Grazie a Wanted Cinema è al cinema il film Love Me Tender di Anna Cazenave Cambet, un racconto intimo e potente sul prezzo della libertà personale. Con uno sguardo essenziale e sensibile, il film attraversa il conflitto tra desiderio, maternità e norme sociali, restituendo tutta la complessità e la forza di una scelta che cambia ogni cosa.
In occasione della premiazione del Lux Audience Award, svoltasi al Parlamento Europeo di Bruxelles, abbiamo potuto incontrare Rachel Khan, che, per conto di Novoprod Cinema e dei produttori Raphaëlle Delauche e Nicolas Sanfaute, ci ha raccontato alcuni retroscena sulla lavorazione del film.
Un progetto che ha fin da subito appassionato Delauche e Sanfaute, che hanno lottato per ottenere i diritti di adattamento dello straordinario libro di Constance Debré, grandissimo successo in Francia e acclamato dalla critica come una delle più rilevanti opere letterarie di questo decennio.
Love me Tender: intervista a Raphaëlle Delauche e Nicolas Sanfaute
Cosa vi ha colpito inizialmente del libro di Debré e cosa vi ha convinti sul fatto che si potesse trarre un film da quella sua storia?
Raphael e Nicolas hanno letto il libro nel momento in cui è stato pubblicato e ne sono stati completamente e immediatamente conquistati, perché aveva un linguaggio così forte e potente, e uno stile di scrittura così radicale ed essenziale che li ha colpiti profondamente.
Hanno quindi pensato subito al fatto che non esistesse un personaggio come quello di Constance al cinema e che ciò che lei raccontava e spiegava nel suo libro autobiografico potesse essere un ottimo spunto per un adattamento, per restituire al pubblico una nuova prospettiva sull’essere donna, sull’essere lesbica ed essere una scrittrice.

Avete subito pensato che Anna Cazenave Cambet fosse la persona giusta per il film? E quanto era cruciale per voi avere, anche alla regia, un approccio femminista e queer per questo adattamento?
Di Anna ci era piaciuto moltissimo il suo primo film: De l’or pour les chiens. Già ci eravamo innamorati di quel suo modo unico di fare cinema, luminoso, fatto di inquadrature lunghe, quel suo sguardo rinfrescante rispetto ai personaggi femminile, ai ritratti di donne.
Quando l’abbiamo contattata abbiamo scoperto che anche lei aveva già letto il libro di Debré e che come noi l’aveva amato moltissimo. Quindi è stata una connessione naturale, anche perché lei aveva letto il libro subito dopo la nascita del suo primo figlio. E questo aveva davvero cambiato il suo modo di intendere la maternità.
L’obiettivo fin da subito è stato quello di rimanere i più fedeli possibile alla scrittura di Constance. Ed era quindi fondamentale, come giustamente dici tu, mantenere una prospettiva femminile e queer, perché volevamo davvero che questo fosse il film giusto per svecchiare e rinnovare il modo in cui trattiamo questo tipo di personaggi al cinema.
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Non avrebbe avuto senso adottare una prospettiva maschile, perché avevamo bisogno di decostruire il modo in cui solitamente si filmano e si raccontano le donne e di realizzare un film che offrisse una proposta diversa nel panorama cinematografico contemporaneo.
Quanto è stata coinvolta Constance Debré nel processo di realizzazione del film?
Constance ha letto solo una versione della sceneggiatura. Ha ovviamente visto il lavoro precedente di Anna e le è piaciuto molto. È bastato questo. Per il resto, dopo aver dato la sua approvazione, ha mantenuto una certa distanza rispetto al progetto. E credo che sia stata una scelta dettata anche da una sua necessità personale in quel momento. Devo dire che la sua presenza è stata fondamentale all’inizio del progetto, ma poi ha lasciato che Anna facesse il suo lavoro e adattasse il libro alla sua maniera.

Questo è un film che splende anche grazie alla formidabile presenza in scena di Vicky Krieps. È stata fin da subito la vostra prima scelta per il ruolo di protagonista?
