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Far East Film Festival

FEFF 14: Punch, recensione

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A far sorridere ed emozionare il pubblico di Udine nella quarta giornata del Far East Film Festival ci ha pensato il sudcoreano Lee Han con il suo Punch, senza ombra di dubbio una delle novità più fresche ed entusiasmanti della giornata di Martedì 24 Aprile. Ambientato nei sobborghi di una Seul quasi irriconoscibile e che riecheggia attraverso i discorsi dei suoi personaggi, Punch si presenta come un racconto di formazione che segue il percorso di crescita, emotiva e psicologica del suo protagonista, il giovane Wan-deuk e degli eccentrici, ma anche profondamente umani personaggi che ne accompagnano e condizionano le scelte di vita. Alternando i toni della commedia a quelli decisamente più toccanti del dramma e con un sapiente studio dei personaggi, Lee Han presenta un prodotto insolito, ma anche estremamente delicato. Wan-deuk è un giovane liceale che vive la sua intera esistenza nel ricordo di un passato mitico, quello del padre, ballerino di cabaret, che si scontra con il maturo disagio provato dal ragazzo nei confronti della disabilità sofferta dal padre, di cui si occupa con estrema cura ed affetto. Mentre il padre, assieme ad un eccentrico zio adottivo, suo storico compagno di vita e lavoro, cerca di guadagnarsi da vivere organizzando piccoli spettacoli in un mercato fuori città, Wan-deuk trascorre il suo tempo tra la scuola e la sua piccola casa, in uno dei desolanti sobborghi della città, animato dalla fastidiosa presenza di un vicino decisamente psicotico che non manca mai di apostrofare in maniera decisamente dura ed esilarante il giovane e suo padre. Il tempo della scuola è vissuto dal ragazzo con estrema difficoltà; caratterialmente poco incline allo studio e al contrario molto facile nel venire alle mani con chiunque si contrapponga a lui o ai suoi cari, Wan-deuk subisce gli scherni e le ironiche vessazioni del suo professore di sociologia, non che vicino di casa, Dong-joo. Per frenare la carica intrusiva e oppressiva del professore, l’impotente Wan-deuk si rifugia disperato in una piccola chiesa, ricavata in una stanza dove si trovano a vivere un immigrato indiano e sua moglie, nella speranza che le sue poco convinte e convincenti preghiere possano finalmente portare Don-joo definitivamente fuori dalla sua vita.

Il rapporto tra il professore e il ragazzo rappresenta forse uno degli aspetti più riusciti ed importanti del film. Dietro la durezza di Don-joo, si nasconde in realtà una profonda fragilità interiore che ne ostacola profondamente i rapporti con l’esterno, con il padre e la giovane di cui s’innamora ad esempio, e un reale affetto per Wan-deuk. E’ infatti proprio il professore a far ricongiungere il giovane con la madre filippina di cui non aveva mai conosciuto l’esistenza e a ricondurla nuovamente e con estrema dolcezza e delicatezza all’interno del nucleo familiare; è sempre il “vessatorio” Don-joo ad insegnare a Wan-deuk a guardare con altri occhi alla disabilità del padre, costruendo con lui un’amicizia che darà poi luogo sul finale ad una partnership lavorativa e a indirizzare le energie del giovane verso il kickboxing. Resosi conto dell’effettiva incompatibilità del giovane con il mondo della scuola, il professore cerca di aiutarlo ad incanalare tutte le sue energie e la sua foga in uno sport che diventerà poi scelta di vita. Una storia dunque semplice e in molti suoi contenuti forse più volte elaborata nella storia del cinema, ma che ha, proprio in nome di questa semplicità, il merito di incunearsi nel fondo del film che si presenta così come un racconto corale che, facendo quadrato attorno al personaggio principale, mostra tutto un universo di personaggi diversi, caratterizzati da una sensibilità e una realtà di difficoltà e disagi tutti differenti, ma che a poco a poco imparano ad avvicinarsi e a comprendersi. Sono stati dunque i personaggi, tutti assolutamente interessanti, e il suo ritmo ironico e piacevole, anche nei suoi momenti più duri, a consacrare il successo di Punch che nel 2011 ha ottenuto 5,3 milioni di biglietti venduti, conquistando la terza posizione tra i campioni d’incassi coreani del 2011.

