo l’UNHCR mi ha contattato per chiedermi se ero interessato a collaborare con loro come inviato di Buona volontà. Per me è stato, per molti versi, uno strumento perfetto per qualcosa che stavo cercando di fare da molto tempo e non ho esitato nemmeno un attimo ad accettare. Da allora ho viaggiato una volta in Africa e tre volte in Afghanistan come inviato per l’UNHCR, nel 2007, 2009, 2010, e  ho colto tutte le opportunità a mia disposizione per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale al dramma dei rifugiati. Considero un grande privilegio dare voce a coloro che hanno vite difficili ma un grande coraggio.

La tua fondazione vende anche prodotti artigianali, quali bracciali e borse, realizzati da donne afgane che hanno subito tragedie familiari e sostentano le loro famiglie attraverso la vendita di questi prodotti. Ancora una volta, le donne sono  protagoniste e dimostrano di avere tanta forza. Può essere considerata una forma di emancipazione, un modo per riacquistare dignità?

Io la chiamerei un piccolo passo lungo il percorso, certo. Tutto ciò che permette alla donna di provvedere a se stessa e di ottenere l’autonomia, è un passo lungo il percorso verso l’emancipazione. Offriamo una vasta gamma di prodotti artigianali realizzati da  donne afghane nei campi profughi nella parte nord occidentale del Pakistan (Baghicha, Tajabad e nei campi di Haji) per raccogliere fondi per loro e per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla loro condizione. Le donne di cui vendiamo i manufatti, lavorano per  la ZardoziMarkets  for Afghan Artisans, una organizzazione afgana non governativa. Tutti i proventi del commercio di Zardozi vengono reinvestiti per creare ulteriori opportunità di lavoro per le circa 1.500 donne che si trovano nella loro rete. Molte di queste donne non avrebbero avuto altrimenti l’opportunità di creare reddito per se stesse e per le loro famiglie. Il reddito che realizzano permette loro di fornire cibo, medicine, opportunità educative e di soddisfare altre esigenze delle loro famiglie.

Che cosa possiamo fare per aiutare queste donne?

Certamente vi incoraggio a sostenere la donne artigiane di  Zardozi acquistando i loro prodotti attraverso il nostro sito. Il 100% dei proventi di queste vendite viene inviato direttamente alla ONG in modo che sia un po’ come essere lì ad aiutarle di persona.

Il tuo percorso di vita ti ha portato a chiedere asilo negli Stati Uniti e sei tornato in Afghanistan soltanto dopo 27 anni. Cosa era cambiato in te e nel tuo paese? Hai provato un conflitto di identità?

C’è una riga nel libro in cui Amir dice alla sua guida, “Mi sento come un turista nel mio paese.” In buona parte mi sono sentito così quando sono tornato a Kabul. Dopo tutto, ero stato via per più di un quarto di secolo. Non ero lì per la guerra contro i sovietici, per la lotta dei mujahedeen  o per i talebani. Non avevo perso gli arti a causa delle mine e non dovevo vivere in un campo profughi. Nel mio ritorno c’è stato certamente un senso di colpa per essere sopravvissuto. Da un lato, ho sentito che quel posto mi apparteneva, tutti parlavano la mia lingua e condividevano la mia cultura. Dall’altro, mi sentivo come un estraneo, un estraneo molto fortunato, ma comunque un estraneo. Naturalmente molte cose erano cambiate in Afghanistan da quando ci vivevo io da ragazzo. Gran parte di Kabul, dove sono cresciuto, era stata abbandonata o distrutta. C’è un numero impressionante di vedove, orfani e persone che hanno perso gli arti a causa delle mine e delle bombe. E naturalmente c’è un numero enorme di profughi senzatetto. Vi è anche una grande varietà di armi e ho rilevato una cultura delle armi a Kabul, cosa che non mi ricordo affatto dal 1970. Ma la cosa più sorprendente per me è stata che, nonostante le atrocità, le indicibili brutalità e le difficoltà, gli Afghani hanno sopportato, non hanno perso la loro umiltà, la loro grazia, la loro ospitalità, e il loro senso della speranza. Me ne sono andato molto impressionato dalla loro capacità di resistere. Io certamente spero di tornare ancora lì, ma al momento non ci sono piani concreti per farlo.

Dopo questo viaggio hai scritto Il cacciatore di aquiloni. Cosa è scattato dentro di te?