In realtà il casting di Love me Tender è iniziato in Francia e cercavamo attrici francesi già affermate. Poi abbiamo capito che la cosa fondamentale non era tanto l’accento, la provenienza parigina, quanto il fatto che il personaggio di Constance – Clémence nel film – dovesse avere una presenza fisica molto distintiva, quella di una cowgirl solitaria, molto alta, magra e muscolosa. E non avevamo trovato nessuno che corrispondesse a questi canoni
Allora abbiamo deciso di aprire i casting anche ai paesi francofoni. Ed è lì che subito è saltato fuori il nome di Vicky Krieps, che non solo è un’attrice fenomenale, capace di interpretare tantissimi personaggi diversi e di donare ad essi un numero infinito di sfumature, ma è anche quella presenza scenica che cercavamo fin dall’inizio.
Da spettatori, siamo sempre più abituati – fortunatamente – a vedere al cinema storie queer, con personaggi omosessuali come protagonisti. Mi chiedo, però, se dall’altro lato della barricata, ovvero quello produttivo, sia effettivamente diventato più facile trovare i finanziamenti per questi film o se ancora c’è della diffidenza rispetto a questi temi…
Hai perfettamente ragione, purtroppo. Raphael e Nicolas sono rimasti piuttosto sorpresi – in negativo – dal fatto che il film spaventasse molti potenziali partner, nel senso che la parte più difficile è stata trovare un distributore iniziale. Hanno faticato molto a trovarne uno. Ed è stato piuttosto deprimente perché in quel momento c’erano tre film in produzione in Francia su questi stessi temi e tutti e tre hanno avuto le stesse difficoltà (i film a cui si fa riferimento sono Love Letters di Alice Douard e La più piccola di Hafsia Herzi, ndr).
Penso che questa difficoltà sia nata principalmente dal personaggio di Clémence, perché c’era un grosso dubbio sulla sua capacità di creare empatia. Molti avevano paura che il pubblico non fosse capace di provare empatia per lei e di creare una connessione con il personaggio. Questo era un aspetto che emergeva costantemente quando cercavamo i giusti partner.
E ci dice molto su quanto le persone temessero che questo personaggio non fosse la tipica madre e la tipica donna che si vedono al cinema. Sembra assurdo, ma fare un film con una donna lesbica come protagonista non è così scontato, neanche nel 2026. E vecchi meccanismi ancora si manifestano nel processo di finanziamento.
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Il film però non è solamente un racconto queer, ma tocca anche tanti altri temi, dal capitalismo al sistema giudiziario francese. Quali erano per voi gli aspetti imprescindibili del testo da mantenere anche in fase di adattamento?
Credo che la premura principale di Anna fosse quella di far entrare lo spettatore davvero nella mente di questa donna, come accade per chi legge il libro. Questa è stata la sfida più grande dal punto di vista cinematografico. Ovviamente, però, quando si lavora a un adattamento, è necessario che la regista possa far sua l’opera di un’altra persona e anche per questo sono stati aggiunti degli elementi di finzione rispetto a quanto raccontato nel libro per poterlo trasporre al cinema.
Ma ciò a cui tutti noi volevamo davvero rimanere fedeli era la cronologia degli eventi giudiziari, come raccontata nel libro. Il libro è molto forte su questo aspetto, perché mostra esplicitamente quanto il sistema giudiziario sia viziato, dal momento che non c’è niente che giustifichi realmente l’accanimento contro questa donna, niente che permetta il ritiro della custodia di suo figlio. Questo è il punto di partenza del film ed è esattamente ciò che guida lo sviluppo del personaggio.
Negli ultimi anni con Novoprod Cinema avete prodotto À plein temps di Éric Gravel, che era al suo secondo film, e più recentemente La poupée di Sophie Beaulieu, che è invece un esordio al lungometraggio. Cosa cercate nei nuovi autori e nelle nuove autrici che decidete di sostenere e di accompagnare nel loro percorso di crescita?
È importante per noi trovare nuove voci, perché il cinema che ci interessa è un cinema che possa mettare in discussione il nostro mondo, la nostra società, il suo funzionamento. E questo implica prospettive diverse. Nuove, appunto. Anche Nicolas e Raphael credono fermamente nell’importanza di lavorare con artisti provenienti da contesti sociali, culturali e geografici diversi.
Lavoriamo ovviamente con registi e registe, ma ci impegniamo per dare il maggior numero possibile di opportunità alla regia femminile, convinti che si debba facilitare l’accesso delle donne a questo tipo di professione. Credo che sia questo ciò che ci guida: aprire le nostre produzioni a nuovi modi di raccontare le storie e promuovere la diversità nel background dei registi.


