Tra i film al cinema nel weekend del 25 e 26 aprile 2026, la redazione di NewsCinema ha selezionato per voi alcuni titoli da non perdere. L’offerta è particolarmente variegata e capace di accontentare gli appassionati musica, ma anche chi cerca invece un po’ di suspense o storie intime e personali, al femminile.
Il consiglio, in ogni caso, è quello di godersi questi film al cinema nel weekend sul grande schermo di una sala cinematografica.
Film al cinema weekend 25-26 aprile 2026
Michael
È veramente uno stranissimo film questo biopic di Antoine Fuqua su Michael Jackson, distrutto e ridicolizzato negli Stati Uniti e accolto invece con un po’ più di attenzione qui da noi in Europa.
Perché effettivamente questo film che evita scientificamente tutte le controversie nate attorno alla figura di Jackson comunque non riesce a non consegnare allo spettatore il ritratto di una superstar disfunzionale, sospettabile sotto diversi aspetti, con il suo mix di infantilismo patologico e culto del potere.
È il potere, infatti, il vero tema di Michael: il modo in cui la star ferita che conquista l’indipendenza attraverso la sua carriera da solista e la deificazione tributatagli dai suoi fan. Finisce per essere quindi un film molto ambiguo, che “sanifica” una storia controversa e piena di ombre, ma comunque non rinuncia al racconto di un uomo-bambino onnipotente.
E termina con una strana didascalia (“La sua storia continua…”) come ad ammiccare all’imminente discesa nel torbido. Questa sua indecisione è il suo limite e il suo più grande motivo di fascino.
Perché vederlo in sala e non aspettare lo streaming
Perché è uno dei film di cui più si discuterà nei prossimi mesi ed è giusto vederlo adesso per farsi una propria opinione (e poi perché vale davvero la pena ascoltare le canzoni di Michael Jackson con l’impianto del cinema).

La più piccola
La più piccola è l’adattamento cinematografico del folgorante romanzo di esordio di Fatima Daas. Il monologo di una giovane francese di famiglia algerina, banlieusarde, asmatica, mascolina, lesbica, poliamorosa, musulmana, che attraversa Parigi sulla RER, tra il quartiere latino e la banlieue di Clichy-sous-Bois, fino ai locali queer del decimo arrondissement.
Herzi trasforma quel soliloquio sincopato che si srotolava in appena cento pagine in un film corale, in cui a essere filmato è il mondo intero e non soltanto la protagonista che lo racconta.
Senza sottrarsi dall’affrontare il conflitto tra Islam e omosessualità, né il doloroso percorso di emancipazione che il suo personaggio deve intraprendere, la regista cattura la tensione elettrica tra i corpi e infonde in ogni scena un senso di imprevisto.
La giovane ragazza si sente intrappolata tra due mondi proprio quando non può più tornare indietro ed è costretta a imparare a vivere. E la prima virtù del film, la sua sensibilità, la sua profonda politica, sta nel non presentare mai questi due aspetti, preghiera e desiderio, come forze nemiche inconciliabili.
La protagonista soffre per la loro opposizione, ma il film non decide per lei. È una questione, né più né meno, di imparare a respirare. Fatima è molto asmatica e il film stesso diventa lo strumento per misurare il suo respiro.
Il film mantiene così un equilibrio unico: adotta un approccio educativo senza mai essere didattico, concentrandosi sul mistero della scoperta. Riprendendo, a suo modo, la struttura del romanzo di formazione di Daas, Herzi fa dell’insegnamento la forza motrice della sua messa in scena.
Lo spettatore cresce e impara insieme a Fatima, entrambi allievi di una scuola di vita non convenzionale, in cui si impara a provare piacere e ad amare (innanzitutto se stessi).
Perché vederlo in sala e non aspettare lo streaming
La regia fa di tutto per stare addosso alla sua protagonista, seguendola da vicino e non abbandonandola mai. Tra i film al cinema nel weekend solo in sala è possibile ottenere questo senso di prossimità.

Film al cinema weekend: The Long Walk
Molto prima di diventare il maestro dell’horror, Stephen King ha scritto numerosi romanzi distopici tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 sotto lo pseudonimo di Richard Bachman.
Erano opere cupe e oscure che immaginavano mondi in cui il collasso economico e sociale determinata la nascita di regimi autoritari basati sulla possibilità di offrire spettacoli violenti e sanguinosi per pacificare e motivare la popolazione terrorizzata ed emarginata. Sangue e circhi, insomma. Dopo The Running Man di Edgar Wright, arriva The Long Walk di Francis Lawrence.
In un futuro alternativo, gli Stati Uniti sono una dittatura autoritaria e soffrono di una gravissima depressione economica. Per molti cittadini il solo modo di guadagnare è partecipare all’annuale “lunga marcia” organizzata dal Maggiore, un potente militare che controlla squadracce di soldati al suo servizio.
La regola è una sola: si cammina per 300 miglia senza mai fermarsi. Chi rallenta, si ferma o si attarda viene semplicemente ucciso sul posto. L’idea alla base del film, quindi, come sempre avviene nei romanzi di King, è semplice ma seducente e l’idea che i “camminanti” siano tutti molto giovani permette di esplorare quel tipo di legame adolescenziale (maschile) che l’autore ha indagato in opere come Stand by Me e IT.
Non è un caso che King abbia scritto questo non molto tempo dopo il Vietnam. Questa è un’opera sul terrore di un progetto sulla base del quale i giovani vengono mandati a morire per volere di ordini superiori, mentre un pubblico americano inorridito guarda sui loro televisori le immagini del loro dolore e della sofferenza. Purtroppo, anche su questo King è stato tristemente profetico.
Perché vederlo in sala e non aspettare lo streaming
Nel buio della sala si percepisce ancora di più il senso di tensione costante che accompagna tutto il film e che non lascia un minuto di tregua allo spettatore.
Love me tender
Tratto dall’acclamato romanzo autobiografico di Constance Debré, Love me tender – secondo lungometraggio della regista Anna Cazenave Cambet – racconta la storia di una madre che rischia di perdere la custodia di suo figlio dopo aver annunciato al suo ex marito di aver vissuto delle avventure sentimentali con delle donne.
La posta in gioco è esporre il sistema giudiziario punitivo eretto contro la libertà femminile, caratterizzato da una rigidità grottesca che pone l’esemplarità di una madre sotto la sorveglianza dei servizi sociali.
Vicky Krieps, nel ruolo di protagonista, si riconferma un’attrice fenomenale, capace di interpretare tantissimi personaggi diversi e di donare a essi un numero infinito di sfumature, e restituisce a Clémence una fisicità unica, quella di una cowgirl solitaria, molto alta, magra e muscolosa.
Il film adotta fieramente una prospettiva femminile e queer, cercando di svecchiare e rinnovare il modo in cui vengono rappresentati questo tipo di personaggi al cinema.
Perché vederlo in sala e non aspettare lo streaming
Perché – come ci è stato raccontato dai produttori del film – ancora oggi, nel 2026, trovare i finanziamenti per delle storie che hanno come protagoniste delle donne lesbiche non è così semplice. Quindi, quando escono, vanno sostenuti.


