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Interviste

The Greatest Showman: intervista a Jonathan Redavid, l’unico italiano nel cast

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Jonathan Redavid, classe 1985, è un coreografo che, nonostante la relativamente giovane età, può vantare collaborazioni con i più grandi nomi del panorama musicale del nostro Paese, da Laura Pasini, per la quale ha coreografato il Simili World Tour, ad Elisa e Raf. Ma il suo talento lo ha condotto anche nel mondo del cinema: Redavid ha infatti collaborato alle coreografie di The Tourist, con Angelina Jolie e Johnny Depp, ed è in questi giorni al cinema con The Greatest Showman, nuovo musical con protagonista Hugh Jackman nei panni del circense Phineas Taylor Barnum. Il performer e coreografo milanese non solo compare nel film nei panni di Frank Lentini, un italo americano con tre gambe, ma è stato anche coinvolto nelle fasi di creazione delle coreografie, disegnando l’opening ed il closing number del film. Ci siamo fatti raccontare da Jonathan la sua esperienza sul set ed i suoi progetti futuri. 

Come nasce questa collaborazione con il regista Michael Gracey ?

Conoscevo già Gracey dopo un fugace incontro a Las Vegas qualche anno fa e da quel momento ci siamo seguiti un pochino a vicenda. Dopodiché per coincidenza un mio caro amico, Shannon Holtzapffel, mi ha parlato di questo progetto che Michael stava già costruendo. All’inizio ero un po’ titubante, perché i progetti lunghi sono sempre una sfida e non sempre vanno a buon fine, poi quando mi hanno nominato gli attori ed il regista mi sono lasciato convincere. Ho quindi incontrato personalmente Gracey per una cena italiana cucinata da me. Poi da cosa nasce cosa e sono entrato a far parte anche del team creativo del film. Ho dormito con il regista per mesi in una vera e propria “casa lavoro”, insieme ad altri ragazzi che si occupavano di vari aspetti della produzione.

Puoi raccontarci qualcosa sul tuo personaggio ?

Il mio personaggio è Frank Lentini, un siciliano nato con tre gambe. A nove anni si trasferì in America per operarsi ed invece trovò la propria fortuna nel circo di Barnum, che dava possibilità di emergere a tante persone. Ho cercato di trasferire al mio personaggio quella che era la mia storia italiana. Ed ho cercato di usare il tempo che avevo a disposizione sul set per studiare i movimenti con la protesi, capire il balance e cercare di gestirne il peso, che era di circa 8 kg. Le tre gambe di Frank Lentini erano funzionanti, quindi la protesi non doveva solo servire come elemento estetico. 

Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nel lavorare con una protesi ?

Produzione e coreografo erano convinti che non potessi ballare bene con una protesi. Ed ero un po’ meravigliato, dato che ad Hollywood i sogni dovrebbero diventare realtà. Naturalmente si poteva aggiungere la terza gamba in post produzione, ma non sarebbe stata la stessa cosa. Ed anche per me non poteva essere altrimenti, perché dovevo immedesimarmi nel personaggio ed assumere una determinata postura, dato che il peso di Frank gravava sul lato destro del corpo e lo costringeva ad una strana camminata. Per costruire la protesi ci sono volute circa tre settimane ed io l’ho ricevuta solo tre giorni prima di cominciare a girare. 

Quali sono le differenze tra lavorare per un musical cinematografico ed uno teatrale ?

Nel musical teatrale devi prepararti al 100% per una determinata esibizione. Invece in un film, che è costituito da tante riprese diverse, devi dare il 100% sempre. Perché anche l’ultimo cut della giornata può essere quello buono e quello che sarà poi inserito nel montaggio finale. A livello di trucco e di immagine devi essere sempre uguale, quindi non possono esserci errori di continuità e se hai per un secondo la camicia di fuori non devi scordare di sistemartela prima di ricominciare a girare. Anche a livello muscolare devi essere perfetto ed i movimenti dovevano essere sempre gli stessi. 

Qual è la cosa che ti ha colpito maggiormente del lavoro in una produzione così imponente ?