A Lee Han il merito di aver confezionato un cast assolutamente perfetto, soprattutto per la coppia Wan-deuk e Don-joog, rispettivamente interpretati da Kim Yoon-seok che negli ultimi anni ha inanellato un successo dopo l’altro e dal giovane divo Yu Ah-in, volto di numerose pellicole indipendenti. Punch, la cui sceneggiatura è stata tratta da un bestseller di Kim Ryeo-ryeong proposto anche per il teatro, si presenta al suo pubblico come una commedia scanzonata, ben scritta e ritmata; la struttura flessibile della trama e i personaggi definiti in maniera assolutamente perfetta permettono al film di esplorare e toccare nodi interiori delicati e toccanti : il rapporto di Wan-deuk con suo padre, la riluttanza da parte di sua madre nell’avvicinarsi nuovamente, motivata unicamente dal profondo disagio provato dalla donna di umili e lontane origini e la grande e nascosta umanità di Don-joog. Un film intelligente dunque Punch, capace di lasciare, dietro le risate, un segno e un ricordo indelebile nella mente e nel cuore del pubblico.

Storica in erba e appassionata cinefila, ha fatto della scrittura una passione e qualcosa di più.

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Cinema

FEFF 24 | Baz Poonpiriya ci racconta “One for the Road” e il suo lavoro con Wong Kar-wai

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Dopo aver vinto il Premio del Pubblico del Far East Film Festival con Countdown (2012), il regista Baz Poonpiriya torna a Udine con la sua opera più personale: One for the Road, per la quale si è avvalso della collaborazione del leggendario Wong Kar-wai. Presentato in anteprima al Sundance International Film Festival, One for the Road è stato il primo film thailandese a vincere il World Cinema Dramatic Special Jury Award. Con solo tre lungometraggi all’attivo Nattawut è quindi oggi uno dei registi thailandesi più in voga e più richiesti sulla scena internazionale, grazie anche all’incredibile successo dell’heist movie Bad Genius, campione di incassi in Thailandia e in Cina.

One for the Road è un road movie che ha protagonista una coppia di amici. Boss (Tor Thanapob), emigrato a New York, riceve inaspettatamente una telefonata dal vecchio amico Aood (Ice Natara), che gli chiede di tornare a Bangkok per aiutarlo a realizzare il suo ultimo desiderio, prima che la malattia li costringa ad un doloroso addio. Ma qual è l’ultimo desiderio di Aood? Quello di avere Boss al suo fianco in un lungo viaggio per restituire a tutte le sue ex ragazze dei vecchi regali ricevuti o della roba dimenticata a casa sua prima della separazione. Una richiesta alquanto stravagante, che però nasconde delle motivazioni ben precise.

Abbiamo avuto modo di conversare con Baz Poonpiriya per farci raccontare la genesi del suo nuovo film e il lavoro fianco a fianco con Wong Kar-wai.

Qual è stato l’apporto di Wong Kar-wai a questo film e quanto è cambiata la sceneggiatura dalla prima versione che ti fece leggere all’inizio della vostra collaborazione?

L’obiettivo era quello di realizzare il mio film fino a questo momento più personale. E per raggiungerlo è stata fondamentale la presenza di Wong Kar-wai, che mi ha spinto a sperimentare qualcosa che da regista di film più commerciali non avevo mai potuto concedermi. Fare affidamento sulle mie emozioni, cercare una storia che avesse un significato per me. Lui è stato il principale motore di questo film e la sceneggiatura è cambiata parecchio dalla prima che mi fece leggere, che aveva in comune con quella finale solo il fatto di avere un protagonista malato con una lista di cose da fare prima di morire. Inizialmente abbiamo lavorato su storie diverse, ma ci rendevamo conto che mancava sempre qualcosa, che bisognava cercare qualcosa di diverso. Ci sono voluti mesi di lavoro, con incontri ad Hong Kong ogni quattro settimane, per venirne a capo.

La colonna sonora del film è un elemento fondamentale della narrazione. Come sono state scelte le canzoni e cosa hai cercato di veicolare attraverso esse?

Penso che anche questo aspetto sia stato influenzato notevolmente dal lavoro con Wong Kar-wai, nei cui film la musica è sempre molto presente e spesso detta il tono delle scene. Ma le canzoni le ho selezionate io anche in base ai miei ricordi di quando era ragazzino, quando mi capitava di ascoltare in radio con mio padre molte canzoni internazionali, magari durante un viaggio in auto. Spesso non capivo le parole di quelle canzoni, sicuramente non conoscevo tutti i cantanti che le cantavano. Ma molte di esse le associo a dei ricordi precisi, riuscivano comunque a comunicarmi uno stato d’animo preciso. Ed è quello che ho cercato di fare nel film, utilizzandole per suggerire ogni volta un’emozione differente.

Il film, anche grazie alla formula del “road movie”, mostra tantissime città diverse della Thailandia. Come hai scelto le location e ci sono città che ti sono care per esperienza personale?

