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Cinema

Lucca Changes 2020 | tutte le novità sulla nuova edizione

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Quante cose cambiano da un anno a un altro. In questo periodo, tale consapevolezza è stata comprovata ovunque a causa della pandemia da coronavirus. Tutte le abitudini dalle più banali alle più serie, personali e lavorative hanno subito delle modifiche non di poco conto. A risentirne sono stati tutti gli ambiti, compreso quello cinematografico e affine, come i festival. A tal proposito vogliamo aggiornarvi su quali sono le decisioni prese dagli organizzatori del Lucca Changes 2020.

Cosa accadrà in questa edizione del Lucca Changes 2020?

Nel corso degli anni lo abbiamo conosciuto come il Lucca Comics & Games, ma quest’anno è stato rinominato come Lucca Changes 2020. A distanza di qualche settimana dalla conferma che l’evento fumettistico si terrà, sono state divulgate alcune regole da seguire assolutamente per il bene di tutti.

Tra le novità più importanti ce n’è una che sicuramente non vi renderà particolarmente felici, ma dovete pur sempre tener conto del momento storico delicato che stiamo vivendo. Secondo quanto comunicato dagli organizzatori della fiera, non ci saranno padiglioni e stand, per evitare che si possano creare degli assembramenti.

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Il comunicato stampa del Lucca Changes 2020

Il comunicato inviato dall’area comunicazione dell’evento che ogni anno riunisce migliaia di persone da tutta Italia e dall’estero, famoso in tutto il mondo per le convention e gli incontri con volti noti del mondo del cinema e dei fumetti, ha messo le cose in chiaro fin da subito.

Dopo aver ricevuto il via libera per dar vita a Lucca Changes 2020 lo scorso 10 luglio, prendete nota delle modalità di partecipazione che sono cambiate rispetto la precedente edizione. Il vice sindaco di Lucca, Giovanni Lemucchi durante la commissione consigliare tenutasi lo scorso 20 luglio ha detto che non ci saranno padiglioni e stand, gli eventi organizzati in città, quali spettacoli, presentazioni e performance, saranno a numero chiuso negli auditorium e palazzi storici messi a disposizione. I Campfire, una rete di fumetterie, librerie e negozi di giochi, saranno l’anima della manifestazione, che vedrà il suo svolgimento in particolar modo con il web e il sistema radiotelevisivo.

Il mio amore più grande?! Il cinema. Passione che ho voluto approfondire all’università, conseguendo la laurea magistrale in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale a Salerno. I miei registi preferiti: Stanley Kubrick, Quentin Tarantino e Mario Monicelli. I film di Ferzan Ozpetek e le serie tv turche sono il mio punto debole.

Cinema

TFF38 | Funny Face, storia d’amore muta contro la violenza del Sistema

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A Girl Walks Home Alone at Night, come nell’omonimo film del 2014 di Ana Lily Amirpour. Ma la giovane musulmana di Funny Face, nuovo lavoro dell’americano Tim Sutton, non è una vampira come quella di Sheila Vand, bensì una ragazza in rotta di collisione con gli zii che la ospitano in casa e che vorrebbero imporle un coprifuoco destinato a non essere mai rispettato.

Nelle sue lunghe passeggiate notturne, Zama incrocerà un altro ragazzo inquieto di nome Saul, che come lei lotta contro un potere costituito, quello di chi vuole imporre dall’alto una gentrificazione forzata, espressione di un modello di sviluppo predatorio e violento.

Funny Face | il nuovo film di Tim Sutton

Il nuovo film di Tin Sutton fa di tutto per distinguere nettamente i personaggi: cambia tipo di fotografia a seconda di chi è in scena e pone tra loro e la macchina da presa materiali di separazione diversi (i vetri pulitissimi e oscurati del suv su cui viaggia Jonny Lee Miller, quelli sporchi e opachi della vettura di Saul e Zama). Pur scadendo spesso in similitudini facili e banali (le maschere come lo chador) e affidandosi pigramente ad immagini derivative per descrivere l’avidità delle classi più agiate (sesso e denaro), Funny Face marginalizza le ingenuità della propria scrittura lavorando maggiormente sugli spazi e rendendo le persone che li attraversano semplici fenomeni vibrazionali destinati ad essere abbattuti o, al massimo, impiegati per scopi utili a qualcuno o a qualcosa.

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La forma della città

I due, protagonisti pasolinianamente difensori della “forma della città”, sono agitati da un moto armonico che reagisce ad una perturbazione dell’equilibrio con una accelerazione di richiamo proporzionale allo spostamento subìto, come oggetti ancorati ad una molla. I due seguono traiettorie indefinibili che li fanno avanzare e poi li costringono sempre a tornare sui loro passi. Sutton li segue con la macchina da presa in queste loro lunghe camminate, a volte dalle spalle, a volte attraverso carrelli laterali che ricordano quelli che accompagnavano le passeggiate di Eszter Balint in Stranger Than Paradise di Jim Jarmusch.

La dilatazione dei tempi narrativi

Sutton, al solito, dilata i ritmi del racconto, si emancipa dalla necessità dei dialoghi (come il precedente Dark Knight, anche questo sarebbe ugualmente comprensibile senza di essi) e fa della stilizzazione estrema la sua cifra stilistica. La differenza tra le classi subalterne (gramscianamente “marginali” e mai “fondamentali”, non essendo in grado di competere per l’egemonia) e quelle dominanti sta nel modo in cui si affrontano le cose. Infatti se i due personaggi principali parlano pochissimo e sono mossi da emozioni e pulsioni istintive, che non possono essere spiegate, i ricchi imprenditori che vogliono occupare gli spazi in cui questi si muovono parlano tantissimo e spiegano i loro piani attraverso lunghi monologhi o estenuanti conversazioni.