In realtà, avevo già scritto Il cacciatore di aquiloni prima di andare in Afghanistan nella primavera del 2003. Il cacciatore di aquiloni è iniziato come un breve racconto che ho scritto dopo aver sentito che il volo degli aquiloni era stato vietato in Afghanistan dai Talebani. Quella storia è rimasta su uno scaffale nel mio garage per un bel po’, finché mia moglie mi ha convinto che poteva essere la base di un romanzo in grado di dare un volto umano all’Afghanistan. Mai mi sarei aspettato che il libro potesse avere tanto successo e la cosa più gratificante di questo successo è che molte persone in tutto il mondo sono venute a sapere di più sull’Afghanistan rispetto a quello che si legge sui giornali o si vede nei notiziari.

Da Il cacciatore di aquiloni è stato tratto un film di altrettanto successo. Come hai vissuto questa esperienza e che rapporto hai con il cinema?

Amo la pellicola come strumento, prima di tutto. Molti scrittori hanno una sfiducia intrinseca nel considerare il film una forma d’arte, io invece no. Ho preso atto del fatto che il cinema e la letteratura siano due diverse forme d’arte e penso che un adattamento cinematografico di un romanzo deve omettere le cose che sono care allo scrittore. Nel momento in cui mi sono staccato dall’idea che tutto ciò che avevo scritto doveva essere messo sullo schermo, ho potuto gustare il processo di lavorazione del film.  Essere sul set è stata un’esperienza surreale. Scrivere un romanzo è un’impresa intensamente personale e solitaria. Il cinema è innanzitutto un processo di collaborazione. Così è stato strano vedere decine di persone che andavano in giro e cercavano di trasformare questa mia creazione molto interiore in una esperienza visiva per tutti gli altri. E stata una esperienza unica essere testimone dell’interpretazione visiva dei miei pensieri. Ammiro molto il lavoro del regista e degli attori e sono molto grato che il film sia stato realizzato.

A cosa ti ispiri quando scrivi i tuoi libri?

Mi sono ispirato, come tutti gli scrittori, a quello che ho visto, sentito e vissuto.   La fonte di ispirazione fondamentale  per i miei primi due romanzi è stata la mia conoscenza del popolo afghano, la loro tenacia, il loro sacrificio, il loro coraggio, gli ostacoli che hanno dovuto superare negli ultimi 30 anni. Nella primavera del 2003, sono andato in Afghanistan e ho parlato a molte donne a Kabul. Le loro storie di vita erano veramente strazianti. Per esempio, una donna, madre di sei figli, mi ha detto che suo marito, un vigile urbano, guadagnava  40 $ al mese ma non veniva pagato da sei mesi. Aveva preso soldi in prestito da amici e parenti per sopravvivere, ma dal momento che non riusciva a restituirli, avevano smesso di prestarglieli. E così, ogni giorno inviava i suoi figli in diverse zone di Kabul a chiedere l’elemosina agli angoli delle strade. Ho parlato con un’altra donna che mi ha detto che una sua vicina vedova, di fronte alla prospettiva di morire di fame, ha dato da mangiare ai suoi figli le briciole di pane che erano in mezzo al veleno per topi e poi le ha mangiate anche lei. Ho incontrato una bambina che aveva il padre paralizzato dalla vita in giù per una granata. Lei e sua madre chiedevano l’elemosina per le strade di Kabul dall’alba al tramonto. Quando ho iniziato a scrivere Mille splendidi soli, mi sono ritrovato a pensare più volte a quelle donne così forti e anche se nessuna di quelle che ho incontrato a Kabul ha ispirato Laila e Mariam, le loro voci, i loro volti e le loro incredibili storie di sopravvivenza erano sempre con me, e buona parte della mia ispirazione per questo romanzo è venuta dal loro spirito collettivo.

Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli, pur nella loro drammaticità, hanno emozionato il mondo per la delicatezza e la profondità con cui sono stati trattati temi dolorosi come l’infanzia violata, le rivalità etniche, la sofferenza delle donne afgane. Quando ci regalerai una nuova emozione da leggere?

Attualmente sto lavorando ad un nuovo romanzo. Mi piacerebbe potervi dire quando sarà pubblicato,  ma al momento  posso soltanto dirvi che ci sto lavorando e che riguarda l’Afghanistan.

C’è tanto desiderio di cambiamento in Afghanistan, nonostante le comprensibili difficoltà.  Vediamo la freschezza e l’energia di artisti  come i Kabul Dreams e di molti altri artisti, anche di strada. Tutto ciò  era impensabile sotto i Talebani.  I giovani, gli artisti, la cultura, riusciranno di nuovo a far volare in alto gli aquiloni?

