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Bif&st 2017: la “lezione di cinema” di Andrej Konchalovsky

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L’edizione 2017 del Bari International Film Festival si è aperta con la proiezione di Paradise, ultima fatica cinematografica di Andrej Konchalovsky, già premiata con il Leone d’argento per la Migliore Regia all’ultima Mostra del Cinema di Venezia ma ancora inedita nelle sale del nostro Paese. Un racconto dell’Olocausto che non vuole limitarsi a mettere in scena gli orrori del nazismo, ma che analizza “il potere seduttivo del male” attraverso una economia narrativa che fugge dalle iperboli, in cui una singola scena di violenza può bastare a dipingere una realtà inquietante.

Quello di Andrej Konchalovsky, come lo stesso cineasta russo ha avuto modo di spiegare nella “masterclass” che è seguita alla proiezione, è un cinema che si basa sulle immagini e sulla maniera in cui esse vengono messe in successione. Un cinema in cui ogni singolo fotogramma non può prescindere dal precedente, e che per questo non si presta alla fruizione veloce e disattenta che il regista rimprovera agli spettatori contemporanei, in cerca sempre più spesso del mero entertainment. “Nel cinema moderno, ed anche in parte nei miei film americani, ci sono migliaia di immagini che cambiano ogni secondo”, ha spiegato Konchalovsky. “Questo perché si è persa l’importanza della singola immagine in un mondo in cui siamo sommersi da video e foto di tutti i tipi. Questo comporta una svalutazione, una diarrea di immagini”.

Una scena di Paradise

Il cineasta russo, da sempre contrario ad un certo tipo di industria, non ha risparmiato parole dure sul cinema contemporaneo, marcando la distanza radicale che separa la sua concezione del mezzo da quella che in tempi recenti sta invece prendendo piede. “Il cinema moderno nasce dalla droga e dalla cultura MTV, che è appunto droga per il cervello. È un fenomeno che esiste e non possiamo farci nulla. Lo scopo del mio percorso è invece quello di comprendere il cinema come sequenza di immagini. Una sequenza in cui ogni immagine deve esprimere il massimo valore e significato”.

In questo moderno “cinema da masticare”, come lo definisce lo stesso Konchalovsky, si è perso anche il valore del suono, che per esistere deve nascere dal silenzio. “L’arte ci impone un po’ di silenzio e non bisogna dimenticare quanto esso sia necessario anche nella nostra vita. Per me è la migliore manifestazione di Dio. Un produttore una volta mi chiese di inserire in un mio film una colonna sonora dal volume particolarmente alto. Questo perché la gente doveva sentirla nonostante il rumore di pop corn masticati”, ha scherzato il regista.

Ma la “lezione” di Konchalovsky passa anche per il ricordo dei maestri che lo hanno influenzato, e da cui ha imparato a “rubare”. “Prima il cinema non era per chi masticava popcorn. Era destinato agli adulti e non a bambini e teenager. I genitori oggi non vanno più al cinema e preferiscono rimanere seduti in casa. Per questo cerco di fare film soprattutto per loro. Le mie influenze ? Io ed il mio amico Andrei Tarkovsky sapevamo bene quali fossero gli autori da seguire. Penso al neorealismo, a Fellini, a Kurosawa, a Buñuel e Bresson. Questi erano eroi del cinema, giganti. Mentre per i nuovi registi è diverso, oggi puoi essere famoso e domani cadere nel dimenticatoio”.

Andrej Konchalovsky al Bari Film Festival

Alla disillusione nei confronti di ciò che è diventato il mezzo cinematografico, il regista russo però affianca la consapevolezza che le opportunità oggi per i giovani cineasti sono praticamente infinite e alla portata di tutti. “La qualità di un iPhone, ad esempio, è altissima”, ha spiegato Konchalovsky, “e ciò significa che fare cinema non costa davvero più nulla. Anche se questo non vuol dire per forza che sia facile fare bei film”.

Questo perché, al di là dei mezzi tecnici sempre più accessibili, la capacità di suscitare emozioni e sensazioni in chi guarda non è qualcosa comune a chiunque. Bisogna saper scegliere le immagini necessarie e trovare il modo di rendere speciale anche ciò che apparentemente non lo è. “Non è la storia la cosa importante, ma il modo in cui la si racconta. Una stessa storia, per esempio quella del Don Giovanni, può dare vita ad una buona rappresentazione o ad una pessima rappresentazione”.

