Se Perfetti Sconosciuti, The Dinner o Carnage ci hanno mostrato il confronto tra vari personaggi all’interno di quattro mura, Kenji Yamauchi, regista di At the Terrace, ci invita ad una festa la cui azione si svolge esclusivamente all’esterno, su una terrazza di lusso da qualche parte in Giappone.

Presentato nella seconda giornata del Far East Film Festival 2017, At the Terrace è una commedia ironica che funziona, in un certo senso, come analisi antropologica e sociale, coinvolgendo in una continua conversazione una serie di personalità del Giappone benestante, con segreti da nascondere e passioni inconfessabili, conditi da una banale invidia e una chiara gelosia.

Rivalità femminile e scomode confessioni

La padrona di casa è la moglie del capo dell’azienda in cui molti degli uomini presenti alla festa lavorano; una donna estroversa e cinica, senza peli sulla lingua, che entra in competizione con la giovane e bella Haruko, che cattura l’attenzione dei presenti in modo naturale, rubandole la scena.

Scena dal film At The Terrace

Mano a mano che gli invitati vanno via, il gruppo si restringe e il consumo di alcool fa salire la temperatura, portando la conversazioni su vari piani più espliciti e taglienti. Le due donne sono sempre più prese dal loro confronto diretto, mentre gli uomini sono spettatori ipnotizzati e imbarazzati che denunciano gradualmente le loro fragilità. Prende corpo così una commedia da camera che, nonostante la medesima location, riesce a coinvolgere lo spettatore con un ritmo dinamico e puntuale.

Il merito della sceneggiatura

La forza di At the Terrace è infatti la sceneggiatura di Yamauchi che è costruita in modo lineare, con una particolare attenzione ai dettagli che sottolinea un umorismo  brillante che, tuttavia a volte, risulta forse troppo locale. Il cast comprende Kei Ishibasi, Kami Hirawa, Hiroaki Morooka, Kenji Iwatani e Ryuta Furuya, tutti molto convincenti nei vari ruoli che interpretano sulla scena.

At the Terrace è uno di quei film che mantiene un’impostazione teatrale, ma funziona comunque sul grande schermo, divertendo ed intrattenendo lo spettatore, invitato ad una festa in cui crollano alcune certezze e i ruoli sociali, mentre l’equilibrio si frantuma passo dopo passo, con il semplice impiego della parola. Fin dalla prima scena il pensiero corre facilmente al recente successo di Paolo Genovese, Perfetti Sconosciuti, per l’ambientazione e lo stile narrativo scelto. Tuttavia l’esperimento italiano è sicuramente superiore a questa versione orientale, che ha una sua dignità, ma presenta qualche momento più debole e ridicolo che non permette di salire di livello.