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Cinema

Donnie Darko | analisi di un imprevedibile successo a distanza di 20 anni

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Sono passati ormai due decenni da quando il ventiseienne cineasta Richard Kelly scrisse e diresse Donnie Darko, film su un adolescente problematico calato nel contesto della science fiction. La pellicola uscì nelle sale statunitensi a ottobre del 2001, solo un mese dopo gli attentati dell’11 settembre. E proprio la centralità di un disastro aereo nella narrazione fu la principale causa che ne decretò l’insuccesso commerciale. Non era sicuramente il momento migliorare per mostrare al pubblico un film del genere e così l’incasso al box office statunitense fu di appena 500mila dollari, a fronte di un budget produttivo di sei milioni.

La critica però lodò in maniera convinta il film di Kelly e il tempo le diede ragione: pochi anni dopo, grazie al passaparola, Donnie Darko tornò in auge nel mercato home video e finì per essere presentato nel 2004 alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione Venezia Mezzanotte per poi essere distribuito lo stesso anno anche nelle sale italiane. Così quello sbilenco lungometraggio dei primi anni 2001, andato malissimo in sala e diventato famoso nel circuito Home Video, arrivò in Italia già con la fama di film generazionale.

In realtà, a venti anni esatti di distanza, più che generazionale sarebbe il caso di definirlo adolescenziale, pieno di assolutismi e slanci sentimentali che raccontano bene le pulsioni di quell’età. Oltre a questo, però, Donnie Darko è famoso anche per la sua costruzione peculiare, in cui il tempo del film sembra arrotolarsi su se stesso. Elemento che, insieme ad una suggestione di fantascienza forte sulle realtà parallele, lo rende il più intricato dei teen drama. Complesso e pensato per essere una vera e propria trappola per la mente, Donnie Darko è infatti uno dei migliori esponenti di quel filone del cinema geek americano nato negli anni ’90, fatto di trame ad incastro e rompicapo inesorabili.

Donnie Darko | il trionfo del cinema inestricabile

Film decostruiti, temporalmente caotici o dotati di una trama che necessita di un’attenzione maniacale (o più visioni) per essere compresa a pieno. Sono questi i film che il cinema americano, dagli anni ’90 in poi, ha prodotto con sempre maggiore frequenza per catturare l’attenzione di un pubblico che chiedeva uno sforzo mentale a ciò che guardava. Il primo a rendere famosa la costruzione atemporale (ma con il solo fine dell’arrovellamento della narrazione) fu Pulp Fiction. Da lì si aprì un nuovo genere. 

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Donnie Darko si inserisce perfettamente in questo filone di film che hanno tutto il fascino della complessità e spesso delle realtà parallele, impenetrabili per vocazione, spesso anche agli stessi personaggi protagonisti che sono catturati in un vortice di eventi che non posso essere compresi a pieno, né da loro, né degli spettatori. È la negazione dell’assunto fondamentale del cinema classico, quello per il quale “il pubblico deve capire tutto” e l’esaltazione di un nuovo tipo di spettatore, spesso geek o dotato della passione geek per la scoperta dei meccanismi che ci sono dietro la costruzione di una storia. I film come Donnie Darko infatti somigliano in ogni momento costringono a riflettere sul fatto che quello che stiamo vedendo è una storia costruita, sceneggiata, filmata e poi montata. Ci invita cioè a riflettere sulla differenza tra una storia e la maniera in cui questa è raccontata, per arrivare alla conclusione che come una trama viene narrata influisce sul senso che questa trama ha.

Un racconto generazionale

Una complessità che sta tutta nella narrazione, perché di scientifico (o ingegneristico), invece, in Donnie Darko, non c’è quasi nulla, se non le potenti suggestioni offerte dai portali spazio-temporali e dagli universi tangenti custoditi in un libro fittizio creato per la trama del film stesso: La filosofia dei viaggi nel tempo di Roberta Sparrow. Richard Kelly sfrutta invece quelle che sono, per un ventiseienne dei primi anni Duemila, delle influenze inevitabili: la disillusa rabbia del periodo grunge e il nichilismo dominante nella narrativa americana anni Novanta che trova in Fight Club di Chuck Palahniuk e American Psycho di Bret Easton Ellis i suoi manifesti più rappresentativi. In Donnie Darko si respira questa atmosfera grazie alla foga creativa di Kelly che ha dato vita a un singolare mash-up: un film cupo focalizzato sul disagio adolescenziale che però sembra spesso un episodio di Ai confini della realtà.

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Ma tutto questo rimane uno sfondo che in nessun momento sovrasta quella che è la vera ambizione di Donnie Darko: essere un film-trucco, che attira e richiede l’attenzione del pubblico, ma che allo stesso tempo inganna lo spettatore, impedendogli di capire dove si nascondono davvero gli indizi utili a comprendere gli snodi della trama, che stanno sempre altrove rispetto allo sguardo di chi guarda e che quando vengono rivelati alla fine sorprendono tutti.

