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Cinema

Jonah Hill | al via la produzione del docufilm sul terapista Phil Stutz

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Il debutto alla regia dello scrittore, produttore, attore e regista Jonah Hill, non ha avuto molto successo quando è stato presentato per la prima volta nel 2018. Oggi, più maturo professionalmente è pronto a cimentarsi in una sfida molto ardua. Il suo prossimo film affronta un argomento troppo spesso considerato tabù negli Stati Uniti: la terapia.

Il secondo film di Jonah Hill

Hill si è già messo all’opera per la produzione per il suo secondo film. Fin ora non si conoscono dettagli come il titolo del documentario, anche perché in questo modo non si corre il rischio di fare delle conclusioni affrettate e banali sul lavoro del terapista scelto da Hill. Recentemente, l’attore e regista ha pubblicato sul suo profilo Instagram un aggiornamento a riguardo, annunciando ufficialmente l’inizio dei lavori per questo ambizioso progetto.

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Le dichiarazioni di Jonah Hill

“È un documentario sul mio brillante terapista, il dottor Phil Stutz, e sulla terapia in generale”, ha spiegato Hill nella sua didascalia. “L’idea è di fare un film che incornici la terapia e gli strumenti di Phil per affrontare la vita in un modo che non sia banale o banale. Tutto quello che ho visto crescere sulla terapia ho alzato gli occhi al cielo. ” Continua definendolo: “un film stupefacente che democratizza la terapia per uso privato su Netflix” e rivela che Joaquin Phoenix , con cui ha lavorato in Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot , sarà coinvolto come produttore sul progetto.

Ma ecco la parte davvero interessante: sembra anche stuzzicare una sorta di elemento interattivo a questo progetto. “Se non puoi permetterti la terapia o c’è uno stigma nella tua famiglia e nella tua vita, l’idea è che puoi usare privatamente questi strumenti sulla base dei sentimenti che stai provando (depressione, ansia, rimpianto, ecc.) E usarli nel la privacy di casa tua su Netflix “, ha detto. “Invio a tutti voi tanto amore. Ne abbiamo tutti bisogno.

Il mio amore più grande?! Il cinema. Passione che ho voluto approfondire all’università, conseguendo la laurea magistrale in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale a Salerno. I miei registi preferiti: Stanley Kubrick, Quentin Tarantino e Mario Monicelli. I film di Ferzan Ozpetek e le serie tv turche sono il mio punto debole.

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Cinema

TFF38 | Wildfire, due sorelle “contro” l’Irlanda unita

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In concorso al 38esimo Torino Film Festival, Wildfire di Cathy Brady è un’opera prima di altissimo livello. I titoli di testa introducono lo spettatore al contesto nel quale vivono e agiscono le protagoniste. Siamo in Irlanda, in una piccola cittadina dove tutti più o meno si conoscono e le voci circolano liberamente, senza curarsi della loro attendibilità.

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Wildfire | Un ritorno che sconvolge gli equilibri

In questo microcosmo aleggia come immaginabile un sentimento di aggregazione molto forte, dal quale si viene protetti e custoditi, ma che talvolta può condurre a un atteggiamento omertoso e nocivo. Soprattutto per chi è lontano da troppo tempo.

Quando Kelly (Nika McGuigan) torna nella sua terra natale emergeranno gradualmente e irreparabilmente le problematiche legate a ciò. Dopo l’iniziale euforia e la ritrovata tranquillità, arriva il momento delle congetture. E non è mai semplice sopportare dicerie e falsità su se stessi e sulla propria famiglia.

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Nika McGuigan e Nora-Jane Noone in una scena del film

Il discorso della sanità mentale ricorre in varie occasioni, come se fosse una spada di Damocle che pende sulla testa delle protagoniste. Ma la realtà è ben più stratificata.

Il peso del passato e la ricerca della verità

Ed ecco che interviene il passato a dare in qualche modo una spiegazione a tanti gesti, alla tragedia che ha segnato per sempre la storia di Lauren (Nora-Jane Noone) e Kelly. Le ferite che si portano dietro sono probabilmente non rimarginabili, sebbene abbiano tentato l’una la fuga e l’altra la rimozione.

