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Cinema

I migliori film del 2019 secondo NewsCinema

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Come ogni anno, è arrivato il tempo dei bilanci. Se è vero che il 2019 è stato l’anno dei grandi film d’autore, non deve stupire se molti dei titoli dei quali si è parlato di più (e che si sono rivelati inaspettate sorprese al box office) sono stati presentati nei festival in giro per il mondo, a Venezia come a Cannes (la kermesse francese quest’anno si è ripresa dopo alcune edizioni sottotono). Alcuni “venerabili” del grande schermo hanno riconfermato la loro bravura, ma molti giovani talenti, magari ancora alla loro seconda opera, sono stati capaci di affermare con forza la loro personale visione di cinema. Ecco quali sono i film (tra quelli usciti in sala nel nostro Paese) che ci hanno colpito di più nel corso di questi dodici mesi.

The Mule – Clint Eastwood

Clint Eastwood sceglie per il suo trentottesimo film di narrare la storia di un anziano floricoltore in rovina che decide di diventare un corriere della droga per alcuni trafficanti messicani. Lo fa adottando il tono leggero e tenue della commedia, cioè quello che in teoria sarebbe il meno adeguato per mettere in scena una vicenda del genere. Materiale perfetto per un thriller o per un film grottesco, che invece per il regista americano diviene la base di una calma e distesa ballata.

The Mule riesce a mettere in scena senza ambiguità la politica del cinema di Eastwood, che da sempre veicola una visione del mondo in base alla quale tutti vengono giudicati per come scelgono di comportarsi e mai per quello che sono (quindi aprioristicamente). L’insulto sprezzante ed offensivo utilizzato come modo di scherzare (già Walt Kowalski insegnava al ragazzo coreano che gli uomini si devono insultare a vicenda) diviene strumento per mettere tutti sullo stesso piano. Le persone non si condannano per le parole che pronunciano, ma per le azioni che compiono (o che non compiono, tirandosi indietro). Vivere ciò che resta: è quello che ci insegnano gli emerocallidi coltivati da Earl Stone (destinati a seccare dopo ventiquattr’ore) e ciò che Clint Eastwood, giunto alla rispettabile età di 88 anni, vuole affermare con il suo cinema.

Burning – Lee Chang-dong

Quello di Lee Chang-dong è un film senza volto, una proiezione costante di se stesso nel tempo e nello spazio, ma anche un film sempre ed irrimediabilmente “mancante”, fatto di conversazioni al telefono in cui c’è solo un interlocutore, di erotismo immaginato che è invece autoerotismo (quindi erotismo mancante del partner). Quella di Burning è una mancanza insanabile, colmabile solo attraverso il cinema. “Non devi sforzarti di immaginare che una cosa ci sia, ma devi piuttosto smettere di pensare che non ci sia”, chiarisce immediatamente Hae-mi all’inizio del film.

Tutto quello che non c’è, lo vediamo. Tutto quello che c’è, non lo vediamo perché in ombra o perché troppo vicino allo sguardo dei personaggi. Lee Chang-dong non concede nullo allo spettatore. Nel suo film non c’è nessuna verità da rivelare, nessun enigma da risolvere. È il mondo stesso ad essere un mistero, come afferma Jong-soo. Il processo di gentrificazione coinvolge alla stessa maniera gli edifici e le persone che li abitano.

L’ufficiale e la spia – Roman Polanski

Le immagini in ogni film di Roman Polanski hanno un ruolo cruciale nella narrazione, risolvono snodi di trama o sono indispensabili per capire ciò che avviene su schermo (ogni loro minima modificazione può suggerire uno sviluppo improvviso o comunicare una evoluzione che non si coglierebbe seguendo superficialmente lo svolgersi della trama). L’ufficiale e la spia è un’indagine condotta da uno spettatore. Lo dice esplicitamente anche lo stesso Georges Picquart, il militare che svelò l’innocenza del capitano Alfred Dreyfus, condannato per alto tradimento sulla base di prove false: “Sono qui per osservare, non per intervenire”. In quelle parole c’è tutto il senso del film di Polanski. Solo attraverso lo sguardo si può scoprire la verità e solo negando la visione di qualcosa (un documento manomesso, ad esempio) si è in grado di nasconderla.