The Greatest Showman è un film che ha visto la luce dopo circa sette anni di lavoro. Le musiche erano già state composte due anni fa da Justin Paul e Benj Pasek, che avevano già collaborato a La La Land. Sono rimasto sorpreso però dalle tempistiche: mi aspettavo di trovare ogni cosa già pianificata ed invece ci siamo dovuti muovere con estrema fretta. Fortunatamente potevamo contare su ballerini bravissimi, gente che ha lavorato con i più grandi, quindi è stato facile assegnare loro i diversi personaggi e cominciare la caratterizzazione. Mi piace poi vedere come i vari dipartimenti sul set riescano a sincronizzarsi così velocemente. È davvero incredibile.

Cosa differenzia The Greatest Showman da altri musical hollywoodiani ?

L’ultimo riferimento per il genere è sicuramente La La Land, che però è un film con pochi visual effect rispetto a questo. Il budget di The Greatest Showman è stato decisamente più elevato perché serviva un lavoro in post produzione davvero enorme. Poi quando proietti delle persone nel passato, in un periodo nel quale non si può più tornare, l’atmosfera diventa magica perché hai la possibilità di vedere cose che oggi non esistono più. Come in Moulin Rouge o Chicago, l’ambientazione è un valore aggiunto non da poco. E non è da sottovalutare anche il fascino del circo. Quello di Barnum è stato chiuso poco tempo fa, quindi l’uscita di questo film rappresenta quasi un’occasione per celebrarlo. 

Secondo te c’è la possibilità anche in Italia, dove stiamo riscoprendo alcuni generi cinematografici che avevamo chiuso nel cassetto, di assistere ad una rinascita del musical ?

Secondo me esiste questa possibilità. Io ad esempio sono andato in America con la voglia di dare il mio contributo da italiano e non con la volontà di imitare loro. Noi abbiamo una grande fantasia, anche perché spesso ci mancano i soldi. Quindi non avendo grandi possibilità di budget bisogna sempre cercare nuovi modi per fare al meglio le cose. Poi noi italiani, a differenza degli americani, non ci entusiasmiamo per ogni cosa. Anche se cinematograficamente siamo un po’ accondiscendenti con quello che arriva dall’America, dobbiamo essere orgogliosi del nostro cinema. Abbiamo registi come Giuseppe Tornatore che producono ancora capolavori. La leggenda del pianista sull’oceano, ad esempio, non è un musical ma è girato come se lo fosse. Anche Malena ed altri suoi film sono raccontati come dei musical, dalla velocità dei dialoghi ai movimenti di macchina, quindi Tornatore potrebbe benissimo cimentarsi con questo genere. Il musical non segue una regola fissa e non per forza deve essere impostato in maniera classica come Les Misérables. Film come The Mask sono più musical di tanti che vengono definiti tali. Non è necessario che ci sia un dialogo cantato. 

Esiste qualche aneddoto che puoi raccontarci su Hugh Jackman ?

Hugh Jackman è un maestro ed anche quando aveva un testo già stabilito cercava sempre di improvvisare ed aggiungere del suo al personaggio. È l’esempio di una persona che è arrivata dove è arrivata solo grazie alle sue forze e si è fatta amare per ciò che è veramente. Ogni venerdì arrivava sul set con dei gratta e vinci e li distribuiva: c’è persino chi ha vinto cinquecento dollari. È una persona che ha sempre tempo a disposizione per tutti. Non lo vedevi mai stressato, sempre solare e positivo. È difficile trovare una persona così, specialmente ad Hollywood. È stato un vero leader. 

Ci sono progetti futuri di cui puoi parlarci ?

Nei primi di gennaio lavorerò ad uno show che si terrà Las Vegas, per il quale sistemerò alcune coreografie. Poi nel 2018 tornerò di nuovo dietro le quinte. Quando sono arrivato in America ho dovuto ricominciare da capo e mi sono tolto diverse soddisfazioni da performer. Ma adesso mi manca quella componente creativa del mio lavoro, anche perché più cresci e più diventi esigente. Mi piacerebbe coinvolgere me stesso anche in una futura regia cinematografica. È una cosa che penso da un po’ di tempo, perché sono convinto che coreografia e regia vadano insieme. Anche Bob Fosse è divenuto regista perché nessun altro poteva dirigere le sue coreografie. 