Eppure la ricerca della verità non si interrompe nemmeno quando rischia di portarle sull’orlo della distruzione. É un percorso a ritroso, a scavare nei loro ricordi e nella vita della loro amatissima madre. Un cappotto rosso e una lista della spesa sono gli unici oggetti rimasti tra quelli appartenuti alla donna, conservati gelosamente e spesso fonte di un dolore inconoscibile.

L’emozione esplode nell’ascoltare la voce registrata durante una giornata di totale spensieratezza: prima che l’infanzia delle giovani venisse improvvisamente spezzata dalla violenza della vita, c’erano due bambine con la loro mamma che si godevano la gioia delle piccole cose.

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Nika McGuigan e Nora-Jane Noone in una scena del film

L’amore di una sorella che salva la vita

Crescendo Lauren e Kelly hanno preso strade diverse, perdendo parte del legame che avevano da piccole. Per questo hanno bisogno di tempo, per ritrovare ciò che le univa, l’amore incondizionato, profondo e salvifico di una sorella. E, così facendo, ricompongono anche la loro anima.

Il mondo esterno ci prova in tutti i modi a colpirle, ma la loro forza va oltre. Oltre gli insulti, i pregiudizi, le menzogne. In una delle scene più toccanti e travolgenti di Wildfire, Lauren e Kelly ballano come se non ci fosse un domani: è una danza selvaggia, liberatoria, intima; un momento necessario e fondamentale, durante il quale arrivano addirittura a respirare in sincrono.

Leggi anche: TFF 38 | The Dark and the Wicked segna il ritorno di Bryan Bertino all’horror

La Brady canalizza l’intensità del racconto nelle gesta di queste due donne, negli sguardi e nelle fisicità che si relazionano con l’ambiente circostante – a volte accogliente, altre ostile. Il film è dedicato alla memoria della McGuigan, scomparsa all’età di soli 33 anni e qui alla sua ultima apparizione.

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Cinema

TFF 38 | Gunda, parabola animalista tra poesia e realismo

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Il nuovo film di Viktor Kosakovskiy è stato definito da Paul Thomas Anderson come “ciò a cui tutti dovremmo aspirare come registi e pubblico”. Joaquin Phoenix l’ha voluto co-produrre. Adesso è al Torino Film Festival, che si svolgerà online fino al 28 novembre. Ecco cosa rende Gunda così speciale.

Gunda al Torino Film Festival

Cosa è Gunda? Un film in bianco e nero senza esseri umani e senza parole, in cui nessuno parla perché gli unici essere viventi in campo sono gli animali di una fattoria. Al centro del racconto c’è una scrofa che ha appena dato alla luce dei cuccioli. In teoria sarebbe un documentario, ma nella pratica è qualcosa di totalmente diverso: è un film fatto di immagini riprese davvero e non “messe in scena”, prive di una trama e di un intreccio di finzione, ma che finge di essere ambientato in un unico cortile (quando invece sono almeno tre ambienti diversi) e in più è caratterizzato da una cura pazzesca per l’estetica e da un lavoro sul sonoro (dichiaratamente falso e ritoccato) che lo proiettano su un altro livello, che non è quello della documentazione, bensì quello della trasfigurazione della realtà in qualcosa di differente.

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Cinema di prossimità

Pensare la prossimità significa pensare l’eccedenza di senso, poiché quando si è in una tale condizione di vicinanza il pensiero pensa più di quanto possa pensare. Il sensibile non si pone così in opposizione al razionale, non costituisce quella dimensione che la riflessione può arginare e dominare o il negativo che la conoscenza riordina nel sapere, ma, un’originaria affezione, relazione con gli altri (in questo caso gli animali del film), che è espressione e linguaggio. Pertanto la scelta di concentrare l’attenzione sulla sensazione che immagini come quelle di Gunda producono senza raccontare davvero qualcosa, descrive la sensibilità come l’accadere di un contatto e, per questo, viene pensata innanzitutto attraverso il senso del tatto e della vicinanza a ciò che si osserva.

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La prossimità si colloca in questo accadere «senza intenzione», perché l’evento dell’avvicinarsi agli altri è originario, primario, rispetto a qualsiasi “coscienza di” da parte dello spettatore. Ma prossimità, in senso propriamente cinematografico, implica anche un’esclusione dal campo del visibile. Per questo alcune informazioni sugli animali ripresi da Kosakovskiy sono nascoste quando la macchina da presa si avvicina ai soggetti che deve riprendere e si rivelano solo successivamente: le etichette degli animali, così come le recinzioni che ne delimitano la libertà. 