Sì, nel film ci sono molte città che mi sono care… ma non sempre per motivi che non posso svelare (ride, ndr). Ma hai ragione, questo film è una lettera d’amore a tutte le persone che ho conosciuto e quindi ovviamente al mio Paese d’origine. 

One for the road è dedicato alla memoria di un tuo amico recentemente scomparso. Che ruolo ha avuto nella realizzazione del film?

È stata una cosa che è avvenuta per caso e che vorrei non fosse mai accaduta. Avevo terminato di scrivere la sceneggiatura da qualche settimana quando ho saputo che il mio amico Lloyd aveva il cancro. Lo stesso tipo di cancro del protagonista del film che avevo appena finito di scrivere. È un caso in cui la realtà si trasforma in ciò che stai inventando. Sono andato a trovarlo in ospedale, una volta risvegliatosi dal coma, e gli ho detto che sarebbe stata la mia musa per il film, la principale fonte di ispirazione per il personaggio di Ice. Quando abbiamo cominciato a girare, è stato lui a decidere di venire con noi. Ha scelto di aiutare gli attori, di dare loro consigli su come vestirsi, su come camminare. Speravamo di poter finire il film in tempo perché lo vedesse, ma sfortunatamente se n’è andato via prima. Ecco perché gli abbiamo dedicato questo film.

Come hai lavorato con gli attori? C’era spazio per l’improvvisazione sul set o tutto era già previsto in sceneggiatura?

Tutti gli attori principali di questo film sono degli assoluti fuoriclasse, sono tra gli attori più ricercati e in voga oggi in Thailandia. Quindi sono stato molto felice di averli con me per questo progetto. Ed è stato un grande lavoro di squadra, basato sulla fiducia. E la fiducia permette anche un po’ di improvvisazione. È sempre bello quando capita qualcosa di inaspettato, che funziona e magari è persino meglio di ciò che avevi inizialmente in mente. 

Per questo film, sono tornate a lavorare con te molte delle persone coinvolte nel precedente Bad Genius, tra cui il direttore della fotografia, lo scenografo, il montatore e il compositore. Hai creato una squadra con cui pensi di continuare a lavorare anche in futuro e che tipo di relazione c’è tra di voi sul set?

In passato ho lavorato per molte pubblicità e per molti videoclip musicali. Alcune delle persone che hai menzionato le ho conosciute in quel periodo e da allora abbiamo sempre lavorato insieme. È la mia famiglia, adesso. E sono sempre pronti per nuovi progetti. Sicuramente è più facile lavorare con persone di cui ti fidi e con cui hai una connessione immediata.

Qual è il consiglio più prezioso che Wong Kar-wai ti ha dato come regista? 

È difficile dirlo. Perché Wong Kar-wai non è mai esplicito. Non dice mai le cose ad alta voce. Non ti dà consigli, non ti fa vedere come vanno fatto le cose. Bisogna imparare a cogliere i suoi suggerimenti, a farli propri, leggendo tra le righe. Ma sicuramente mi ha fatto capire che non ci sono limiti quando si fanno film. Ed è questo il motivo per cui tutti lo amiamo.  

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Cinema

FEFF 24 | Tomb of the River, la recensione del tesissimo e grigio poliziesco sudcoreano

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FEFF 24 | Tomb of the River, la recensione del tesissimo e grigio poliziesco sudcoreano
3.5 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

C’è una somiglianza molto marcata tra Tomb of the River di Yoon Young-bin, grigissimo poliziesco sudcoreano presentato in concorso al 24esimo Far East Film Festival, e gli ultimi lavori televisivi di Taylor Sheridan (Yellowstone, ma soprattutto Mayor of Kingstown), in cui le caratteristiche urbanistiche del luogo in cui si muovono i personaggi influenzano sempre le loro azioni, dove persino la toponomastica può determinare cambiamenti irreversibili sul piano personale dei protagonisti. Una vicinanza con le opere di Sheridan, d’altronde, c’è persino nel titolo originale del film, che, come quelle, contiene in sé il nome del luogo in cui si svolge la storia: in questo caso Gangneung, città nella provincia di Gangwon, sulla costa orientale della Corea del Sud.

Una città che, dopo la liberazione della Corea, non aveva mai ricevuto aiuti economici per il proprio sviluppo, almeno fino alle Olimpiadi Invernali di Pyeongchang nel 2018, in occasione delle quali arrivarono ingenti finanziamenti per la costruzione di nuove strutture ricettive e per una moderna linea ferroviaria nota come KTX (Korean Train Express). È in questo contesto di velocissima crescita (quindi favorevole per il proliferare di azioni criminose) che si svolge il film di Yoon Young-bin, in cui una banda di malavitosi si trova a dover gestire proprio la pianificazione di uno dei più grandi complessi da edificare in vista dei Giochi Invernali, che subito diventano motivo per rese di conti e lotte di potere interne alle diverse gang. 