L’occhio di Jean Dujardin (come quello dello spettatore) è quindi l’unico strumento attraverso il quale scoprire le nefandezze di un sistema (politico e militare) sifilitico. La supremazia delle immagini sulla narrazione, da sempre teorizzata da Polanski, raggiunge con L’ufficiale e la spia il suo apice massimo, perché la narrazione stessa non sarebbe in grado di proseguire senza quelle immagini che la fanno andare avanti. Le immagini sono prove indispensabili, le uniche in grado di rendere vere (quindi dimostrabili) le accuse che vengono mosse. Per questo motivo il cinema, per Polanski, è il solo mezzo attraverso il quale lanciare un’accusa credibile e non confutabile.

Vox Lux – Brady Corbet

Come già aveva esplicitato in The Childhood of a Leader, per Brady Corbet l’infanzia è la culla nella quale i protagonisti cominciano a covare le deviazioni che poi si porteranno con loro da adulti. Come sempre con Corbet (che non a caso ha Michael Haneke come suo maestro, il regista che è stato in grado di utilizzate la storia privata di una famiglia per parlare dei lasciti del colonialismo francese) le vicende individuale diventano innesco di processi collettivi. In Vox Lux la condivisione pubblica di un dramma personale diverrà il modo per sfondare nel mondo della musica. E persino i sogni (fra le cose più personali a cui si può pensare) subiranno un processo di commercializzazione per cui diverranno clip da usare per vendere il proprio singolo.

Proprio come in The Childhood of a Leader, la colonna sonora di Scott Walker sembra indicare un senso di angoscia che le immagini inizialmente non suggeriscono, come se la musica avesse il ruolo di precedere un orrore che si rivelerà solo nel corso del film. Le sue composizioni per archi dialogano con i brani pop di Sia: canzoni che non devono essere né belle né orecchiabili, ma funzionali alla narrazione nella loro ruffianeria e nella loro forza di seduzione, espressione di una musica da usare come mezzo di prevaricazione.

Joker – Todd Phillips 

Più per la qualità del film in sé, Joker è uno dei film più importanti del 2019 per quello che ha rappresentato (e rappresenterà). Phillips ha goduto di una libertà fino ad adesso impensabile per questo genere di produzioni, potendo quindi realizzare il film che aveva in mente. È il segno di un atteggiamento, quello della Warner, molto diverso da quello del colosso Disney, che invece cerca i talenti ma poi li irreggimenta quando esprimono una personalità troppo grande e poco gestibile. Perché in fin dei conti, nonostante le ambizioni artistiche e le influenze cinematografiche sbandierate (prima su tutte il cinema di Martin Scorsese, da Taxi Driver a Mean Streets, passando per Re per una nottel’opera di Phillips resta di fatto una origin story supereroistica (una di quelle in grado di creare una nuova mitologia, quindi eventualmente espandibile e serializzabile). Joker è un cine-comic che cerca un altro tipo di pubblico, attraverso contenuti più maturi e complessi, ma non è qualcosa di esterno a quel filone da cui sembra, anche faticosamente e un po’ ingenuamente, prendere le distanze.

Nonostante il film esaurisca subito la sua spinta iconoclasta (arrivando addirittura a giustificare quel potere che inizialmente sembrava voler deridere), il Joker di Todd Phillips rimarrà nei ricordi degli spettatori grazie alla prova attoriale di Joaquin Phoenix, in grado di rendere il suo personaggio un comico costantemente fuori tempo, sia quando è lui a raccontare qualcosa di divertente, sia quando è invece lui ad ascoltare gli altri: ride quando gli altri non ridono, rimane imperturbabile quando tutti gli altri sembrano divertirsi. Phoenix si dimostra ancora una volta uno dei pochissimi attori in grado di costruire un personaggio a partire da un minuscolo dettaglio (come può essere, in questo caso, la risata)