Un colpo di fortuna per Jake Gyllenhaal

Ma Donnie Darko è anche il film che ha consacrato definitivamente Jake Gyllenhaal. “Quando partecipai casting ero decisamente smarrito”, ha raccontato recentemente l’attore in un podcast con Roger Deakins. “Come succede spesso, tante grandi cose bussano alla tua porta in un modo che sembra tanto destino. C’era un altro attore che doveva interpretare la parte di Donnie fino a due mesi prima dell’avvio delle riprese. Io sono entrato nel cast solo due mesi prima dell’inizio. Mi ricordo di avere letto la sceneggiatura mentre soffrivo per miei problemi, per la mia ansia, e la mia tristezza. Avevo fatto due anni di college e non sentivo che quello era il posto per me. Ero tornato a Los Angeles, dove ero cresciuto, i miei si erano trasferiti dopo la mia partenza. Avevano preso una casa più piccola a Hollywood. Anche mia sorella era tornata a casa e non c’era abbastanza posto. Io dormivo in soggiorno sotto l’aria condizionata che andava 24 ore su 24 dato il caldo di Los Angeles. Ricordo di avere letto la sceneggiatura e di avere pensato: io mi sento proprio così! Non mi sentivo schizofrenico, ma completamente perso nella mia vita cercando di capire come essere un adulto”.

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Donnie Darko è infatti un film sulla schizofrenia ancora prima che essere un film di fantascienza. Per Jake Gyllenhaal nessuno dei film da teenager per cui i suoi colleghi tentavano le audizioni (come ad esempio American Pie), erano adatti a lui. Trovare (e ottenere) la parte di Donnie Darko fu la sua fortuna. Nessuno, secondo Gyllenhaal, sapeva cosa stavano filmando durante molte riprese in steadycam, ma la crew lo aiutò a rendere la performance un viaggio nei suoi demoni interiori, dandogli una libertà che non avrebbe avuto in altre produzioni dove le aspettative e le pressioni sarebbero state maggiori.

È indubbio che sia anche merito suo se Donnie Darko ha raggiunto oggi lo status di cult movie. Tutto il film, a partire dai suoi presupposti fantastici, sarebbe possibile anche in un altro contesto che non sia la periferia, ma è lì che acquista anche un secondo significato che poi ha fatto la sua fortuna. Non racconta solo l’evento fantastico che accade al suo protagonista, ma anche la lotta per non diventare come le persone che questo vede attorno a sé. Il fascino del film sta tutto nel profondo desiderio di essere e rimanere distante in un mondo che complotta per l’omologazione e costringe ad uniformarsi.

Giornalista cinematografico. Fondatore del blog Stranger Than Cinema e conduttore di “HOBO - A wandering podcast about cinema”.

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Cinema

Il Giorno della Memoria: 10 film da vedere, ma non i soliti

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Oggi è il Giorno della Memoria e, per l’occasione, vogliamo consigliarvi 10 film da vedere, tralasciando i soliti titoli che vengono fuori in questo giorno. La Vita è Bella o Schlinder’s List sicuramente sono dei capolavori indiscussi, però ci sono altri film degni di nota che vale la pena recuperare.

Abbiamo selezionato film di vario genere, dalla commedia al dramma, dall’animazione al film musicale. Nel video qui sotto potete scoprire i film che abbiamo scelto che raccontano il periodo della Seconda Guerra Mondiale, dell’olocausto, degli ebrei, della shoah e di una pagina di storia terribile che è bene ricordare ogni anno.

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Backstage e Curiosità

Uncharted: un video delle scene di stunt più spettacolari del film

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Il 17 Febbraio arriva al cinema Uncharted, il film ispirato all’omonimo videogioco diretto da Ruben Fleischer con Tom Holland. Qui sotto potete gustarvi un video speciale che porta dietro le quinte del film con intervista a Tom Holland e immagini delle scene di stunt più spettacolari realizzate durante le riprese.

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Basato su una delle serie di videogiochi più vendute e acclamate dalla critica, Uncharted presenta al pubblico il giovane e furbo Nathan Drake (Tom Holland) nella sua prima avventura alla ricerca del tesoro con l’arguto partner Victor “Sully” Sullivan (Mark Wahlberg). In un’epica avventura piena di azione che attraversa il mondo intero, i due protagonisti partono alla pericolosa ricerca del “più grande tesoro mai trovato”, inseguendo indizi che potrebbero condurli al fratello di Nathan, scomparso da tempo.

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Cinema

Bob’s Burgers – Il film: Il primo trailer italiano è arrivato!

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Bob’s Burgers – Il Film, la nuova avventura d’animazione comedy per il grande schermo, basata sull’omonima sitcom animata per la TV pluripremiata agli Emmy® e agli Annie® Award, arriverà il 25 maggio nelle sale italiane.

Bob’s Burgers – Il Film è diretto da Bernard Derriman e co-diretto da Loren Bouchard. La sceneggiatura è firmata da Loren Bouchard e Nora Smith. Il film è prodotto da Loren Bouchard, Nora Smith e Janelle Momary.

Bob’s Burgers: la sinossi ufficiale

La storia ha inizio quando una conduttura dell’acqua rotta crea un’enorme voragine proprio di fronte a Bob’s Burgers, bloccando l’ingresso per un tempo indefinito e rovinando i piani dei Belcher per l’estate.

Mentre Bob e Linda faticano per tenere a galla l’attività, i ragazzi cercano di risolvere un mistero che potrebbe salvare il ristorante di famiglia. Quando i pericoli aumentano, i Belcher si aiutano a vicenda per trovare la speranza e lottano per tornare al loro posto dietro al bancone.

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