Tomb of the River | coltelli a Gangneung

In Tomb of the River ogni disaccordo sembra doversi necessariamente concludere con una prova di forza e ad ogni punizione sembra dover seguire sempre una condanna di gran lunga più feroce dell’offesa: Gangneung è un luogo dove ogni sbaglio o calcolo sbagliato pesa molto di più di quello che si può inizialmente pensare. Come in un polar francese, un uomo immerso fino al collo in affari loschi e un poliziotto che non vuole lasciarsi corrompere finiscono comunque per essere amici, tenuti insieme da un legame così saldo (e “romantico”, come viene definito nel film) da superare le distinzioni di legge e fuorilegge.

Persino gli scagnozzi, generalmente relegati a ruoli marginali, carne da macello per le scene di azione, hanno delle sequenze a loro dedicate, dei dialoghi in cui emergono come figure autonome, con una loro personalità e un loro modo di guardare le cose. Uniti dal fatto di essere subalterni, gregari, quindi colleghi anche se al servizio di due opposte fazioni (a differenza dei capi delle gang, che possono essere solo fintamente amici e mostrarsi un rispetto che è solo di facciata). Ed è così che proprio nel tratteggiare le diverse relazioni tra i personaggi, nel modo in cui le abbozza per poi definirle in un secondo momento, che il film di Yoon Young-bin trova lo slancio necessario a vincere la classicità della sua trama noir, a dire qualcosa sul tipo di cinema a cui fa riferimento.

Tomb of the River appare quindi come una “parodia serissima” del gangster-movie coreano (come Outrage era una parodia serissima del classico yakuza-movie giapponese) che trova la sua ironia non tanto nella esagerazione degli avvenimenti archetipici del genere, ma nella loro costante reiterazione.

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Far East Film Festival

FEFF 2018, il trailer Spaghetti Incident del festival

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S’intitola Spaghetti Incident, quasi come l’album dei Guns N’ Roses, e l’intenzione rock ce l’ha davvero tutta, perché prende a sonori schiaffoni l’eterno luogo comune della pasta. Un luogo comune che perseguita, da sempre, gli italiani e i cinesi: sono nati prima gli spaghetti, appunto, o sono nati prima i noodles? La risposta, ovviamente, conta poco, ma due giovani registi, l’udinese Michele Fiascaris e il veneziano Filippo Polesel, si sono divertiti a giocare con la domanda, trasformandola in un vero e proprio mini-film: una spassosa crime story in perfetto Hong Kong style, lunga un minuto e quindici, scelta dal Far East Film Festival come trailer ufficiale della ventesima edizione!

«Spaghetti Incident – spiegano Fiascaris e Polesel – è un piccolo sketch in chiave gangster che ironizza su un interrogativo irrisolvibile: chi ha inventato gli spaghetti? Siamo stati noi italiani o sono stati i cinesi? Una discussione certamente innocua e frivola, non ci sono dubbi, a meno che a farla non siano due violenti boss della malavita cinese e italiana…».

Ed eccoli, dunque, i due cattivoni, attentamente sorvegliati dai propri bodyguard e seduti a tavola con degli appetitosi Dan Dan Noodles nel piatto: il primo è interpretato da Wai Wong, attore hongkonghese che vive nel Regno Unito da quand’era bambino (lo abbiamo intravisto nel Cavaliere oscuro di Christopher Nolan e in Spectre di Sam Mandes), il secondo, invece, è interpretato da Luca Zizzari, milanese di nascita e londinese d’adozione, noto al pubblico per il ruolo di Matteo nella serie cult Peaky Blinders.

Girato a Londra (nel quartiere di Chinatown), dove Fiascaris e Polesel stanno facendo faville sia come registi sia come produttori, Spaghetti Incident è targato Far East Film Festival e terrà ottima compagnia al pubblico del ventennale, attesissimo a Udine, dal 20 al 28 aprile. Anche il FEFF 20, come tutti i precedenti capitoli, attingerà alle migliori produzioni asiatiche dell’ultima stagione e il calendario, ancora una volta, sarà impreziosito da un fittissima rete di eventi collaterali.

Toccherà alla super diva Brigitte Lin Ching Hsia, grande musa di Wong Kar-wai, il compito di tagliare ufficialmente il nastro, venerdì 20 aprile al Teatro Nuovo (sabato 21, ricordiamo, riceverà anche il Gelso d’Oro alla Carriera), e il Friuli, per 9 lunghi giorni, si trasformerà ancora una volta nell’epicentro europeo del cinema orientale.

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