Appeal commerciale?

Andando avanti nella visione è infatti sempre più evidente che una gran parte del successo americano e dello status che questo film ha conquistato dalla Berlinale al Festival di Torino (non a caso è stato acquistato da Neon, società che ha distribuito in America film come I, Tonya, Parasite, Vox Lux, Honeyland o Borg McEnroe) viene dal suo essere in maniera indiretta una grandissima parabola vegana. Era infatti da parecchi anni che Viktor Kosakovskiy cercava di mettere insieme il budget per il film. Ci è riuscito solo quando Joaquin Phoenix ha deciso di accettare l’Oscar con un discorso animalista che l’ha reso il vegano più noto del pianeta.

I co-produttori hanno fatto di tutto per raggiungerlo e lui, viste le prime immagini e capito il punto del film, l’ha immediatamente appoggiato diventando produttore esecutivo. Ma l’endorsement più pesante è stato forse quello di Paul Thomas Anderson, che l’ha definito: “Puro cinema, un film dentro il quale tuffarsi. È spogliato fino ai suoi elementi essenziali, senza interferenze. È quello a cui tutti dovremmo aspirare sia come pubblico che come filmmaker – immagini e sonoro messi insieme per raccontare una storia profonda e potente senza fretta. Le immagini strabilianti e il sono uniti al cast migliore possibile formano più una pozione che un film”. Neon ha ovviamente inserito la dichiarazione di Anderson nel trailer del film, facendone uno dei principali strumenti di promozione.

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TFF 38 | The Dark and the Wicked segna il ritorno di Bryan Bertino all’horror

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Bryan Bertino, regista di The Strangers e nome particolarmente caro agli amanti del cinema horror, torna alla regia dopo diversi anni passati lavorando come sceneggiatore. Il nuovo The Dark and the Wicked è stato presentato al Festival di Torino.

The Dark and the Wicked | la recensione

Dopo aver diretto un piccolo cult come The Strangers (svecchiando il sottogenere della home-invasion prima dell’avvento di You’re Next e madre!) e dopo aver rinchiuso in casa i protagonisti di Mockingbird, alle prese con una macchina da presa maledetta, Bryan Bertino torna ancora una volta sul luogo del delitto che ha da sempre caratterizzato la sua filmografia, affermando una volta per tutte che la propria abitazione non è il posto da cercare per essere al sicuro, ma quello da cui fuggire per salvarsi. Così, similmente a quanto accadeva in The Monster, che iniziava con la piccola Lizzy diretta verso la casa del padre e della sua nuova compagna, per sfuggire a una mamma alcolizzata e indolente, il nuovo The Dark and the Wicked racconta di due fratelli che tornano alla fattoria di famiglia per dare l’ultimo saluto al proprio genitore moribondo. Dopo pochi giorni, però, si insinua in loro il dubbio che qualcosa di malvagio si stia impossessando della casa.

the dark and the wicked 2020 film

Tra spettri e ferite tangibili

The Dark and the Wicked non vuole far appassionare i propri spettatori alla condizione “umana” che vivono i due protagonisti e invece mira a mostrare fino a che punto una persona può sopportare il dolore e gli avvenimenti funesti che si abbattono su di sé. Centro nevralgico del film è la credibile e disperata interpretazione di Marin Ireland: immergendosi a fondo in questa performance, l’attrice di Io sono leggenda riesce a declinare in maniera sempre diversa la propria pena psicologica e fisica, stupendo per l’abilità con cui riesce a mettere in scena attraverso una grande varietà di sfumature una sola emozione, quella della sofferenza.

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Paura e violenza

Pur avendo diversi punti di contatto con alcuni degli horror più recenti e apprezzati degli ultimi anni (Relic per ovvie comunanze tematiche), quella di Bertino è un’opera cruenta e crudele in un panorama in cui sempre meno film cercano lo shock attraverso l’efferatezza. Proprio per sfuggire alla deriva metaforica e introspettiva di tanti lavori similari per estetica ed ambizioni, The Dark and the Wicked utilizza il martirio della carne per rendere concreta ed esplicita la paura che anima il racconto e lo rende irrequieto nonostante l’andamento compassato.

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