P. P. P.  Pioniere. Pensatore. Poeta. Tre iniziali, una sola lettera. Tanto basta per descrivere l’incredibile apporto dato alla cultura, dal cinema alla letteratura, da Pier Paolo Pasolini. Poeta e regista crudo e diretto, senza mezzi termini e senza speranze, così come è la vita, Pasolini ha descritto, nei suoi libri e nei suoi film, l’Italia che “al di fuori naturalmente dei tradizionali comunisti , è nel suo insieme ormai un paese spoliticizzato, un corpo morto i cui riflessi non sono che meccanici. L’Italia cioè non sta vivendo altro che un processo di adattamento alla propria degradazione. […] Tutti si sono adattati o attraverso il non voler accorgersi di niente o attraverso la più inerte sdrammatizzazione”, come scriveva in Abiura dalla trilogia della vita, apparso sul Corriere della Sera, il 9 novembre 1975.

In occasione della VI edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, Gian Luca Farinelli ha curato la mostra P. P. P. Un omaggio a Pier Paolo Pasolini, visitabile fino al 5 novembre nello Spazio Espositivo dell’Auditorium Parco della Musica.

L’esposizione si articola su undici schermi. Sette schermi tematici penetrano nell’universo intellettuale ed espressivo del maestro bolognese: la critica della modernità, così osteggiata dal poeta, favorevole al mantenimento di quell’incontaminato mondo contadino; la vita; l’Italia tra il 1922 e il 1975, schermo in cui si ripercorrono gli eventi della storia italiana contemporanei alla vita di Pasolini; il Terzo Mondo, concetto universale della condizione di sottomissione del sottoproletariato, di cui Pasolini si fece interprete; la dimensione del Sacro, valore arcaico legato alla terra, al mondo rurale e destinato a scomparire sotto l’egida dello sviluppo e della modernizzazione; l’universo figurativo, così presente nella mente e nelle pellicole di Pasolini, che rimase affascinato, durante gli anni universitari bolognesi, dalle lezioni dell’eminente professore d’arte Roberto Longhi e che cita costantemente i maggiori capolavori del Manierismo; infine la morte, figura onnipresente, un continuo memento mori nelle storie narrate da Pasolini e imperversata terribilmente nell’esistenza dell’artista, spezzata in una fredda notte fra il 1 e il 2 novembre del 1975 all’Idroscalo di Ostia. Oltre a questi sette schermi, ve ne sono altri quattro che presentano altrettanti incipit di film pasoliniani: Accattone, Il Vangelo secondo Matteo, Uccellacci e Uccellini e Il fiore delle Mille e una notte.

Insieme alle proiezioni, lo spazio espositivo ospita l’installazione di Dante Ferretti e Francesca Loschiavo, una macchina da scrivere, di rilevante grandezza, poggiata sui più bei testi scritti da Pasolini, da Empirismo Eretico a Una vita violenta; sopra, sospesi, ci sono fogli che raccolgono i pensieri e le parole dello scrittore. A fare da sottofondo la voce del poeta che recita alcuni suoi versi tratti da Le ceneri di Gramsci e da La Guinea, la voce di Bassani che ne La Rabbia recita la bellissima poesia dedicata a Marilyn Monroe e l’incantevole melodia di Che cosa sono le nuvole?, cantata da Domenico Modugno.

Rendere omaggio a Pier Paolo Pasolini significa rendere omaggio ad un uomo che si è fatto interprete attraverso i suoi film del cambiamento in cui imperversa il mondo, un cambiamento mal sopportato e irreversibile per Pasolini, che pagò sempre in prima persona per il fluire diretto e continuo delle sue parole, lasciate nella condizione di libertà nel dire sempre ciò che pensava. Un uomo, un regista, uno scrittore giustamente onorato, mentre l’intera città di Roma celebra il cinema.