Parasite – Bong Joon-ho

Bong Joon-ho è uno dei pochissimi registi di “cinema dal vero” che scrive e dirige i suoi film come se fossero in realtà cartoni animati. E come spesso avviene per i cartoni animati, le idee dei suoi film nascono da un’immagine o dall’idea di un luogo dove far svolgere la narrazione. Così anche la disparità sociale di Parasite viene evidenziata, prima ancora che dalle vicende che coinvolgono i personaggi e dalla loro condizione economica, dalla casa in cui questi vivono. Quella minuscola dei Kim, semi-interrata ma con una finestra molto larga da cui entra la luce, da sola sintetizza la precarietà di una famiglia che vive sospesa tra l’angoscia di sprofondare definitivamente e la speranza finalmente di emergere, alimentata ogni giorno dalla luce solare che li illumina quando possibile (come già le carrozze in coda treno di Snowpiercer, che ricevevano luce solo per mezz’ora al giorno). Al contrario, la lussureggiante abitazione dei Park non si affaccia sul mondo esterno (come invece fa quella dei Kim, posizionata a ridosso della strada) ma è una struttura disegnata per contemplare se stessa.

Dall’elegantissimo salone, attraverso una vetrata immensa con aspect ratio 2.35:1, i personaggi ammirano il loro stesso giardino e ogni stanza della loro casa è arredata con le “opere d’arte” create dal primogenito Da-song (che viene definito dalla madre “il nuovo Basquiat”): l’autoreferenzialità di una intera classe sociale spiegata attraverso piccole scelte di design. Dopo il “teorema” pasoliniano e la “crazy family” di Gakuryū Ishii, acquisito il passaggio dalla dimensione piccolo borghese a quella psichiatrica effettuato da Takashi Miike, che con il suo “visitor Q” (un regista, ovviamente) aveva tentato di rimettere in piedi quello che era stato precedentemente disintegrato (il nucleo famigliare) da questi ospiti cinematografici inattesi ed invadenti, adesso i “parassiti” di Bong Joon-ho non hanno alcun interesse perverso (nel suo significato etimologico di rovesciamento e in quello psicoanalitico-lacaniano di assimilazione di Dio in sé) se non quello di penetrazione (non letterale come in Miike).

Tramonto – László Nemes

Il secondo film di László Nemes è un crocevia di cammini che si incrociano, di ingressi che si chiudono per riaprirsi, di personaggi che si negano per poi riavvicinarsi. La regia pedina Irisz da vicino e nega a chi guarda la reale ampiezza degli spazi in cui lei cammina, per fermarsi solo quando è la ragazza a rimanere immobile, perché sono i personaggi secondari a muoversi verso di lei. Nemes realizza quindi un film che sembra svolgersi dalla prima scena a quella finale con la luce del sole che cala, anche se il cielo, che spesso non si riesce a vedere a causa della nebbia che lo copre, non è quasi mai in quella fase del giorno.

È invece la messa in scena dal colore giallo ocra ad usare gli arredi, i cappelli, le vernici che dipingono i palazzi e persino il riflesso della luce sulla pelle liscia dei personaggi, per dare la sensazione di un perenne crepuscolo. Come i prigionieri de Il figlio di Saul erano consapevoli di dover morire e non usavano la logica nei loro piani per la salvezza, così Irisz sul finale, quando dovrà decidere cosa fare e a chi credere, agirà nella maniera più pericolosa e meno prevedibile anche perché mai davvero consapevole di ciò che vorrebbe ricavare con le sue azioni. Nel suo film sugli orrori della Seconda Guerra Mondiale le azioni dei gerarchi erano folli come quelle delle persone che dalle loro grinfie volevano scappare, così nella sua nuova opera i ribelli non sono più lucidi e ragionevoli dei loro oppressori.

