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Cinema

Netflix | 5 film novità da non perdere a Maggio 2020

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Dopo il nostro speciale alla scoperta delle novità disponibili su Amazon Prime Video, continuiamo il nostro viaggio nell’universo dello streaming concentrandoci in quest’occasione sul catalogo di un’altra delle principali piattaforme, ossia Netflix, con cinque titoli – originali e non – da poco giunti in catalogo. Commedie romantiche, intensi drammi, atipici noir, cult a sfondo musicale e avvincenti action-thriller di matrice orientale caratterizzano le nostre proposte, per le quali abbiamo cercato di variare nel tentativo di andare incontro a tutti i tipi di gusti.

L’altra metà

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L’altra metà

Il catalogo Netflix è pieno di commedie romantiche, ma la maggior parte di queste è priva di spunti originali ed è solita ripetere il classico canovaccio a tema. Ecco perché L’altra metà è un film prezioso, capace di dare una svecchiata alle tipiche love-story adolescenziali e di ammantarsi di note piacevolmente melanconiche nel corso dei cento minuti di visione. La storia vede un insolito menage a trois: Paul, un giocatore di football, chiede ad Ellie, una sua introversa compagna di origini cinesi, di scrivere per lui una lettera d’amore destinata ad Aster, una delle ragazze più popolari della scuola. Peccato che Ellie sia segretamente innamorata propio di Aster da lungo tempo…

Equivoci a sfondo comico e situazioni più complesse nel quale emergono temi come il coming-out e l’importanza dell’amicizia segnano una visione meno banale del previsto, nel quale leggerezza e impegno vanno di pari passo in un mix accattivante ed emozionante che opta per soluzioni narrative originali e si diverte a citare grandi classici del cinema passato.

La vendetta

la vendetta

La vendetta

Da quando è tornato nel mondo del cinema Arnold Schwarzenegger ha alternato a ruoli citazionisti e fracassoni, memori del proprio passato, dei personaggi più introversi e stratificati, nei quali ha cercato di infondere maggiori sfumature attoriali. Due anni dopo il sorprendente exploit di Contagious – Epidemia mortale (2015), zombie-movie a sfondo drammatico dove vestiva i panni di un genitore testimone della mutazione della figlia adolescente, The Governator è di nuovo un padre e marito afflitto in questo atipico revenge-movie dal taglio intimista.

In La vendetta interpreta infatti un uomo che riceva la tragica notizia della morte della figlia e della moglie in un incidente aereo, causato da un errore un errore umano. Il protagonista decide di rintracciare il colpevole per farsi giustizia da solo, trovandosi ad affrontare diversi dilemmi morali. Pur a tratti parzialmente lento, il film vive proprio sull’intensa performance di Schwarzenneger, capace ancora una volta di mettere in mostra qualità tenute nascoste per lungo tempo.

Leggi anche: Un sogno chiamato Florida | Ecco perchè vedere questo film su Netflix

Il silenzio della palude

il silenzio della palude

Il silenzio della palude

I fan de La casa di carta sono accorsi in massa alla visione, facendolo entrare nei primi giorni nella top 10 dei titoli più visti su Netflix. La presenza di Pedro Alonso, interprete di Berlino nella popolare serie spagnola, nelle vesti del protagonista ha sicuramente acceso i riflettori su questo noir spagnolo che si tinge di sfumature criptiche e amare nel procedere dei sempre più interconnessi eventi, destinati ad un finale tragico.

Il film gioca su una prima parte in cui cerca di smistare le carte tra realtà e finzione, in quanto il personaggio principale è uno scrittore alle prese col suo nuovo romanzo. L’uomo decide di commettere in prima persona atti criminali per poi essere ispirato nella stesura delle pagine, ma in quest’occasione inizia un cortocircuito che finirà per coinvolgere diverse personalità di spicco aventi a che fare con il sottobosco criminale cittadino. Il silenzio della palude ha una buona atmosfera di fondo, grazie alla quale riesce a coprire un’organicità narrativa per diversi tratti poco omogenea.

School of Rock

school of rock

School of rock

Chi non avrebbe voluto avere Jack Black come insegnante alle scuole elementari? Sbarca su Netflix il grande cult a tema musicale nel quale il popolare attore, che porta avanti una parallela carriera da cantante con i suoi Tenacious D, è il vero e proprio mattatore insieme alla banda di scatenati bambini che popolano la trama di School of Rock.

La trama vede lo spiantato musicista Dawey Finn spacciarsi inopinatamente per un professore di quinta elementare e trasformare l’aula scolastica in una sala prove dove insegnare musica ai suoi piccoli alunni. Le cose andranno meglio del previsto e il protagonista deciderà di iscrivere la scolaresca ad un contest che si terrà da lì a breve, ma gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo. Divertimento, buoni sentimenti e una colonna sonora ricca di grandi classici a tema hanno reso il film uno dei più amati nel suo genere.

