Ci sono album che fanno da specchio alla vita professionale e privata degli artisti che li compongono. L’ultimissimo Give Till It’s Gone di Ben Harper ne è chiaro emblema.

Questo lavoro infatti, come ammesso dallo stesso artista, si pone come esposizione viscerale del suo ultimo anno e mezzo di vita: periodo contraddistinto dalla scelta di terminare la quasi ventennale produzione con la Virgin e dalla separazione sentimentale dall’attrice Laura Dern. Tutto ciò può essere delineato nei primi due brani che aprono l’album (Don’t Give Up  on Me Now e I Will Not Be Broken) in cui delle fioriture in falsetto e  d intense frasi di lap steel sono da sostegno al carattere malinconico che Ben vuole imprimere alla sua musica. Le dinamiche si risollevano però con la scanzonata e poco impegnata Rock’n’roll is free e con Clearly Severely, esecuzione colorata da una verve in pieno stile indie anni Ottanta, che ricorda molto i vecchi Afghan Whigs, o i primi Soul Asylum. Arriviamo poi al cuore dell’album con entusiasmanti special guest e forse i momenti più riusciti di questo lavoro: è ospitato infatti in Spilling Faith nientepopodimenoche’ Sir Ringo Star (alla batteria), che da tradizione non poteva non esprimere una psichedelia beatlesiana degli anni d’oro e un’estemporanea e spontanea session in studio con Get There from Here. Da questo momento in poi però si avvia la parabola discendente del suddetto lavoro e tranne che con l’ospitata di Jackson Browne (in Pray That Our Love Sees the Dawn), Ben difficilmente riesce ad attrarre l’attenzione anche dei suoi fan più ortodossi.

Insomma sicuramente non ci ritroviamo ad ascoltare uno dei momenti migliori della fiorente carriera dell’artista americano, ma probabilmente questa non è altro che la fine di una fase che vuole proiettarci verso nuovi orizzonti.