La mafia non è più quella di una volta – Franco Maresco

Il cinema di Franco Maresco è sempre stato un cinema di contrapposizione di immagini, prima ancora che di punti di vista. Il bianco e nero dal quale Ciccio Mira, prima utilizzatore finale della mafia per comunicare con gli “ospiti dello Stato” (carcerati) e adesso impresario dalle grandi ambizioni (ma dagli scarsi mezzi), non è in grado di fuggire, lo isola dal resto, lo riconduce ad un passato al quale è rimasto aggrappato, quando parlare bene della mafia non era considerato qualcosa di condannabile. Il mondo attorno a lui è cambiato e la mafia, come esplicita il titolo del nuovo film, “non è più quella di una volta”.

Maresco restituisce dignità a queste figure squallide attraverso il mezzo cinematografico, utilizzando le inquadrature di Dziga Vertov e illuminandole con la fotografia dei grandi film hollywoodiani anni ‘50 (quelli in bianco e nero di Joseph MacDonald). Lo “scetticismo di merda” di Franco Maresco, come lo definisce la fotografa Letizia Battaglia, guarda con lo stesso sospetto sia la retorica delle “piazze buone” e delle “barche della legalità”, che la spietata ipocrisia di personaggi come Mira (ma chi gli ha suggerito di organizzare quella manifestazione? La mafia o lo stesso Maresco? Quando finisce il documentario e comincia il mockumentary?). La Battaglia è quella che salva il film dal suo stesso regista, talmente innamorato del suo mondo grottesco da caderne vittima (non a caso la critica che più spesso viene fatta ai suoi film è quella dell’autocompiacimento). Stavolta è lei a fare da contraddittorio a Maresco, a metterlo in guardia dal suo irrecuperabile pessimismo (“Maresco, a me non piacciono queste battute”, “Hai rotto il cazzo pure tu”). È la “terza voce” di un cinema che invece si è sempre basato sul dualismo vittima-carnefice (attore-regista).

Dolor y Gloria – Pedro Almodóvar

Nessuno è in grado di maneggiare con la stessa abilità di Pedro Almodóvar materiale cinematografico “basso” (tradimenti, ripicche, urla e pianti) e di tradurlo in grande cinema. Come sempre nel cinema di Almodóvar, il corpo è una limitazione, un involucro fragile che frena la possibilità di essere davvero se stessi. Se nei suoi film degli anni ’90 era il sesso ad “ingabbiare” i personaggi, adesso è la vecchiaia e il decadimento fisico che questa comporta.  Tutti gli avvenimenti si reggono come al solito su coincidenze incredibili, su persone che ritornano dal passato dei personaggi nei momenti più implausibili, sui ricordi di un grembo materno a cui si è stati sottratti: prima quello di Penélope Cruz (ancora una volta Anna Magnani per Almodóvar, dopo Volver, in cui l’attrice romana compariva attraverso le immagini di Bellissima di Luchino Visconti) e poi quello di Julieta Serrano (in un ruolo che, se fosse ancora tra noi, probabilmente sarebbe stato affidato a Chus Lampreave).

Per Almodóvar ogni passaggio narrativo davvero significativo è accompagnato da un intervento sul fisico dei propri personaggi. Intervento che può essere una operazione chirurgica, come in questo caso, ma anche un banalissimo shampoo, attraverso cui passa l’elaborazione di un lutto (come in Julieta). C’è una “calcificazione cinematografica” che deve essere asportata e che la macchina da presa, strumento chirurgico per eccellenza in grado di operare sulle immagini, rimuove progressivamente.

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

1 Comment

1 Comment

  1. Giuseppina.pelizzola guidali

    30 Dicembre 2019 at 14:47

    Non riesco a rinnovare

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Cinema

Spiral | la saga di Saw tenta di ritrovare nuova verve con Chris Rock

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Solo quattro anni fa Saw Legacy aveva cercato disperatamente di resuscitare il franchise nel momento sbagliato, appena sette anni dopo la sua conclusione, troppo tardi per essere rilevante e troppo presto per puntare sul fattore nostalgia. Nonostante ciò, gli Spierig Brothers (i primi a mettere le mani sulla saga già con un loro rispettabile curriculum alle spalle) erano riusciti a mettersi efficacemente al servizio di un brand pieno di linee guida già stabilite, con il piglio dei fans affezionati e rispettosi, che si piegano volentieri a un volere superiore e offrono in cambio la propria professionalità. A fronte di un budget di appena 10 milioni di dollari, il film aveva incassato almeno dieci volte tanto, dimostrando il grande interesse attorno alla saga (cosa non affatto scontata).

