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Festa del Cinema di Roma

Festival Internazionale del Film di Roma, i vincitori

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trash

Questa nona edizione del Festival di Roma sembra essere volata, eppure sono passati dieci giorni dalla prima giornata che ha inaugurato con la commedia italiana Soap Opera di Alessandro Genovesi. La novità di quest’anno è che la responsabilità dei vincitori è stata messa nelle mani del pubblico, facendo presumere che i film premiati potranno avere un importante seguito anche nelle sale.

Il pubblico ha premiato i film di tutte le linee di programma della Selezione Ufficiale: Cinema D’Oggi, Gala, Mondo Genere, Prospettive Italia. I riconoscimenti più importanti sono stati assegnati in base alle preferenze espresse dagli spettatori all’uscita dalle sale. Per la prima volta in un Festival, grazie alla tecnologia di Akai e Xaos, è stato possibile votare attraverso la App (per iOS e Android) e il sito ufficiale del Festival www.romacinemafest.org. Si è potuto inoltre votare in modo assistito nei Foyer delle sale Santa Cecilia, Sinopoli e Petrassi (Auditorium Parco della Musica) e presso il punto voto situato nel Villaggio del Cinema.

I premi assegnati sono:
– Premio del Pubblico BNL | GalaTrash di Stephen Daldry

– Premio del Pubblico | Cinema d’OggiShier gongmin / 12 Citizens di Xu Ang

– Premio del Pubblico | Mondo GenereHaider di Vishal Bhardwaj

– Premio del Pubblico BNL | Cinema Italia (Fiction)Fino a qui tutto bene di Roan Johnson

– Premio del Pubblico | Cinema Italia (Documentario)Looking for Kadija di Francesco G. Raganato

 

Premio TAODUE Camera d’Oro alla migliore opera prima

Tutte le opere prime di lungometraggio presenti nelle diverse sezioni (Selezione Ufficiale e Sezioni Autonome e Parallele) hanno concorso all’assegnazione di questo riconoscimento. La giuria presieduta da Jonathan Nossiter (regista) e composta da Francesca Calvelli (montatrice), Cristiana Capotondi (attrice), Valerio Mastandrea (regista, attore, produttore) e Sydney Sibilia (regista) ha assegnato il Premio TAODUE Camera d’Oro alla migliore opera prima a:

– Andrea Di Stefano regista di Escobar: Paradise Lost (Gala)

– Laura Hastings-Smith produttore di X+Y di Morgan Matthews (Alice nella città)

– Menzione speciale: Last Summer di Lorenzo Guerra Seràgnoli (Prospettive Italia)

Premio DOC/IT al Migliore Documentario italiano

La giuria presieduta da Federico Schiavi (produttore) e composta da Valeria Adilardi (produttrice), Mario Balsamo (regista), Ilaria De Laurentiis (montatrice) e Paolo Petrucci (regista e montatore) ha assegnato il premio DOC/IT al Migliore Documentario italiano a:

– Largo Baracche di Gaetano Di Vaio (Prospettive Italia)

– Menzione speciale: Roma Termini di Bartolomeo Pampaloni (Prospettive Italia)

 

 

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Cinema

RomaFF14: Bellissime, Elisa Amoruso indaga il complesso rapporto che si ha con la propria immagine

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Nonostante le vere protagoniste di Bellissime, il nuovo documentario di Elisa Amoruso, siano tre giovani sorelle che vogliono farsi strada nel mondo della moda, è chiaro come in realtà il film sia innamorato della loro madre, donna dal corpo granitico che sembra contenere in sé tutte le contraddizioni che l’indagine filmica vuole mettere in evidenza (e che sono elemento costituivo imprescindibile del rapporto che si ha con la propria immagine e con la propria bellezza, fin da piccolissimi). Così Bellissime, in realtà filmato e completato prima che iniziasse la lavorazione del documentario su Chiara Ferragni, sembra raccontare la stessa storia di Unposted, come se questi due film fossero in realtà episodi di una stessa serie televisiva. Addirittura la Amoruso sceglie gli stessi strumenti (i filmini di famiglia, ad esempio, qui utilizzati in maniera molto più intelligente ed efficace) e pone le stesse domande per raggiungere però un risultato completamente diverso. Ed è proprio attraverso il personaggio di Mamma Cristina che questo documentario raggiunge un obiettivo che invece quello sulla Ferragni sfiorava a malapena. 