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

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Cinema

Green Book, la conferenza stampa

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green book

Green Book è un film che fa bene al cuore. L’amicizia nata nel 1962 tra un uomo di colore e un uomo bianco, sono al centro del film diretto da Peter Farrelly, con Viggo Mortensen e Mahershala Ali. In questi 130 minuti dove a regnare sono le tante risate e i momenti di riflessione, i due protagonisti dimostrano che il sentimento come l’amicizia, non si ferma davanti a differenze di sesso e di razza. Durante la conferenza stampa, l’attore Viggo Mortensen ha stupito l’intera platea ascoltando le domande dei giornalisti in Sala Petrassi totalmente privo di cuffiette per le traduzioni, e risposto in maniera esaustiva alle domande con un italiano a tratti maccheronico.

Questo film è tratto da una storia vera. Come hai reso tuo questo personaggio?

Quando ho letto la sceneggiatura ho capito subito che era tra le più complete che avessi mai ricevuto. Ho trovato una storia vera basata su eventi veri, che fanno ridere e piangere. Io non sono italiano ma ho lavorato con attori italo-americani davvero bravi. L’importante era non farne una caricatura. Mi ha aiutato molto avere a che fare con la famiglia Vallelunga. È stato un film davvero importante. Green Book non ti dice cosa fare, cosa pensare, cosa dire o pensare. È un viaggio che ti fa ridere, piangere e riflettere allo stesso tempo. È una storia del passato che fa riflettere sul presente.

Per la prima volta dirigerai un film. Che tipo di regista sei?

Nella mia carriera ho trovato dei grandissimi registi. Tutti hanno delle tecniche di regia diverse, ma l’importante è fare lavoro di squadra. Non voglio fingere di fare tutto, ma voglio fare questo film ed ho bisogno dell’aiuto di tutta la squadra. Infatti ho detto al mio staff che se hanno idee per il film, devono parlarmene, senza avere paura di farlo. Potrebbe sembrare una storia noiosa il viaggio di due persone in una macchina, ma con il lavoro di squadra si è trasformato in qualcosa di formidabile.

Questo è un film importante, soprattutto per gli ultimi tempi. Cosa ne pensi?

Onestamente questo film non è importante solo per questi tempi. Storie come questa, aiutano ad essere meno ignoranti. Non è un problema che riguarda solo l’Italia o l’America ma tutto il resto del mondo. La cosa peggiore è che ci sono leader politici che dovrebbero essere informati ma in realtà, spesso sono quelli più ignoranti o a volte fingono di esserlo per restare al potere. Per questo ci si chiede: ma cosa votiamo a fare, se non abbiamo voce in capitolo per cambiare le cose? Basta poco anche uno “scusa” per avere un po’ di umanità verso il prossimo. Questa è una storia che ti invita a riflettere ed è un esempio per i giovani.

Per interpretere Tony Lip hai dovuto ingrassare e parlare italiano. Che tipo di preparazione hai effettuato?

Ho preso 20kg per questo ruolo. È stato più facile ingrassare che dimagrire, in questo anno, soprattutto per la mia età. Per quanto riguarda l’italiano, è una lingua che conosco e quando sul copione era scritto di parlarci, improvvisavo. Stando a contatto con la famiglia Vallelonga ho scoperto un mix tra italiano e dialetto calabrese. D’altronde si capisce che la famiglia appartiene al sud Italia. Divertente è stato l’aneddoto al ristorante della famiglia di Tony Lip, dove il figlio del protagonista ha iniziato a portarmi portate diverse, come quattro piatti di pasta che ho dovuto mangiare per non offenderli, entrando nel mood della tipica famiglia italiana. Il cibo mi ha schiacciato, ma per me è stata una sfida. Ho anche fatto delle ricerche sulla loro famiglia.

Visto che conosci l’italiano, ti piacerebbe lavorare con un regista italiano?