Attraverso una operazione molto simile (Chris Rock, fan della serie, decide di scrivere il soggetto del nuovo film), il franchise propone nel 2021 l’ennesimo tentativo di cambiare rotta, focalizzandosi sulla componente poliziesca/procedurale e meno su quella orrorifica. Spiral: L’eredità di Saw riprende il solito pretesto degli ultimi film della saga – c’è un assassino che imita gli omicidi di Jigsaw –  ma stavolta lo declina in una inedita chiave militante (le vittime sono poliziotti corrotti). L’idea, in teoria, sarebbe quella di confezionare un’operazione sferzante sulla scia di Scappa – Get Out. Il risultato, invece, è un film hard-boiled di vecchissimo stampo.

Spiral | from the book of Saw

Spiral è, alla fine dei conti, un capitolo abbastanza classico della saga di Saw, atipico solamente nell’avere per la prima volta un protagonista dotato di carisma a cui poter dedicare tutto lo screentime che vuole. Le trappole omicide sono le più semplici e banali della saga e il film spinge nuovamente il piede sul pedale della violenza (eliminando quella componente ironica introdotta con il penultimo episodio) per mascherare la clamorosa carenza di idee (si sente la mano del veterano Darren Lynn Bousman, di nuovo al timone dopo Saw 2, 3 e 4).

La cosa che però davvero sorprende (in negativo) è che questo epigono poliziesco di Saw riesca ad essere anche uno dei capitoli meno convincenti dal punto di vista della scrittura. Se persino i film peggiori della saga erano comunque riusciti ad imbastire almeno il colpo di scena e la rivelazione finale, usando diversi trucchi furbi e depistando sempre in maniera efficace o come minimo avvincente, questo invece a metà commette un errore clamoroso a causa del quale, quando arriva la “sconvolgente” rivelazione, tutti sanno già cosa aspettarsi.

Il sadismo come cifra della saga

Ambientato in una città accaldata che fa sudare tutti come negli hard boiled di Los Angeles, Spiral cerca in ogni modo di sembrare un film fuori canone, autonomo dalla saga in cui in realtà si inserisce (e anche la release primaverile-estiva appare come una precisa scelta di marketing). E lo fa, stranamente, guardando al cinema americano del passato.

Ma nonostante ci tenga tantissimo alla sua trama di polizia corrotta, infiltrati, colpe dei genitori che ricadono sui figli, reclute e storiacce all’interno del distretto, il fulcro del film è ancora una volta il desiderio di giustizia consumato attraverso la violenza sadica ed efferata. Anche in questo caso, infatti, il feroce omicida cerca nel pubblico un complice del suo sguardo assetato di sofferenza e privo di pietà. I colpevoli sono sempre ritratti come uomini che non meritano di vivere e le loro azioni, quando vengono presi nei meccanismi letali dell’Enigmista, ne confermano l’egoismo, la stupidità e la totale mancanza di onore. Saw è il vero e possibile equivalente dei film sul Giustiziere della notte degli anni ‘70, che incanalavano lo sfogo sociale di desideri di ordine e rigore. L’aderenza estetica a quel genere di film è forse l’unico elemento di interesse di un capitolo che, invece, non riesce né ad arricchire la saga, né a sfangarla come un dignitoso more of the same.

Spiral | la saga di Saw tenta di ritrovare nuova verve con Chris Rock
2.5 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
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Run | il thriller con Sarah Paulson trova il ritmo giusto

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Run segna il ritorno dietro la macchina da presa di Aneesh Chaganty, che già nel 2018 aveva stupito tutti grazie al successo del piccolissimo Searching, lungometraggio d’esordio capace di incassare oltre 75 milioni a fronte di un costo di produzione inferiore al milione di dollari. Ancora una volta al fianco di Chaganty nello scrivere la sceneggiatura c’è Sev Ohanian, che co-firmava con lui il precedente film.

