Tra le anteprime nazionali più attese di questa edizione del Bif&st, c’è sicuramente il nuovo film di Bradley Cooper È l’ultima battuta?, onorato con un passaggio al Teatro Petruzzelli prima dell’uscita in sala il prossimo 2 aprile.
Di nuovo un doppio, triplo ruolo per Cooper, eterno candidato all’Oscar, che dopo l’ultimo Maestro, torna davanti e dietro la macchina da presa in veste di regista, produttore e attore. Nel film, infatti, compare nei panni del migliore amico del protagonista Will Arnett, alle prese con un complicato punto di svolta della sua vita, professionale e personale, al fianco di Laura Dern.
Bradley Cooper ci riprova con È l’ultima battuta?
Che dietro A Star is Born e Maestro si nascondesse un regista capace si poteva già intuire, ma è solamente con questo Is This Thing On? (titolo italiano meno incisivo: È l’ultima battuta?) che Bradley Cooper riesce finalmente a sottrarre (e, cosa fondamentale, sottrarsi), limitando gli espedienti del melodramma pirotecnico e scegliendo due attori (Dern e Arnett, appunto) misurati e immuni dalla voglia di “svelare” i propri trucchi, di spiattellare il proprio talento, di esibire le proprie abilità in cerca di approvazione.
E non è un caso che Cooper trovi il suo ritmo e il suo tono più congeniali – quindi il suo cinema – in un film che riflette per tutta la sua durata proprio su questo: su quali siano i tempi adatti a uno stand up comedian, le battute migliori, il modo più efficace per stare sul palco davanti a un pubblico.

Arrivando a una conclusione inaspettata: che quegli stessi principi che regolano una buona performance, uno sketch riuscito, possono essere applicati nella sfera privata e nelle relazioni (amorose o meno) con altrettanta validità. Non è infatti un film sulla stand up comedy, questo È l’ultima battuta?, così come Maestro non era un film sulla musica classica e A Star is Born non era un film sulla musica pop.
Ciò che interessa a Cooper è la coppia, unità funzionale del suo cinema: Jack e Ally, Leonard e Felicia, Alex e Tess. E, soprattuto, come il proprio lavoro (sempre in ambito artistico) possa influenzare la stabilità della coppia. Se nei due precedenti film il desiderio di far carriera, le aspirazioni, l’esigenza personale di creazione ed espressione, erano fattori che terremotavano la relazione, È l’ultima battuta? propone una tesi opposta.
La vita come uno show di stand up comedy
È, infatti, solo padroneggiando il proprio (nuovo) mestiere, quello di comico nei locali, che il protagonista potrà tentare di risollevare il suo matrimonio in crisi. L’impressione, quindi, è che la stand up comedy influenzi di nascosto ogni scambio tra tutte le coppie che appaiono nel film, facilitando progressivamente una comunicazione sincera e trasparente.
E che un matrimonio solido non sia poi così differente da un ottimo “pezzo”: una questione di timing, slow burn, delivery. Quello di Cooper è quindi un film sulla capacità di “prendere le misure”, di capire quando è meglio rallentare e quando, invece, è il momento di osare e di spingere sull’acceleratore. Sulla necessità di trovare una propria dimensione, pubblica e privata, nella quale sentirsi a proprio agio e poter esprimere il meglio senza ansie e senza farsi schiacciare dalle aspettative altrui.
Una dimensione più intima
Insegnamenti che sono esattamente quelli messi in pratica dal divo americano, ora sempre più convintamente autore, in questa sua terza prova da regista. Non è un caso che il suo ruolo da attore nel film non sia da frontman ma da comprimario e che la relazione di amicizia tra il suo personaggio e il protagonista rifletta quella reale – fuori dallo schermo – tra Cooper e Arnett (qui anche co-sceneggiatore): ci si consiglia a vicenda e ci si sostiene reciprocamente mentre si procede per tentativi, nella speranza che ognuno possa poi finalmente trovare la collocazione migliore per sé.
Così Arnett, da sempre “spalla”, afferra la sua occasione per splendere e Cooper, spesso inghiottito dalla volontà di primeggiare, fa un passo di lato concentrandosi sul film che deve dirigere. “Folks, it’s time to evolve”, diceva Bill Hicks.