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Cinema

Elegia Americana | la recensione del film con Glenn Close e Amy Adams

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Ron Howard, premio Oscar per A Beautiful Mind, ha co-prodotto con l’inseparabile Brian Glazer il nuovo film Elegia Americana, disponibile su Netflix. Sceneggiato da Vanessa Taylor, il film è l’adattamento cinematografico dell’omonimo libro di memorie del 2016 di J. D. Vance.

Elegia Americana | il nuovo film di Ron Howard

Il nuovo film di Ron Howard è un viaggio nel potere del ricordo, nel  valore della memoria e nella forza della famiglie. Il modello di riferimento è ancora una volta Frank Capra. La convergenza è tutta nel punto di vista: la grande ostinazione dei loro personaggi a sperare contro ogni previsione e contro tutti. Se ieri era la boxe (Cinderella Man – Una ragione per lottare) a mettere in gioco il coraggio individuale, il superamento di sé e la conquista del successo con la sola forza dei pugni, oggi è la white and poor America da cui J.D. Vance proviene e da cui si è emancipato attraverso gli studi accademici. Ron Howard fa ancora una volta quello che gli riesce così bene: il racconto di redenzione. Con risultati meno soddisfacenti che in passato.

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La ricerca della commozione

La famiglia di Elegia Americana è quella composta da una nonna iper dinamica e saggia, interpretata da Glenn Close, indurita forse troppo preso dalla vita, costretta da giovanissima a portare avanti una gravidanza a 13 anni e a sopportare le violenze del marito, e da una madre, Amy Adams, incapace di creare un rapporto empatico col figlio, il JD autore del libro, anche perché continuamente inghiottita dal vortice delle droghe e di amanti violenti. Entrambe le attrici sono pesantemente (s)truccate in modo da risultare invecchiate e appesantite, al servizio di interpretazioni create smaccatamente per concorrere agli Oscar: drammi e urla. Spogliato di ogni possibile elemento controverso, o ritenuto sociopoliticamente divisivo, Elegia americana, nella versione di Ron Howard rimane solo un melodramma dai grandi pianti.

Stereotipi voluti o inconsapevoli?

Alla fine, quella che emerge dal film di Rom Howard è la storia banale e ormai già ampiamente raccontata di una famiglia disfunzionale, priva di alcuna sfumatura e completamente disinteressata al realismo emotivo e sociale. Il regista prende due delle più grandi attrici dei nostri tempi – Amy Adams e Glenn Close – e le costringe in personaggi talmente stereotipati da riuscire a mettere in discussione il talento di interpreti che hanno ampiamente dimostrato di averne.

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Cinema

TFF38 | Lucky sul tema della paura e della violenza contro le donne

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In questa nuova sezione del 38esimo Torino Film Festival, chiamata “Le stanze di Rol”, è stata fatta una selezione di titoli molto variegati e interessanti. Dopo The Dark and the Wicked, eccoci a parlare di Lucky di Natasha Kermani. La cineasta americana di origini iraniane presenta il suo secondo lungometraggio, rivelandosi una delle artiste da tenere maggiormente d’occhio di questa edizione.

Lucky | La trama della pellicola presentata al TFF38

May Ryer (Brea Grant) scrive manuali di auto-aiuto e ha un matrimonio dai trascorsi movimentati. Nonostante ciò, la sua routine trascorre in maniera serena e semplice, almeno fino alla notte in cui ogni cosa cambia.

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Un uomo mascherato si introduce in casa e la aggredisce; fortunatamente il marito Ted (Dhruv Uday Singh) interviene a difenderla. Nei giorni successivi però la coppia discute per un nonnulla e si separa. May entrerà in uno strano loop temporale popolato dall’uomo con la maschera, che tenta di ucciderla.

La pellicola ha le sembianze e lo stile di un tv movie, per lo più ideato all’interno dell’abitazione della protagonista. Ma la forza del progetto è insita nel messaggio che lancia, senza mezze misure anche esplicitamente.

Paure da affrontare

É necessario affrontare le proprie paure, non fuggire, altrimenti esse continueranno a condizionare le nostre esistenze. Tali paure possono assumere le più svariate forme, ma nessuna può e deve toglierci il sonno. Chiaro che l’ottica sia quella femminile, soprattutto considerando come la violenza sulle donne sia ancora un discorso troppo attuale e vivo.

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Lucky, il poster del film

Lucky mette in scena la figura di una donna caratterizzata da una solidità non così comune. Dopo l’iniziale confusione, May ricorre a ogni arma a sua disposizione – che sia reale come un coltello o un martello, o semplicemente psicologica – per sopravvivere.

La sottomissione non è assolutamente contemplata; non lo era con il marito e di certo non lo sarà con uno sconosciuto che tenta di farle del male.

Un’ispirazione da favola

La Kermani ha detto di essersi vagamente ispirata ad Alice attraverso lo specchio per la struttura del film. Proprio come la giovane della Disney finiva all’interno di un mondo sempre più assurdo e incomprensibile, la stessa situazione capita a May.

Differenza sostanziale è chiaramente il trovarsi dentro un incubo in piena regola, del quale non si conoscono le regole e nel quale si rischia la vita. Il fatto che i personaggi collaterali non credano a una parola della donna non fa che rafforzare la sensazione di trovarsi in un contesto onirico, allucinatorio. Ciò non toglie impeto né significato a questi gesti violenti.

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La brava Brea Grant ha recitato in A ghost story e nella serie Eastsiders: in Lucky riesce a intuire l’anima della sua May e ne dà un’interpretazione semplice ma concreta. Ha inoltre collaborato al processo di scrittura del film.

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