Time to hunt

time to hunt

Time to hunt

In un futuro a noi vicino e drammaticamente reale, tre ragazzi senza speranza cercano di sopravvivere. L’ambientazione è quella di una Corea del Sud in preda ad una grave crisi economica e uno di loro, appena uscito di prigione, propone agli amici il colpo del secolo, dopo il quale fuggire a Taiwan. Obiettivo della rapina un casinò clandestino gestito da una banda criminale: la rapina va a buon segno, ma i protagonisti cominciano ad essere braccati da un misterioso individuo che segue ogni loro mossa e inizia una spietata caccia all’uomo.

Un action thriller ricco di tensione e forte emozioni, nel quale il lato umano va di pari passo con una magistrale gestione delle dinamiche di genere. Scene d’azione di prima grandezza caratterizzano la lunga resa dei conti tra prede e cacciatori, che si ammanta di un alone piacevolmente crepuscolare con lo scorrere dei minuti, tra una violenza sanguigna e un’esaltazione dell’amicizia che si riempe di rimpianti e nostalgia.

Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto coi classici hollywoodiani e indagato, con il trascorrere degli anni, nella realtà cinematografiche più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte senza limiti di luogo o di tempo, sono attivo nel settore della critica di settore da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito di quella musicale.

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Cinema

TFF 38: Fried Barry, la recensione del delirante film di Ryan Kruger

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Diretto, prodotto e sceneggiato da Ryan Kruger, approda al Torino Film Festival edizione n.38, una  commedia fantascientifica intitolata Fried Barry. Il Sud Africa è il paese d’origine e Gary Green il suo protagonista.

Un uomo tossicodipendente e già di suo alquanto svalvolato, almeno all’apparenza, un giorno di punto in bianco viene scelto  dagli extraterrestri come cavia. L’alieno dentro di lui vuole provare dunque ogni tipo di esperienza umana e così come un’ameba l’uomo/alieno inizia a muoversi per inerzia in giro per la città, facendo ogni cosa e lasciandosi trasportare dagli eventi senza capacità di giudizio, finchè l’ospite avrà finito con questo inutile involucro.

Un film assurdo, con poca possibilità di percezione positiva. Tutta colpa o merito (dipende dal personale gradimento) di Ryan Kruger, visto il suo coinvolgimento nell’opera, avendo ricoperto i ruoli di regista, produttore e sceneggiatore. La scrittura come la messa in scena, peccano di banalità e troppo semplicismo; al nostro protagonista succedono cose davvero incredibili, ma non per spettacolarità quanto più per scadente plausibilità, come se ad ogni angolo della strada ci fosse qualcuno che aspetta proprio lui, per fare sesso o regalargli droghe o chissà cos’altro.

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Situazioni impensabili, personaggi strambi e poca cura per le performance attoriali come per il realismo delle azioni che compiono, con errori riconducibili ad un principiante alle prime armi.
Una nota positiva risiede invece nella fotografia, contraddistinta da un tono quasi finto patinato, mediante un uso accurato di luci e colori, che senz’altro esaltano il film perlomeno visivamente. 

Se si volesse provare a fare una sovralettura con l’intento di trovare un significato recondito e strettamente ispirato, si potrebbe parlare del corpo umano come semplice involucro, che viaggia parallelamente all’animo, all’essenza, a ciò che costituisce la coscienza e la volontà di agire.
Oltre a questo, noi umani abbiamo anche limiti dettati dalla nostra fragilità e dall’essere mortali, che gli alieni (almeno quelli di questo film) non sembrano avere. Pertanto da un lato ci si trova di fronte a limiti fisici, dall’altro ad emozioni che invece sono solo nostre, come l’amore, che per un alieno provare potrebbe voler dire godere di autenticità, un potere sconsiderato ed inaspettato agli occhi di un essere superiore.

Sicuramente il protagonista ha un impatto visivo peculiare, sottolineato da questo sguardo sempre allucinato che vanta una valenza macchiettistica, anche forte dell’aspetto fisico stesso dell’attore Gary Green. Detto questo, credo di aver voluto cercare un qualche messaggio un po’ troppo sofisticato per un prodotto delirante che si rivela essere caratterizzato da un potenziale interessante, ma realizzato davvero male, che non credo rimarrà nell’immaginario comune o meglio ci resterà saldo, ma per essere d’esempio quando ci si riferirà a prodotti di qualità infinitamente bassa.

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Cinema

TFF 38: Regina, la recensione del film

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Direttamente dal 38° Torino Film Festival arriva un dramma tutto nostrano, Regina, diretto da Alessandro Grande e interpretato tra gli altri da Francesco Montanari e Ginevra Francesconi.

Una ragazzina piena di sogni e speranze vive sola col padre dopo la prematura perdita della madre. Il loro è un forte legame, ma tutto si rompe apparentemente quando i due un giorno diventano protagonisti di una situazione più grande di loro, inaspettata. E’ qui dunque che il sogno di fare la cantante, sostenuto dal padre che a sua volta ha dovuto abbandonare il suo di musicista per crescere la figlia, si infrange, perchè non coincide con una confusione mentale ed emotiva, difficile da superare.