Stavolta Chaganty preme il pulsante sull’acceleratore e abbandona fin da subito le velleità di complicare la trama con enigmi e meccanismi da spiegare allo spettatore, riducendo all’osso il film e limitandosi all’essenziale.  

Run | il lato morboso di Sarah Paulson

Diane (Sarah Paulson) è una madre dedita ad accudire la figlia Chloe (Kiera Allen), una adolescente disabile. Il comportamento morboso, inquietante ed invadente della donna induce però Chloe a porsi degli interrogativi che la portano a mettere in discussione il suo rapporto con la madre. La loro relazione si trasforma sempre più in una prigione, svelando tetri segreti.

Il passaggio verso l’emancipazione individuale della giovane Chloe è l’inizio di un incubo hitchcockiano, dove l’unica persona che dovrebbe proteggerla e amarla si rivela invece un’aguzzina folle, capace delle peggiori crudeltà pur di tenerla assoggettata al proprio cuore malato. La povera Chloe, ridotta su una sedia a rotelle, costretta a fare colazione con i farmaci e condannata ad una vita di infermità apparentemente senza uscita, ha un solo lieto fine possibile nel quale sperare: che quella sua vita così limitata sia in realtà tutta un’illusione da cui si possa ancora fuggire. Il film vero comincia dopo una decina di minuti, quando l’unico colpo di scena (si fa per dire) è smaltito e può iniziare la corsa a cui allude il titolo.

Il piede sull’acceleratore

Costruito come un thriller, Run – che pone ovviamente l’enfasi sull’azione, quella di scappare, che è negata alla protagonista – è un prodotto di maniera, di cui si intuiscono presto gli sviluppi e i retroscena e che fallisce nel tentativo di rappresentare il terrore di chi si trova nella condizione di dover dipendere in tutto e per tutto da una persona di cui ci si fida ciecamente e di cui invece si scopre presto la completa insincerità. In un’ora e mezzo scarsa di durata, pochissimo tempo viene utilizzato per approfondire la vicenda di cui racconta il film e per esplorare le motivazioni che possono spingere una madre a fare ciò che fa Sarah Paulson nei confronti della figlia.

La scelta dell’attrice di American Horror Story nel ruolo della aguzzina non permette ad una interprete che già altrove aveva espresso con efficacia tutte le sfumature del terrore, di aggiungere un tassello significativo alla sua performance. Run non lascia infatti il minimo dubbio, fin dall’inizio, sul fatto che questa madre tanto amorevole e preoccupata sia in realtà bugiarda e cattiva. Non lo fa lo sceneggiatura, che elimina qualsiasi forma di ambiguità, e non lo fa la Paulson, le cui espressioni mettono subito in chiaro le intenzioni tutt’altro che positive del suo personaggio.

Un thriller di regia e montaggio

In un film che non si pone mai l’obiettivo di sorprendere lo spettatore (a differenza del precedente Searching), tutto è affidato al montaggio e alla regia, che qui riescono a tenere in piedi la baracca e a dare il giusto ritmo ad un thriller che, in mano ad altri, probabilmente avrebbe esaurito tutto il suo potenziale interesse nei primi quindici minuti. Run non è mai un film sbagliato o disonesto, ma uno che deliberatamente sceglie di fare il minimo sindacale che gli viene richiesto, senza approfondire le tematiche che emergono dal racconto. In alcuni momenti, grazie alla mano ferma di Aneesh Chaganty, questo sembra anche poter bastare.

Run | il thriller con Sarah Paulson trova il ritmo giusto
3 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
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Cinema

Cannes 2021 | svelata la line-up ufficiale del festival

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È il grande giorno. Il Festival di Cannes ha annunciato la line-up dei film protagonisti di quella che si preannuncia come una edizione storica, che segna il ritorno della kermesse francese dopo la decisione di non organizzare l’edizione 2020 a causa della situazione pandemica. Tante le conferme (Nanni Moretti, Leos Carax, Wes Anderson), ma anche qualche sorpresa sul fronte dei film in concorso, con molti titoli che non erano stati pronosticati nelle scorse settimane.

