Negli USA è già un fenomeno di culto.  Stiamo parlando di American Crime Story, la nuova serie tv creata da Ryan Murphy che, da qualche settimana, è in onda sulle frequenze della FX. Il network che da qualche anno a questa parte è alla continua scoperta di se stesso (ricordiamo che ha trasmesso serie come The Shield, Sons of Anarchy ed anche American Horror Story), si affida appunto al buon Ryan Murphy per veicolare la vera arte seriale. In un momento in cui la stessa cultura televisiva vive attimi di crisi profonda (soprattutto dal punto di vista creativo), l’arrivo di American Crime Story sembra essere del tutto necessario. Con il sottotitolo di The People v. O.J. Simpson, Ryan Murphy tratteggia con cura e secondo i suoi dettami narrativi, uno dei casi giudiziari che più hanno scosso l’opinione pubblica, ma soprattutto pennella la società civile americana prima dei social e prima dei processi televisivi. Motore della vicenda è il caso che riguarda appunto O.J. Simpson, giocatore di football, il quale viene accusato di aver ucciso barbaramente l’ex moglie. Fra giochi di potere e patti scellerati, il caso giudiziario che ha infiammato l’opinione pubblica, sfiora e smuove le coscienze esulando ben oltre dalle aule di tribunale. Nel cast oltre ad una magnetica Sarah Paulson, c’è anche John Travolta, Cuba Gooding JR. (è un imperturbabile OJ.), David Schwimmer e Bruce Greenwood.

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Affresco politico e satira sociale, ma in realtà, quali sono i pro e i contro della nuova serie antologica di Ryan Murphy?

American Crime Story è già cult, perché…

È una serie dalle grandi pretese, intensa, melanconica ed emotivamente violenta come un colpo di pistola, specchio di una realtà sociale lontana ma vicina alla nostra modernità. Ryan Murphy quindi, abbandonando finalmente deliri onirici e battute graffianti, sviluppa un grande romanzo televisivo, un affresco radicato nella cultura pop, che con grazia e maestria riesce a tratteggiare una pagina della storia dell’umanità. Infatti attraverso un caso giudiziario, lo sceneggiatore si fa portavoce di un dissidio e  di un malcontento che,  inesorabilmente,  scuote le coscienze arrivando a toccare l’anima del pubblico. Se a questo carico emotivo aggiungiamo un cast di tutto rispetto ed una regia calma e pacata, si spiegano le ragioni della profondità di American Crime Story.

Essenziale ma non indispensabile, perché …

Nonostante la sua grande profondità, lo show della FX alla fin fine, non scuote come si crede l’apparato emotivo dell’universo seriale moderno. La sua grande pienezza di contenuti e di situazioni si esaurisce in men che non si dica perché American Horror Story, al di là dell’impatto nel sociale, è una cronistoria fredda e distaccata di fatti realmente accaduti. Il romanzo televisivo è intenso ma non brillante, invitante ma non seducente, coinvolgente ma non mozzafiato, è solo un modo per celebrare il genio di un regista dal grande appeal e la bravura di un cast d’eccezione. American Crime Story è quindi una serie essenziale per raccontare il disagio di una società, ma non indispensabile perché si dimostra una chiara e ben mirata operazione di marketing commerciale, mirata a sfruttare la forza di un marchio che da anni sta facendo molto discutere il pubblico del web e non solo. 

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