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Regina, un dramma realistico ed emozionante


Un film breve, di soli 82”, che racconta una storia complessa, non tanto nella trama quanto nella dinamica dei sentimenti, talmente delicati e intimi da essere difficili da trasmettere appieno agli occhi di chi osserva. Un dramma che sa di vero, intenso, che riesce ad infondere profondità tramite una storia pervasa di denso spessore. Una vita già distrutta da un evento drammatico che non ci viene mostrato ma solo suggerito, va poi incancrenendosi finendo in frantumi grazie al secondo avvenimento, il quale rompe l’equilibrio che i due protagonisti stavano cercando di ricostruire insieme.

L’ ennesima batosta di una famiglia spinta a sopportare e subire invece che scegliere, cercando di andare avanti, ma sporcata di menzogne e falsità che fanno da presupposto per cercare di stabilire una normalità. Queste fondamenta sono come un terreno franabile poiché niente è più saldo quando ciò che ti spinge non è sincero. La differenza la fa la propria coscienza, l’onestà che ci caratterizza; non si riesce a tener su una vita con basi fragili.

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Quando si è onesti di natura, non si può fare a meno di essere corretti, prima o poi si deve fare i conti con l’insormontabile peso della propria coscienza o si crollerà come un castello di carte. Il senso di colpa è ben rappresentato in questo film, tramite una ragazzina incapace di sopportare una ulteriore condanna senza colpa, in una vita troppo giovane per essere così già piena di traumi. Anche il feeling tra padre e figlia è perfetto; gli attori protagonisti sono riusciti a rendere l’affiatamento necessario, portando realismo e di conseguenza empatia con lo spettatore.

Peccato per un rallentamento circa a metà durata, delineato anche da un pochino di confusione che a tratti fa perdere man mano di incisività rispetto alla fase iniziale, inciampando su se stesso e perdendo ritmo e dinamicità. Tutto sommato, però, il messaggio arriva forte e chiaro, seppur con qualche difetto, rimane una pellicola da vedere che può toccare corde sensibili negli occhi di chi guarda. 

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TFF38 | Funny Face, storia d’amore muta contro la violenza del Sistema

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A Girl Walks Home Alone at Night, come nell’omonimo film del 2014 di Ana Lily Amirpour. Ma la giovane musulmana di Funny Face, nuovo lavoro dell’americano Tim Sutton, non è una vampira come quella di Sheila Vand, bensì una ragazza in rotta di collisione con gli zii che la ospitano in casa e che vorrebbero imporle un coprifuoco destinato a non essere mai rispettato.

Nelle sue lunghe passeggiate notturne, Zama incrocerà un altro ragazzo inquieto di nome Saul, che come lei lotta contro un potere costituito, quello di chi vuole imporre dall’alto una gentrificazione forzata, espressione di un modello di sviluppo predatorio e violento.

Funny Face | il nuovo film di Tim Sutton

Il nuovo film di Tin Sutton fa di tutto per distinguere nettamente i personaggi: cambia tipo di fotografia a seconda di chi è in scena e pone tra loro e la macchina da presa materiali di separazione diversi (i vetri pulitissimi e oscurati del suv su cui viaggia Jonny Lee Miller, quelli sporchi e opachi della vettura di Saul e Zama). Pur scadendo spesso in similitudini facili e banali (le maschere come lo chador) e affidandosi pigramente ad immagini derivative per descrivere l’avidità delle classi più agiate (sesso e denaro), Funny Face marginalizza le ingenuità della propria scrittura lavorando maggiormente sugli spazi e rendendo le persone che li attraversano semplici fenomeni vibrazionali destinati ad essere abbattuti o, al massimo, impiegati per scopi utili a qualcuno o a qualcosa.

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La forma della città

I due, protagonisti pasolinianamente difensori della “forma della città”, sono agitati da un moto armonico che reagisce ad una perturbazione dell’equilibrio con una accelerazione di richiamo proporzionale allo spostamento subìto, come oggetti ancorati ad una molla. I due seguono traiettorie indefinibili che li fanno avanzare e poi li costringono sempre a tornare sui loro passi. Sutton li segue con la macchina da presa in queste loro lunghe camminate, a volte dalle spalle, a volte attraverso carrelli laterali che ricordano quelli che accompagnavano le passeggiate di Eszter Balint in Stranger Than Paradise di Jim Jarmusch.

La dilatazione dei tempi narrativi

Sutton, al solito, dilata i ritmi del racconto, si emancipa dalla necessità dei dialoghi (come il precedente Dark Knight, anche questo sarebbe ugualmente comprensibile senza di essi) e fa della stilizzazione estrema la sua cifra stilistica. La differenza tra le classi subalterne (gramscianamente “marginali” e mai “fondamentali”, non essendo in grado di competere per l’egemonia) e quelle dominanti sta nel modo in cui si affrontano le cose. Infatti se i due personaggi principali parlano pochissimo e sono mossi da emozioni e pulsioni istintive, che non possono essere spiegate, i ricchi imprenditori che vogliono occupare gli spazi in cui questi si muovono parlano tantissimo e spiegano i loro piani attraverso lunghi monologhi o estenuanti conversazioni.

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