Non ho alcun dubbio. La forza del coraggio tra i giovani afgani è davvero impressionante. C’è brama di creare, esprimere, comunicare. L’Afghanistan è fondamentalmente una nazione giovane, il che significa che quasi il 65% della nazione è sotto i 25 anni. Sono una risorsa inutilizzata. Credo ci siano modi costruttivi per coinvolgere questi giovani, come l’arte, la tecnologia, l’istruzione, il lavoro, per permettere loro di realizzare le loro potenzialità e contribuire alla ricostruzione della loro patria tormentata. Torneranno a volare gli aquiloni? Andate in Afghanistan e vedrete che volano già.

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Cinema

Green Book, la conferenza stampa

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Green Book è un film che fa bene al cuore. L’amicizia nata nel 1962 tra un uomo di colore e un uomo bianco, sono al centro del film diretto da Peter Farrelly, con Viggo Mortensen e Mahershala Ali. In questi 130 minuti dove a regnare sono le tante risate e i momenti di riflessione, i due protagonisti dimostrano che il sentimento come l’amicizia, non si ferma davanti a differenze di sesso e di razza. Durante la conferenza stampa, l’attore Viggo Mortensen ha stupito l’intera platea ascoltando le domande dei giornalisti in Sala Petrassi totalmente privo di cuffiette per le traduzioni, e risposto in maniera esaustiva alle domande con un italiano a tratti maccheronico.

Questo film è tratto da una storia vera. Come hai reso tuo questo personaggio?

Quando ho letto la sceneggiatura ho capito subito che era tra le più complete che avessi mai ricevuto. Ho trovato una storia vera basata su eventi veri, che fanno ridere e piangere. Io non sono italiano ma ho lavorato con attori italo-americani davvero bravi. L’importante era non farne una caricatura. Mi ha aiutato molto avere a che fare con la famiglia Vallelunga. È stato un film davvero importante. Green Book non ti dice cosa fare, cosa pensare, cosa dire o pensare. È un viaggio che ti fa ridere, piangere e riflettere allo stesso tempo. È una storia del passato che fa riflettere sul presente.

Per la prima volta dirigerai un film. Che tipo di regista sei?

Nella mia carriera ho trovato dei grandissimi registi. Tutti hanno delle tecniche di regia diverse, ma l’importante è fare lavoro di squadra. Non voglio fingere di fare tutto, ma voglio fare questo film ed ho bisogno dell’aiuto di tutta la squadra. Infatti ho detto al mio staff che se hanno idee per il film, devono parlarmene, senza avere paura di farlo. Potrebbe sembrare una storia noiosa il viaggio di due persone in una macchina, ma con il lavoro di squadra si è trasformato in qualcosa di formidabile.

Questo è un film importante, soprattutto per gli ultimi tempi. Cosa ne pensi?

Onestamente questo film non è importante solo per questi tempi. Storie come questa, aiutano ad essere meno ignoranti. Non è un problema che riguarda solo l’Italia o l’America ma tutto il resto del mondo. La cosa peggiore è che ci sono leader politici che dovrebbero essere informati ma in realtà, spesso sono quelli più ignoranti o a volte fingono di esserlo per restare al potere. Per questo ci si chiede: ma cosa votiamo a fare, se non abbiamo voce in capitolo per cambiare le cose? Basta poco anche uno “scusa” per avere un po’ di umanità verso il prossimo. Questa è una storia che ti invita a riflettere ed è un esempio per i giovani.

Per interpretere Tony Lip hai dovuto ingrassare e parlare italiano. Che tipo di preparazione hai effettuato?

Ho preso 20kg per questo ruolo. È stato più facile ingrassare che dimagrire, in questo anno, soprattutto per la mia età. Per quanto riguarda l’italiano, è una lingua che conosco e quando sul copione era scritto di parlarci, improvvisavo. Stando a contatto con la famiglia Vallelonga ho scoperto un mix tra italiano e dialetto calabrese. D’altronde si capisce che la famiglia appartiene al sud Italia. Divertente è stato l’aneddoto al ristorante della famiglia di Tony Lip, dove il figlio del protagonista ha iniziato a portarmi portate diverse, come quattro piatti di pasta che ho dovuto mangiare per non offenderli, entrando nel mood della tipica famiglia italiana. Il cibo mi ha schiacciato, ma per me è stata una sfida. Ho anche fatto delle ricerche sulla loro famiglia.