Jodie Foster, due Oscar tra i tantissimi premi e una laurea a Yale, sarà l’ospite d’onore della cerimonia che aprirà il 74esimo Festival di Cannes il prossimo 6 luglio. La regista, attrice e produttrice americana, 58 anni, riceverà anche la Palma d’oro onoraria alla carriera. Nel maggio 1976, a soli 13 anni, la talentuosa interprete salì le scale del Palais Croisette per la presentazione di Taxi Driver di Scorsese, premiato con la Palma d’oro. Quarantacinque anni dopo torna ancora una volta per ricevere una Palma, questa volta per la sua carriera.

Festival di Cannes | tutti i film in Concorso

  • Annette (Leos Carax)
  • The French Dispatch (Wes Anderson)
  • Benedetta (Paul Verhoeven)
  • A Hero (Asghar Farhadi)
  • Flag Day (Sean Penn)
  • Tout S’est Bien Passe (Francois Ozon)
  • Tre Piani (Nanni Moretti)
  • Titane (Julia Ducournau)
  • Red Rocket (Sean Baker)
  • Petrov’s Flu (Kirill Serebrennikov)
  • France (Bruno Dumont)
  • Nitram (Justin Kurzel)
  • Memoria (Apichatpong Weerasethakul)
  • Lingui (Mahamat-Saleh Haroun)
  • Paris 13th District (Jacques Audiard)
  • The Restless (Joachim Lafosse)
  • La Fracture (Catherine Corsini)
  • The Worst Person in the World (Joachim Trier)
  • Compartment No. 6 (Juho Kuosmanen)
  • Casablanca Beats (Nabil Ayouch)
  • Ahed’s Knee (Nadav Lapid)
  • Drive My Car (Ryusuke Hamaguchi)
  • Bergman Island (Mia Hansen-Løve)
  • The Story of My Wife (Ildikó Enyedi)

Fuori Concorso

  • De Son Vivant (Emmanuelle Bercot) 
  • Bac Nord (Cédric Jimenez) 
  • Aline, the Voice of Love (Valerie Lemercier) 
  • Emergency Declaration (Han Jae-Rim) 
  • The Velvet Underground (Todd Haynes) 
  • Stillwater (Tom McCarthy)

Cannes Premiere (nuova sezione)

  • Evolution (Kornél Mundruczo)
  • Deception (Arnuad Desplechin)
  • Cow (Andrea Arnold)
  • Love Songs for Tough Guys (Samuel Benchetrit)
  • Mothering Sunday (Eva Husson)
  • JFK Revisited: Through the Looking Glass (Oliver Stone)
  • Hold Me Tight (Mathieu Amalric)
  • In Front of Your Face (Hong Sang-soo)
  • Jane Par Charlotte (Charlotte Gainsbourg)
  • Val (Ting Poo e Leo Scott)

Un Certain Regard

  • Un Monde (Laura Wandel)
  • The Innocents (Eskil Vogt)
  • After Yang (Kogonada)
  • Commitment Hasan (Hasan Semih)
  • Lamb (Valdimar Jóhannsson)
  • Bonne Mère (Hafsia Herzi)
  • Delo (House Arrest) (Alexey German Jr.)
  • La Civil (Teodara Ana Mihai)
  • Noche de Fuego (Tatiana Huezo)
  • Blue Bayou (Justin Chon)
  • Moneyboys (C.B Yi)
  • Freda (Gessica Géneus)

Proiezioni Speciali

  • H6 (Yé Yé)
  • Cahiers Noirs (Black Notebooks) (Shlomi Elkabetz)
  • Mariner of the Mountains (Karim Aïnouz)
  • Babi Yar (Sergei Loznitsa) 
  • The Year of the Everlasting Storm (collettivo)
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