“Non ci sono storie noiose, solo narratori noiosi”. Parola di Andrej Konchalovsky.

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

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Berlinale 71: Natural Light, la recensione del film premiato per la regia

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natural light berlinale

Pellicola che ha debuttato il 2 marzo 2021 in World Premiere alla Berlinale 71, Natural Light è diretto da Dénes Nagy. Durata 103 minuti. Una produzione realizzata con la collaborazione di Ungheria, Francia, Germania e Lettonia, che ha vinto l’Orso d’Argento per la Miglior Regia.

Natural Light: sinossi

Il caporale István Semetka, prima semplice contadino ungherese, si trova in una situazione più grande di lui e contro la sua volontà. Facente parte di un’unità speciale il cui scopo è cacciare partigiani nell’Unione Sovietica ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, dovrà fare i conti con il susseguirsi degli eventi, in una morsa che procede per inerzia, tra paure ed impotenza.

Natural Light: recensione

Un war movie che basa la sua funzione primaria non tanto nello scontro, quanto nell’elaborazione personale di un semplice uomo. Il regista ungherese vince meritatamente l’Orso d’Argento proprio per la sua precisa e maniacale direzione. Scenografie accurate, location immersive ed un’attenzione alla ricostruzione storica con l’ausilio esemplare di costumi d’epoca, collaborano all’unisono per dipanare una vicenda che si imprime negli occhi dello spettatore principalmente per goduria visiva. Tecnicamente grandioso, forte di un’estetica calamitica, vive di luci naturali proprio come il titolo suggerisce.

natural light film recensione

Quasi unicamente girato senza l’aiuto di artificiosità, fa della fotografia un enorme punto di forza, spesso sono i focolai, gli incendi, il fuoco stesso l’unica fonte di luce ed è inutile sottolineare la magia che si crea nell’infrangersi sui volti e su ogni superficie, rispecchiando colori impossibili da replicare in modo costruito. Perfetto nel creare un’atmosfera quasi disturbante nella sua sensazionale bellezza, disegna ambientazioni naturali, panoramiche, albe, tramonti che sono quasi un vero e proprio personaggio.

In tutto questo troviamo un dramma, fatto di paure, del superamento di esse e talvolta di immagini qua e là inquietanti, utili a rafforzare ciò che già è potente di suo. Silenzi, sospiri, l’ampio spazio ceduto agli sguardi e ai primissimi piani, che identificano una struttura quasi in sottrazione, in cui la narrazione risulta una rincorsa a vivere il film invece che osservarlo.

Il sonoro in generale è bilanciato accuratamente ed accompagna questi volti consumati, stanchi, sporchi, privati di qualcosa in un percorso visivo cupo e desaturato, in cui la tavolozza sembra avere solo tonalità verdastre, giallognole e marroni. Sbalorditivo dunque principalmente a livello tecnico e per l’essenza che trasmette grazie alla maestria scrupolosa, nel catturare lo spettatore senza alcuna riserva, inutile dire che sul grande schermo ovviamente sarebbe stato superlativo.

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Berlinale

Berlinale 71: Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) la recensione

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Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) è stato presentato in anteprima mondiale alla Berlinale 71 il 4 marzo 2021. Diretto e scritto da Ryusuke Hamaguchi, il film giapponese della durata di 121 minuti ha vinto l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria.

Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy) Sinossi

Diviso in tre differenti archi narrativi autonomi, il film racconta personaggi femminili in diverse circostanze: il primo Magic si basa su un triangolo amoroso, il secondo Door Wide Open si incentra su una seduzione fallita ed infine il terzo, Once Again, narra di un incontro inaspettato. 

Guzen-to-sozo-Wheel-of-Fortune-and-Fantasy-recensione

Guzen To Sozo (Wheel of Fortune and Fantasy), la recensione

Interessante e ben delineato, il film di Ryusuke Hamaguchi tende a farci assaporare diversi sentimenti, dettati da personalità femminili, ma allo stesso tempo caratteristici di un’identità singola. Queste tre storie partono tutte con la stessa idea di base: raccontare il punto di vista femminile in situazioni totalmente divergenti.

Con questi presupposti però, ciò che si può notare è appunto come tre donne che non condividono alcuna circostanza e calate in contesti differenti, risultino allo stesso modo delicate e riservate nell’elaborazione del caso. Il tempo poi è ben scandito in ognuna delle vicende, è presente una parte introduttiva per poi metterci di fronte ad un doveroso sbalzo temporale ed infine riagganciarsi dopo mesi o anni, con le conseguenze che tutto ciò ha comportato.