Visto che conosci l’italiano, ti piacerebbe lavorare con un regista italiano?

Sarebbe una bella sfida. Ho fatto una volta un film con un regista francese pur non conoscendo approfonditamente la lingua. Conosco anche l’arabo. Il cinema italiano ha ottimi registi. Da quando sono qui ho conosciuto solo Tornatore, ma nonostante questo, non mi sento di fare un nome con la quale lavorare. Vedremo…

 

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Cinema

RomaFF13, Sigourney Weaver: “Per un regista io non sono una scelta logica, ma un’intuizione”

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Sigourney Weaver

Sigourney Weaver è ospite alla 13° edizione della Festa del Cinema di Roma per ricordare alcuni dei suoi successi sul grande schermo, da Ghostbusters al cult di fantascienza Alien, che hanno plasmato la sua carriera di attrice all’insegna della versatilità. Prima di essere protagonista di un Incontro Ravvicinato con il Direttore artistico Antonio Monda, la star di Hollywood ha incontrato la stampa. “La cosa interessante per me è sempre la storia. Ghostbusters è stata una fantasia sui fantasmi e poi tutto si è spostato verso la fantascienza, un genere sofisticato adesso che affronta alcune grandi domande sull’esistenza (chi siamo?, dove andiamo?, cosa succede al nostro pianeta?) In America abbiamo grandi scrittori di fantascienza” ha affermato, continuando poi a condividere la sue esperienza dentro e fuori dal set sorridente e disponibile.

I suoi genitori sono entrambi attori. Ha imparato qualche lezione importante da loro?

Ho ammirato molto entrambi. Mio padre mi ha fatto innamorare di questo mondo e di questa arte. Faceva soprattutto programmi televisivi e quando tornava la sera a casa si capiva che si era divertito. Per questo mi ha fatto sviluppare una inclinazione verso questo mondo. Mia madre invece non parlava mai della sua carriera che ha dovuto abbandonare quando ha sposato mio padre. Non l’ha mai superata, e mi diceva sempre che è un mondo corrotto e di starne lontana, perché tutti volevano solo portarti a letto e approfittarsi di te.

Agganciandoci al consiglio di sua madre, cosa ne pensa del recente scandalo molestie con Harvey Weinstein e tutto quello che ne è derivato? E crede che per le donne qualcosa sta cambiando nell’industria cinematografica?

Era ora direi. E’ stato un passo fondamentale nella lotta per la qualità sul posto di lavoro. Queste donne coraggiose che hanno parlato hanno iniziato una rivoluzione, però l’industria che io conosco, delle troupe, dei registi, volevano che le cose cambiassero da molto tempo e che il cinema fosse più aperto alle donne. Credo che ci sia ancora molto da fare, ma siamo sulla strada giusta per un cambiamento, la parità e l’uguaglianza.

Il regista migliore con cui ha lavorato? 

Ho lavorato con registi molto diversi, ma tutti meravigliosi. James Cameron ha intuito in modo sottile come potevo lavorare, mentre ad Ang Lee, mentre giravamo Tempesta di Ghiaccio, bastava uno sguardo per capire cosa dovevo o non dovevo fare.

Conosce il cinema italiano?

Ho incontrato Luca Guadagnino e mi ha chiesto di essere in un paio di suoi film, ma uno poi non lo ha mai girato e un altro io non l’ho potuto fare. Però tutti sappiamo l’importanza del cinema italiano. In particolare ho visto e amato Roma di Fellini. 

Come ha vissuto l’esperienza di Alien? Si immaginava il successo che è arrivato dopo aver fatto quel film?

Ridley Scott aveva fatto I Duellanti e questo era il suo secondo film. C’era molta improvvisazione sul set e, venendo dal teatro questo un po’ mi spaventava, ma in fondo adoro farmi trasportare un po’ da tutte le parti quando faccio il mio lavoro. Alien è stata una grande sfida e poi sono passati due anni per fare un altro film. Lo ricordo come un film fantastico e innovatore semanticamente, ne sono molto orgogliosa. 

Non le hanno mai proposto il ruolo di una fidanzata o una moglie?

Quando parlavo con i produttori si volevano subito sedere perchè ero troppo alta. Appena mi vedevano non riuscivano a considerarmi una potenziale fidanzata di qualcuno perchè li mettevo in soggezione per la mia fisicità. Un anno vissuto pericolosamente forse è stato l’unico ruolo di quel tipo. Ma nella mia carriera sono stata ingaggiata da registi molto fantasiosi, perché la mia scelta non era mai logica ma solo l’intuizione di qualcuno.