Sarebbe una bella sfida. Ho fatto una volta un film con un regista francese pur non conoscendo approfonditamente la lingua. Conosco anche l’arabo. Il cinema italiano ha ottimi registi. Da quando sono qui ho conosciuto solo Tornatore, ma nonostante questo, non mi sento di fare un nome con la quale lavorare. Vedremo…

 

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Cinema

RomaFF13, Sigourney Weaver: “Per un regista io non sono una scelta logica, ma un’intuizione”

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Sigourney Weaver

Sigourney Weaver è ospite alla 13° edizione della Festa del Cinema di Roma per ricordare alcuni dei suoi successi sul grande schermo, da Ghostbusters al cult di fantascienza Alien, che hanno plasmato la sua carriera di attrice all’insegna della versatilità. Prima di essere protagonista di un Incontro Ravvicinato con il Direttore artistico Antonio Monda, la star di Hollywood ha incontrato la stampa. “La cosa interessante per me è sempre la storia. Ghostbusters è stata una fantasia sui fantasmi e poi tutto si è spostato verso la fantascienza, un genere sofisticato adesso che affronta alcune grandi domande sull’esistenza (chi siamo?, dove andiamo?, cosa succede al nostro pianeta?) In America abbiamo grandi scrittori di fantascienza” ha affermato, continuando poi a condividere la sue esperienza dentro e fuori dal set sorridente e disponibile.

I suoi genitori sono entrambi attori. Ha imparato qualche lezione importante da loro?

Ho ammirato molto entrambi. Mio padre mi ha fatto innamorare di questo mondo e di questa arte. Faceva soprattutto programmi televisivi e quando tornava la sera a casa si capiva che si era divertito. Per questo mi ha fatto sviluppare una inclinazione verso questo mondo. Mia madre invece non parlava mai della sua carriera che ha dovuto abbandonare quando ha sposato mio padre. Non l’ha mai superata, e mi diceva sempre che è un mondo corrotto e di starne lontana, perché tutti volevano solo portarti a letto e approfittarsi di te.

Agganciandoci al consiglio di sua madre, cosa ne pensa del recente scandalo molestie con Harvey Weinstein e tutto quello che ne è derivato? E crede che per le donne qualcosa sta cambiando nell’industria cinematografica?

Era ora direi. E’ stato un passo fondamentale nella lotta per la qualità sul posto di lavoro. Queste donne coraggiose che hanno parlato hanno iniziato una rivoluzione, però l’industria che io conosco, delle troupe, dei registi, volevano che le cose cambiassero da molto tempo e che il cinema fosse più aperto alle donne. Credo che ci sia ancora molto da fare, ma siamo sulla strada giusta per un cambiamento, la parità e l’uguaglianza.

Il regista migliore con cui ha lavorato? 

Ho lavorato con registi molto diversi, ma tutti meravigliosi. James Cameron ha intuito in modo sottile come potevo lavorare, mentre ad Ang Lee, mentre giravamo Tempesta di Ghiaccio, bastava uno sguardo per capire cosa dovevo o non dovevo fare.

Conosce il cinema italiano?

Ho incontrato Luca Guadagnino e mi ha chiesto di essere in un paio di suoi film, ma uno poi non lo ha mai girato e un altro io non l’ho potuto fare. Però tutti sappiamo l’importanza del cinema italiano. In particolare ho visto e amato Roma di Fellini. 

Come ha vissuto l’esperienza di Alien? Si immaginava il successo che è arrivato dopo aver fatto quel film?

Ridley Scott aveva fatto I Duellanti e questo era il suo secondo film. C’era molta improvvisazione sul set e, venendo dal teatro questo un po’ mi spaventava, ma in fondo adoro farmi trasportare un po’ da tutte le parti quando faccio il mio lavoro. Alien è stata una grande sfida e poi sono passati due anni per fare un altro film. Lo ricordo come un film fantastico e innovatore semanticamente, ne sono molto orgogliosa. 

Non le hanno mai proposto il ruolo di una fidanzata o una moglie?

Quando parlavo con i produttori si volevano subito sedere perchè ero troppo alta. Appena mi vedevano non riuscivano a considerarmi una potenziale fidanzata di qualcuno perchè li mettevo in soggezione per la mia fisicità. Un anno vissuto pericolosamente forse è stato l’unico ruolo di quel tipo. Ma nella mia carriera sono stata ingaggiata da registi molto fantasiosi, perché la mia scelta non era mai logica ma solo l’intuizione di qualcuno.