Uno scorrere del tempo dunque per valutare gli effetti delle scelte fatte in precedenza. Compromessi, false illusioni, rimpianti, tutti aspetti che sono oltre che femminili, propri di ogni essere umano, perciò è come se il regista avesse voluto metterci davanti semplicemente alla vita stessa, a ciò che può accadere a tutti noi.

Se ci si fa caso ogni mini storia concepisce gli attimi inaspettati, ossia getta le sue fondamenta sul concetto di qualcosa che è involontario, non programmato, succede e basta. Degna di merito la scelta di voler dettare delle linee guida similari per poi ramificarsi in elaborazioni singole, si percepisce in maniera chiara l’intento e questo grazie ad una narrazione fluida e corposa.

Inquadrature spesso statiche, senza bisogno di grandi evoluzioni, riescono a farti empatizzare con i personaggi, la macchina da presa scompare quasi nella totalità del minutaggio, un grande pregio per un genere di film che fa del suo vanto l’immersione dello spettatore nel racconto. Concludendo ciò che si può trovare in questa pellicola è poesia, stupore, sensibilità e tutto questo espresso ai nostri occhi con una morbidezza che non è affatto da tutti.

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Cinema

TFF 38: Fried Barry, la recensione del delirante film di Ryan Kruger

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Diretto, prodotto e sceneggiato da Ryan Kruger, approda al Torino Film Festival edizione n.38, una  commedia fantascientifica intitolata Fried Barry. Il Sud Africa è il paese d’origine e Gary Green il suo protagonista.

Un uomo tossicodipendente e già di suo alquanto svalvolato, almeno all’apparenza, un giorno di punto in bianco viene scelto  dagli extraterrestri come cavia. L’alieno dentro di lui vuole provare dunque ogni tipo di esperienza umana e così come un’ameba l’uomo/alieno inizia a muoversi per inerzia in giro per la città, facendo ogni cosa e lasciandosi trasportare dagli eventi senza capacità di giudizio, finchè l’ospite avrà finito con questo inutile involucro.

Un film assurdo, con poca possibilità di percezione positiva. Tutta colpa o merito (dipende dal personale gradimento) di Ryan Kruger, visto il suo coinvolgimento nell’opera, avendo ricoperto i ruoli di regista, produttore e sceneggiatore. La scrittura come la messa in scena, peccano di banalità e troppo semplicismo; al nostro protagonista succedono cose davvero incredibili, ma non per spettacolarità quanto più per scadente plausibilità, come se ad ogni angolo della strada ci fosse qualcuno che aspetta proprio lui, per fare sesso o regalargli droghe o chissà cos’altro.

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Situazioni impensabili, personaggi strambi e poca cura per le performance attoriali come per il realismo delle azioni che compiono, con errori riconducibili ad un principiante alle prime armi.
Una nota positiva risiede invece nella fotografia, contraddistinta da un tono quasi finto patinato, mediante un uso accurato di luci e colori, che senz’altro esaltano il film perlomeno visivamente. 

Se si volesse provare a fare una sovralettura con l’intento di trovare un significato recondito e strettamente ispirato, si potrebbe parlare del corpo umano come semplice involucro, che viaggia parallelamente all’animo, all’essenza, a ciò che costituisce la coscienza e la volontà di agire.
Oltre a questo, noi umani abbiamo anche limiti dettati dalla nostra fragilità e dall’essere mortali, che gli alieni (almeno quelli di questo film) non sembrano avere. Pertanto da un lato ci si trova di fronte a limiti fisici, dall’altro ad emozioni che invece sono solo nostre, come l’amore, che per un alieno provare potrebbe voler dire godere di autenticità, un potere sconsiderato ed inaspettato agli occhi di un essere superiore.

Sicuramente il protagonista ha un impatto visivo peculiare, sottolineato da questo sguardo sempre allucinato che vanta una valenza macchiettistica, anche forte dell’aspetto fisico stesso dell’attore Gary Green. Detto questo, credo di aver voluto cercare un qualche messaggio un po’ troppo sofisticato per un prodotto delirante che si rivela essere caratterizzato da un potenziale interessante, ma realizzato davvero male, che non credo rimarrà nell’immaginario comune o meglio ci resterà saldo, ma per essere d’esempio quando ci si riferirà a prodotti di qualità infinitamente bassa.

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