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Alice nella Città

Skam Italia 2: intervista esclusiva ai protagonisti e qualche anticipazione

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Casa Alice ha ospitato il cast di Skam Italia, la serie creata da Julie Andem, portata al successo in Italia dal regista Ludovico Bessegato per TimVision. Skam Italia è il remake dell’omonima serie norvegese iniziata nel 2015 e terminata nel 2017, che ha ottenuto ottimi risultati a livello mondiale. La versione italiana fa parte di un progetto internazionale a cui molti Paesi hanno deciso di contribuire con le proprie caratteristiche territoriali e sociali, pur rimanendo fedeli all’idea originale. Per la versione nostrana è stata scelta Roma. La città eterna è l’ambiente all’interno della quale i giovani studenti di un liceo romano narrano le proprie vicende, mostrando carattere, debolezze, primi amori e dubbi sulla propria identità sessuale.

La particolarità di Skam Italia è il rapporto che si viene a creare tra il personaggio e lo spettatore, riuscendo a condividere messaggi di WhatsApp e aggiornamenti sui social network dei protagonisti, proprio come avviene quotidianamente nella realtà. In questo modo si ha la possibilità di conoscere segreti e indagare su alcune situazioni poco chiare che portano avanti la storia. Nel corso della prima stagione, sul sito web di Skam Italia, ogni giorno vengono rilasciate delle clip che compongono un episodio. L’incredibile successo derivato da questa serie, seguita e amata da milioni di adolescenti in tutta Italia, ha creato un grandissimo richiamo di interesse e approvazione. L’entusiasmo dimostrato dal pubblico e della critica è stata la scintilla che ha convinto i produttori e il regista a confermare l’inizio delle riprese di una terza stagione di Skam Italia.

La domanda che tutti si sono posti dopo l’ultimo episodio della prima stagione è stata: “Cosa ci riserveranno i prossimi episodi?” NewsCinema.it prova a svelarvi qualche curiosità su quello che vedrete nella seconda stagione, offrendovi l’intervista esclusiva con i protagonisti della serie, durante la presentazione delle prime due clip del terzo episodio all’interno della 16° edizione di Alice nella città. Presente all’evento il regista e sceneggiatore Ludovico Bessegato e tutto il cast composto della prima stagione più una new entry: Ludovica Martino (Eva Brighi), Ludovico Tersigni (Giovanni Garau), Benedetta Gargari (Eleonora Sava), Federico Cesari (Martino Rametta), Beatrice Bruschi (Sana Allagui), Greta Ragusa (Silvia Mirabella), Martina Lelio (Federica Cacciotti), Giancarlo Commare (Edoardo Incanti), Luca Grispini (Federico Canegallo), Rocco Fasano (Niccolò Fare), Francesco Centorame (Elia Santini) e Pietro Turano (Filippo Sava).

Beatrice Bruschi! Federico Cesari e Pietro Turano.

SKAM Italia e il tema dell’integrazione

Il personaggio di Sana affronta una delle tematiche più scottanti presente nel nostro Paese: l’integrazione. L’attrice che interpreta Sana, parlando del suo personaggio ha detto: “Sicuramente è molto importante il discorso dell’integrazione in Italia. In qualche modo mi sento ambasciatrice di questa situazione. Riscontro una grande responsabilità su questo tema, tanto che ho ricevuto anche molte critiche perché non sono veramente musulmana. Premetto che sto studiando molto questa religione, che mi affascina moltissimo e oggi posso dire di conoscerla bene e chiaramente sto cercando di far fare al mio personaggio un percorso di crescita attraverso l’andamento delle stagioni. Credo che sia importante mandare un messaggio. Per quanto Skam sia una serie semplice, senza pretese, che racconta la quotidianità di giovani ragazzi, un messaggio c’è sempre. Inoltre spero che l’ integrazione, come fa Sana – perché alla fine è cmq integrata, riesce a crearsi a costruirsi un gruppo di amiche ed amici – riesca a realizzarsi e a concretizzarsi anche nella vita reale. Spero che tutte le persone che si sentono emarginate possano trovare la forza di essere se stessi. Come infatti fa Sana. Lei è se stessa. Lei non si preoccupa di dirti che un vestito non ti sta bene. Lei te lo dice, se ne frega di tutto perché lei è fatta così.”