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Alice nella Città

Skam Italia 2: intervista esclusiva ai protagonisti e qualche anticipazione

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skam italia 2

Casa Alice ha ospitato il cast di Skam Italia, la serie creata da Julie Andem, portata al successo in Italia dal regista Ludovico Bessegato per TimVision. Skam Italia è il remake dell’omonima serie norvegese iniziata nel 2015 e terminata nel 2017, che ha ottenuto ottimi risultati a livello mondiale. La versione italiana fa parte di un progetto internazionale a cui molti Paesi hanno deciso di contribuire con le proprie caratteristiche territoriali e sociali, pur rimanendo fedeli all’idea originale. Per la versione nostrana è stata scelta Roma. La città eterna è l’ambiente all’interno della quale i giovani studenti di un liceo romano narrano le proprie vicende, mostrando carattere, debolezze, primi amori e dubbi sulla propria identità sessuale.

La particolarità di Skam Italia è il rapporto che si viene a creare tra il personaggio e lo spettatore, riuscendo a condividere messaggi di WhatsApp e aggiornamenti sui social network dei protagonisti, proprio come avviene quotidianamente nella realtà. In questo modo si ha la possibilità di conoscere segreti e indagare su alcune situazioni poco chiare che portano avanti la storia. Nel corso della prima stagione, sul sito web di Skam Italia, ogni giorno vengono rilasciate delle clip che compongono un episodio. L’incredibile successo derivato da questa serie, seguita e amata da milioni di adolescenti in tutta Italia, ha creato un grandissimo richiamo di interesse e approvazione. L’entusiasmo dimostrato dal pubblico e della critica è stata la scintilla che ha convinto i produttori e il regista a confermare l’inizio delle riprese di una terza stagione di Skam Italia.

La domanda che tutti si sono posti dopo l’ultimo episodio della prima stagione è stata: “Cosa ci riserveranno i prossimi episodi?” NewsCinema.it prova a svelarvi qualche curiosità su quello che vedrete nella seconda stagione, offrendovi l’intervista esclusiva con i protagonisti della serie, durante la presentazione delle prime due clip del terzo episodio all’interno della 16° edizione di Alice nella città. Presente all’evento il regista e sceneggiatore Ludovico Bessegato e tutto il cast composto della prima stagione più una new entry: Ludovica Martino (Eva Brighi), Ludovico Tersigni (Giovanni Garau), Benedetta Gargari (Eleonora Sava), Federico Cesari (Martino Rametta), Beatrice Bruschi (Sana Allagui), Greta Ragusa (Silvia Mirabella), Martina Lelio (Federica Cacciotti), Giancarlo Commare (Edoardo Incanti), Luca Grispini (Federico Canegallo), Rocco Fasano (Niccolò Fare), Francesco Centorame (Elia Santini) e Pietro Turano (Filippo Sava).

Beatrice Bruschi! Federico Cesari e Pietro Turano.

SKAM Italia e il tema dell’integrazione

Il personaggio di Sana affronta una delle tematiche più scottanti presente nel nostro Paese: l’integrazione. L’attrice che interpreta Sana, parlando del suo personaggio ha detto: “Sicuramente è molto importante il discorso dell’integrazione in Italia. In qualche modo mi sento ambasciatrice di questa situazione. Riscontro una grande responsabilità su questo tema, tanto che ho ricevuto anche molte critiche perché non sono veramente musulmana. Premetto che sto studiando molto questa religione, che mi affascina moltissimo e oggi posso dire di conoscerla bene e chiaramente sto cercando di far fare al mio personaggio un percorso di crescita attraverso l’andamento delle stagioni. Credo che sia importante mandare un messaggio. Per quanto Skam sia una serie semplice, senza pretese, che racconta la quotidianità di giovani ragazzi, un messaggio c’è sempre. Inoltre spero che l’ integrazione, come fa Sana – perché alla fine è cmq integrata, riesce a crearsi a costruirsi un gruppo di amiche ed amici – riesca a realizzarsi e a concretizzarsi anche nella vita reale. Spero che tutte le persone che si sentono emarginate possano trovare la forza di essere se stessi. Come infatti fa Sana. Lei è se stessa. Lei non si preoccupa di dirti che un vestito non ti sta bene. Lei te lo dice, se ne frega di tutto perché lei è fatta così.”