Se le immagini sono impietose e ci mostrano una donna che lotta contro la propria età per mantenere un corpo attraente, del tutto corrispondente a quel modello di bellezza che viene richiesto per poter competere nei concorsi, ciò che ci viene raccontato su quella sfida contro se stessi ha invece un valore di segno completamente opposto (quindi positivo). Cristina non rinuncia alla sua passione per la pole dance, non si sottrae a nessuno dei photoshoot che le vengono proposti. Tutte cose a cui ha dovuto rinunciare per colpa (lo apprendiamo dalle sue parole) degli obblighi coniugali prima e genitoriali poi. La donna passa tutto il tempo a spiegare allo spettatore in che modo è riuscita a liberarsi dalla gabbia dello sguardo maschile, domandolo e stuzzicandolo. E in che maniera ha utilizzato la proprio avvenenza per imporre la propria femminilità e non per ridurla a strumento nelle mani degli uomini che le chiedevano di esibirla. Eppure tutto questo, che viene esposto così fieramente dalla madre e con un po’ più di timidezza dalle sue figlie, che in alcuni casi sembrano vittime delle sue stesse aspirazioni, viene costantemente messo in discussione da ciò che vediamo su schermo.

Tutto ciò che a parole sembra così giusto e liberatorio (e sicuramente in parte lo è davvero), si deve confrontare con ciò che poi effettivamente vediamo, che non sempre riesce a risultare così attraente come invece il racconto delle intervistate suggerirebbe. Elisa Amoruso non vuole affermare una propria certezza, bensì utilizza il mezzo a propria disposizione per mettere in scena una complessità che emerge proprio tra le contraddizioni delle protagoniste.

In una scelta di montaggio molto intelligente, il film alterna le immagini di un casting andato male, in cui una delle ragazze viene rimproverata di fingere le proprie emozioni e di piangere sotto sforzo, a quelle dell’intervista organizzata per il film a sua madre, che si commuove davanti alla telecamera ricordando la sua infanzia e i suoi genitori. Pare una cosa banale e invece in un semplice stacco di montaggio si nasconde la domanda che Bellissime pone ai suoi spettatori. Quanto di quello che ci viene raccontato corrisponde alla realtà e quanto invece fa parte di una narrazione che le intervistate si sono costruite per loro? E fin dove la “verità” imposta dalle immagini è più credibile rispetto a quella raccontata da Mamma Cristina?

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Cinema

RomaFF14: Judy, una toccante Renée Zellweger è Judy Garland nel biopic di Rupert Goold

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judy recensione

A soli tredici anni Frances Ethel Gumm, poi in arte Judy Garland, viene messa sotto contratto dalla MGM e lanciata verso quella che dovrebbe essere una brillante carriera costellata di successi. E i successi arriveranno, in primis quel Mago di Oz che la condurrà attraverso il sentiero dorato e poi sotto i riflettori del successo, ma arriveranno di pari passo anche i tanti fallimenti e momenti bui, a connotare un’esistenza che finirà di brillare precocemente a soli 47 anni.

judy film

Rupert Goold, regista inglese specializzato in teatro, adatta per il grande schermo il dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, e cuce addosso a un’ottima Renée Zellweger i panni “striminziti” di una stella del cinema hollywoodiano “nata in un baule, nelle quinte di un teatrino di provincia”, e schiacciata dalle regole e dai paradossi del suo stesso successo. Raccontando l’ultima tournee della diva nel night club londinese Talk of the Town, Goold tratteggia la stella, il talento, la voce luminosa, ma anche tutte le ansie, le dipendenze, le depressioni sperimentate a ciclo continuo dall’attrice statunitense. Nel mondo patinato dello spettacolo e sotto le luci di proscenio, Judy racconta i risvolti tragici della storia di una bambina cresciuta troppo in fretta, svezzata a regole ferree e pillole (per spezzare la fame, dormire, tranquillizzarsi – dipendenze poi mai del tutto abbandonate) divenuta una giovane diva osannata ma letteralmente sbranata dai propri demoni interiori e dalla sofferenza. Una sofferenza a cui nemmeno l’amore viscerale per i figli o per l’ultimo marito Micky Deans riuscirà a strapparla. 

Curiosità: Tutti i volti di Londra al cinema

Renée Zellweger si cala a pieno regime, con trasporto e partecipazione espressiva ed emotiva nella bravura così come nei tic e nel male di vivere della celebre interprete di Dorothy, e ne porta alla luce tutti i tratti salienti di quella profonda insicurezza e senso di smarrimento che ne sanciranno poi l’uscita di scena e la precoce scomparsa. Sempre più dipendente da alcol e pillole, meno affidabile e assicurabile, e dunque spendibile per il mercato del crudele e impietoso showbiz, la minuta Judy pagherà a proprie spese il conto di quel mondo luccicante che non ammette fragilità, tentennamenti, diversità, e che è pronto a darti il benservito tra uno spettacolo e l’altro.