SKAM Italia e la comunità LGBT

Un’altra tematica molto cara ai più giovani è l’orientamento sessuale. Durante la seconda stagione cambierà il rapporto tra Martino e Filippo dal momento che Martino avrà una storia sentimentale con Niccolò? Parlando del mondo delle comunità gay, è stato chiesto a Federico Cesari quali sono le differenze tra Isak, la sua trasposizione norvegese e quella italiana di Martino e se pensa che in un Paese bigotto – sotto certi aspetti – come l’Italia, questa serie possa aiutare a comprendere che l’amore tra due uomini è una cosa naturale, perché  l’amore è universale e non fa alcun tipo di distinzioni sessuali. “Rispetto al personaggio di Isak le tematiche e gli sviluppi vengono riprese dalla versione norvegese, così come anche le dinamiche rimangono invariate. Per quanto mi riguarda io ho cercato di attenermi alle versione norvegese, ma rendendo mio questo personaggio. Nella versione originale Isak è interpretato da un attore bravissimo e sinceramente copiare il suo modo di recitare sarebbe stato paragonato a quello di una “brutta copia” dell’originale. Per questo motivo ho cercato di italianizzare Martino, visto che le mie radici sono ben radicate nella cultura italiana. Per quanto riguarda la speranza che questa serie possa far comprendere, soprattutto agli adulti, che essere gay non vuol dire avere dei problemi, spero vivamente che questa produzione possa simboleggiare un punto di svolta nel nostro Paese. Come ben sappiamo Skam Italia nasce come serie e pertanto ha il potenziale limitato di una serie. Nonostante questo vedo che comunque molti mi scrivono, confidandomi che dopo averla vista sono riusciti a trovare la forza di fare determinate cose. Questo tipo di messaggi rappresentano la mia idea di complimento. Trovo che leggere messaggi come:’Skam mi da la forza di fare questo’ sia una cosa bellissima. Speriamo vivamente di normalizzare la tematica dell’omosessualità, raccontando una normale storia d’amore tra due ragazzi, che viene vissuta in maniera serena, tenendo conto degli sviluppi introspettivi dei personaggi. Noi abbiamo cercato di normalizzarla il più possibile.”

Il nuovo personaggio di SKAM Italia

Agganciandoci alle dichiarazioni rilasciate dall’attore che interpreta Martino, abbiamo scambiato quattro chiacchiere anche con la new entry del gruppo, Filippo Sava, il fratello di Eleonora. Il suo personaggio nella seconda stagione darà una bella scossa alla trama e alla vita di Martino. “Filippo è un personaggio molto ironico che si permette con una sottile ironia, di dire ed essere ciò che vuole. Riesce a mostrare ciò che è realmente, esprimendosi in maniera libera, proprio grazie a questa sua ironia simpatica, semplice e molto onesta. Trovo che questo personaggio sia onesto, profondamente sensibile  – e che come fanno molte persone – cerca di difendersi con il sarcasmo e con un po’ di cinismo, senza perdere mai la sua sensibilità. Questo aspetto emerge proprio nel rapporto con Martino, con il quale cerca fin dall’inizio un contatto per poterlo aiutare, ponendosi come punto di riferimento nella sua vita. Poi con sua sorella ce ne saranno delle belle, ma questo lo vedremo più tardi.”

C’è la speranza che questa serie possa aiutare gli adulti a comprendere il mondo omosessuale durante il periodo dell’adolescenza? Pietro Turano ha risposto: ” Sono convinto che questa storia tra Filippo e Martino, possa aiutare a comprendere che l’amore non ha sesso. Sono anni che io faccio attivismo LGBT e negli anni mi sono reso conto che spesso i giovani si sentono soli. Quando i punti di riferimento non ci sono sul territorio bisogna fare quel passo in più per andarli a cercare. Sempre più spesso ci sono storie come questa raccontata nella serie. Skam è molto vicina alla realtà dei giovani, essendo un prodotto fatto da giovani e per i giovani, con l’auspicio che magari li possa aiutare a compiere quel famoso passo di coraggio, per andare a cercare qualcuno con cui confrontarsi. È vero che siamo in un Paese un po’ bigotto, un po’ difficile, ma Roma non è una città omofoba. Certo, c’è un po’ di tutto in giro e spesso ci si sente soli, ma non bisogna pensare tutto in negativo. Le persone con cui confrontarsi esistono, non si è mai veramente soli e anche l’Italia è un Paese ricco di opportunità, di conoscenza, di confronto, di dialogo, di condivisione. Sono profondamente sicuro che Skam aiuterà i giovanissimi a trovare il coraggio di essere se stessi”.

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