La rivelazione è destinata a cambiare notevolmente il corso delle cose. Steven Naifeh e Gregory White Smith, autori di numerosi saggi, uno su tutti Jackson Polloch: an american saga, vincitore del Premio Pulitzer, sono i responsabili di una nuova, clamorosa, scoperta: Vincent Van Gogh non si sarebbe ucciso, bensì sarebbe morto in un incidente, colpito da un colpo di pistola sparato, per errore, da due teenager. Il nuovo libro dei due storici dell’arte, Van Gogh: the life, è il frutto di una ricerca durata dieci anni, durante la quale si sarebbero raccolti indizi e tracce che avrebbero portato gli autori a questa nuova versione dei fatti. Lavorando in collaborazione con il Van Gogh Museum di Amsterdam, hanno potuto reperire nuovi documenti prima inutilizzati e rifarsi alle lettere inviate da Vincent alla famiglia.

Ma, prima di questo lavoro di Naifeh e Smith, qual era la versione sulla morte di Van Gogh? Gli storici dell’arte era giunti ad affermare, pur con divergenti opinioni, che il pittore si fosse sparato con il chiaro intento di suicidarsi. Una sera, era la domenica del 27 luglio 1890, rincasò alla locanda dei coniugi Ravoux, ad Auvers-sur-Oise. Non presentandosi per il pasto, il signor Ravoux andò a chiamarlo e, entrato in camera, vide la raccapricciante scena di Vincent riverso sul letto, il quale gli confessò di essersi sparato un colpo di rivoltella al petto. Subito accorse alla locanda il dottor Gachet, amico di Theo Van Gogh, che si sarebbe dovuto prendere cura del pittore, sofferente di gravi disturbi psichici. Non potendo estrarre il proiettile, l’unica operazione che poté svolgere Gachet fu fasciare la ferita e sperare nella sua salvezza. Non così la pensò Van Gogh, sempre più convinto di voler morire.  E la sua convinzione si trasformò in triste realtà la notte del 29 luglio, quando, all’una e mezza, morì per un accesso di soffocamento.

Nella storia dell’arte sono numerosi i casi di eroi maledetti, artisti dal talento straordinario e dalla vita fuori dal normale, dalle regole, dalle convenzioni. E sembra che, a rendere ancor più affascinante e romantica la loro esistenza, sia la morte stessa. Il suicidio. Borromini si trafisse con la spada da parte a parte; Kirchner si suicidò nel 1938; Rothko, uno dei maggiori interpreti dell’espressionismo astratto, si tagliò le vene nel suo studio di New York; Pavese, scrittore sapiente, si tolse la vita in una camera d’albergo ingerendo numerose bustine di sonnifero; Hemingway si sparò in bocca un colpo di fucile da caccia. Certamente la nuova scoperta di Naifeh e White Smith, pur apportando significative evoluzioni nella biografia di Van Gogh, non ne scalfisce l’immagine di pittore maledetto, pazzo e incompreso, eppure artefice di una pittura che ha saputo ritrarre e ritrarsi, inconfondibilmente persa nel senso disperato dell’esistenza stessa.