Renee Zellweger Judy

Renee Zellweger in Judy

Goold dal canto suo dirige con sensibilità e trasporto, sfruttando l’alternanza di tempi storici che tra ’39 e ’69 sanciscono inizio e fine di questa vita drammatica, il dettaglio (la vita privata) e la panoramica (la vita pubblica) di un’eroina bella e fragile, avvolta dalle spire del successo e rimasta molto probabilmente impigliata in quella ricerca del sogno e di quel luogo magico, oltre l’arcobaleno, dove i sogni riescono in qualche modo anche a diventare realtà (senza che la realtà torni poi a spezzarli) “Somewhere over the rainbow Way up high And the dreams that you dream of Once in a lullaby”. 

Lo sapevi che: Il Mago di Oz diventa un film horror

Nell’adattamento per il grande schermo del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, Rupert Goold dirige un’ottima Renée Zellweger in Judy, che racconta l’ultima tournee di Judy Garland attraverso luci e ombre di un talento precocemente spezzato dalla malia controversa del successo. Un biopic onesto che ripercorre il sentiero di un’esistenza tragica senza insistere nel pietismo o nel sentimentalismo, ma cercando piuttosto di disegnare il complesso ritratto di bambina, e poi donna, nascosti dietro al volto inquieto della diva.

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Cinema

RomaFF14: Honey Boy, l’infanzia traumatica di Shia LaBeouf

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Otis (interpretato dai bravi Noah Jupe nella versione bambina e Lucas Hedges in quella adulta) è un dodicenne prodigio, un talento indiscusso sui set, ma anche un Honey Boy (dolce bambino) come lo chiama il padre alcolista e tossicodipendente (interpretato da Shia LaBeouf) che gli fa da accompagno e “manager”. Padre e figlio vivono in un comprensorio popolare circondati da prostitute e gente che, proprio come loro, vive alla giornata e si ritrova sempre nello stesso cortile.

honey boy

Honey Boy

Divenuto adulto e alle prese con un’avviata carriera da stuntman ma una vita sempre più scombinata, Otis ripercorrerà mentalmente l’infanzia turbata e disturbante vissuta accanto a quel padre problematico e incapace di fare il genitore, e proiettata tutta nel sogno di sfondare mettendo a frutto il suo talento per riscattare quella vita ai margini e anche in qualche modo l’esistenza di quel padre sgregolato e “bambinesco” ma in fondo buono. Cresciuto troppo in fretta e costretto nel paradosso a fare da genitore al proprio padre (sostenendolo anche economicamente con il suo lavoro sul set) Otis è bambino di grande sensibilità e talento che incanalerà nella sua vita adulta tutte le intemperie e le fratture di quell’infanzia, caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento adulti e affidabili, e dalla mancanza di una famiglia unita e di amorevole supporto. 

Storia di formazione autobiografica scritta dallo stesso attore Shia LaBeouf durante un periodo di in clinica per disintossicarsi dall’alcol, Honey Boy è una dura storia di precoci talenti e infanzie spezzate che trova in Shia LaBeouf (estremamente in parte nei panni del padre) e nel piccolo Otis (sguardo a un tempo dolce e sveglio)  il giusto confronto emotivo per parlare in maniera toccante ma non retorica, coinvolgente ma non ricattatoria di famiglie disfunzionali e rapporti padre-figlio burrascosi. Una tematica già ampiamente affrontata nel cinema (più o meno indipendente) ma che nell’occhio dell’esordiente regista israelo-americana Alma Har’el (già autrice di video musicali e documentari) lo sguardo giusto e il giusto equilibrio tra partecipazione e oggettività per indagare il cuore di quelle mancanze che creano dipendenze, e di quei circoli esistenziali viziosi che più si originano precocemente e più sono – in assoluto – difficili da spezzare.

honey boy lucas hedges

Lucas Hedges nel film Honey Boy

Alma Har’el realizza un’opera intima e a suo modo toccante che parla di metabolizzazione del dolore, di imparare a lasciar andare il rancore, e di quel “seme che deve distruggersi per diventare fiore”. Un film piccolo ma onesto che ha tutte gli elementi del film indipendente di qualità e che poggia gran parte del suo carattere emotivo sull’interpretazione funzionale di Shia LaBeouf e del piccolo Noah Jupe.

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