SKAM Italia e la comunità LGBT

Un’altra tematica molto cara ai più giovani è l’orientamento sessuale. Durante la seconda stagione cambierà il rapporto tra Martino e Filippo dal momento che Martino avrà una storia sentimentale con Niccolò? Parlando del mondo delle comunità gay, è stato chiesto a Federico Cesari quali sono le differenze tra Isak, la sua trasposizione norvegese e quella italiana di Martino e se pensa che in un Paese bigotto – sotto certi aspetti – come l’Italia, questa serie possa aiutare a comprendere che l’amore tra due uomini è una cosa naturale, perché  l’amore è universale e non fa alcun tipo di distinzioni sessuali. “Rispetto al personaggio di Isak le tematiche e gli sviluppi vengono riprese dalla versione norvegese, così come anche le dinamiche rimangono invariate. Per quanto mi riguarda io ho cercato di attenermi alle versione norvegese, ma rendendo mio questo personaggio. Nella versione originale Isak è interpretato da un attore bravissimo e sinceramente copiare il suo modo di recitare sarebbe stato paragonato a quello di una “brutta copia” dell’originale. Per questo motivo ho cercato di italianizzare Martino, visto che le mie radici sono ben radicate nella cultura italiana. Per quanto riguarda la speranza che questa serie possa far comprendere, soprattutto agli adulti, che essere gay non vuol dire avere dei problemi, spero vivamente che questa produzione possa simboleggiare un punto di svolta nel nostro Paese. Come ben sappiamo Skam Italia nasce come serie e pertanto ha il potenziale limitato di una serie. Nonostante questo vedo che comunque molti mi scrivono, confidandomi che dopo averla vista sono riusciti a trovare la forza di fare determinate cose. Questo tipo di messaggi rappresentano la mia idea di complimento. Trovo che leggere messaggi come:’Skam mi da la forza di fare questo’ sia una cosa bellissima. Speriamo vivamente di normalizzare la tematica dell’omosessualità, raccontando una normale storia d’amore tra due ragazzi, che viene vissuta in maniera serena, tenendo conto degli sviluppi introspettivi dei personaggi. Noi abbiamo cercato di normalizzarla il più possibile.”

Il nuovo personaggio di SKAM Italia

Agganciandoci alle dichiarazioni rilasciate dall’attore che interpreta Martino, abbiamo scambiato quattro chiacchiere anche con la new entry del gruppo, Filippo Sava, il fratello di Eleonora. Il suo personaggio nella seconda stagione darà una bella scossa alla trama e alla vita di Martino. “Filippo è un personaggio molto ironico che si permette con una sottile ironia, di dire ed essere ciò che vuole. Riesce a mostrare ciò che è realmente, esprimendosi in maniera libera, proprio grazie a questa sua ironia simpatica, semplice e molto onesta. Trovo che questo personaggio sia onesto, profondamente sensibile  – e che come fanno molte persone – cerca di difendersi con il sarcasmo e con un po’ di cinismo, senza perdere mai la sua sensibilità. Questo aspetto emerge proprio nel rapporto con Martino, con il quale cerca fin dall’inizio un contatto per poterlo aiutare, ponendosi come punto di riferimento nella sua vita. Poi con sua sorella ce ne saranno delle belle, ma questo lo vedremo più tardi.”

C’è la speranza che questa serie possa aiutare gli adulti a comprendere il mondo omosessuale durante il periodo dell’adolescenza? Pietro Turano ha risposto: ” Sono convinto che questa storia tra Filippo e Martino, possa aiutare a comprendere che l’amore non ha sesso. Sono anni che io faccio attivismo LGBT e negli anni mi sono reso conto che spesso i giovani si sentono soli. Quando i punti di riferimento non ci sono sul territorio bisogna fare quel passo in più per andarli a cercare. Sempre più spesso ci sono storie come questa raccontata nella serie. Skam è molto vicina alla realtà dei giovani, essendo un prodotto fatto da giovani e per i giovani, con l’auspicio che magari li possa aiutare a compiere quel famoso passo di coraggio, per andare a cercare qualcuno con cui confrontarsi. È vero che siamo in un Paese un po’ bigotto, un po’ difficile, ma Roma non è una città omofoba. Certo, c’è un po’ di tutto in giro e spesso ci si sente soli, ma non bisogna pensare tutto in negativo. Le persone con cui confrontarsi esistono, non si è mai veramente soli e anche l’Italia è un Paese ricco di opportunità, di conoscenza, di confronto, di dialogo, di condivisione. Sono profondamente sicuro che Skam aiuterà i giovanissimi a trovare il coraggio di essere se stessi”.

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