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Nostalgia anni ’90? Ecco quali serie meriterebbero un reboot - NewsCinema
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Nostalgia anni ’90? Ecco quali serie meriterebbero un reboot

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A distanza di nove anni esatti dall’ultima messa in onda, Dawson’s Creek torna disponibile in italia. Con tutte le sei stagioni, il telefilm che è entrato nell’immaginario collettivo di tutti i nati degli anni 80 arriva oggi in streaming su Netflix.

Ma Dawson’s Creek non è la sola serie degli anni Novanta che meriterebbe di essere rivista oggi e, magari, adattata alla contemporaneità (o al gusto moderno degli spettatori). Ecco quali telefilm (alcuni dei quali ormai dimenticati) potrebbero tornare in auge grazie ad un appropriato revival.

Xena – Principessa guerriera

Se ne parlava ormai da qualche anno: la rete americana Nbc aveva intenzione di mettere nuovamente le mani sulla serie Xena – La principessa guerriera, tanto che di recente erano stati realizzati dei test per dare il via alla produzione. Sembra però che il materiale prodotto non abbiano convinto del tutto il network che, dopo aver allontanato lo sceneggiatore che doveva occuparsene, Javier Grillo-Marxuach, ha deciso di mettere definitivamente nel cassetto questo eventuale reboot. Gli episodi sulla principessa guerriera erano andati in onda fra il settembre 1995 e il giugno 2001, nati come uno spin-off della serie mitologica Hercules in cui Xena era comparsa brevemente, suscitando però l’attenzione del pubblico. Attenzione viva ancora oggi tanto che, appunto, la Nbc non si sente di escludere ulteriori ipotesi future: “Abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci proponga un punto di vista preciso”, ha dichiarato Salke. Speriamo che quel “qualcuno” arrivi presto.

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La relazione messa in scena tra la protagonista Xena e Olimpia suggeriva, all’epoca, senza mai esplicitarlo, un sentimento romantico tra le due donne. Un reboot potrebbe finalmente proporre al pubblico una storia d’amore pienamente realizzata e credibile.

Sliders – I Viaggiatori

Come la contemporanea Quantum Leap, la serie Sliders (da noi I Viaggiatori) si reggeva su di un format altamente flessibile, basato sui diversi viaggi che conducevano ogni settimana i protagonisti in versioni sempre diverse del pianeta Terra. Un reboot dalla sensibilità moderna potrebbe sfruttare il pretesto degli universi paralleli per offrire uno sguardo diverso e alternativo sugli attuali avvenimenti storici, politici e sociali. John Rhys-Davies e Jerry O’Connell si sono già detti disponibili e si sono messi in contatto con la NBC per un possibile revival della serie.

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La semplicità alla base de I Viaggiatori è anche la chiave del suo fascino. Alcuni membri del cast della più recente Community potrebbero essere reclutati come nuovi “sliders” per sfruttare la buona chimica creatasi tra loro: suggeriamo Donald Glover come Quinn, Alison Brie come Wade, Joel McHale come Rembrandt e Yvette Nicole Brown come Arturo (genderswap). Il successo clamoroso di The Mandalorian, inoltre, ha dimostrato come non sia essenziale avere necessariamente un intreccio narrativo particolarmente ingarbugliato ed esteso per attirare il pubblico.

Le avventure di Brisco County Jr.

A metà strada tra il western e lo steampunk, The Adventures of Brisco County Jr. è durata purtroppo solo una stagione, ma continua ad avere un seguito anche trent’anni dopo la sua cancellazione. La serie, che vedeva Bruce Campbell nei panni dell’eroe, era ambientata nel 1893 e seguiva le avventure di Brisco County Jr, un avvocato di Harvard diventato cacciatore di taglie che si trovava improvvisamente coinvolto nella ricerca dell’Orb, un potente dispositivo del futuro.

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Se sostituire un attore iconico come Bruce Campbell nel ruolo di protagonista potrebbe rivelarsi difficile, il versatile (e instancabile) interprete potrebbe comunque svolgere un ruolo importante in un reboot assumendo il ruolo del professor Wickwire, lo scienziato che crea i gadget che Brisco utilizza.

Sister, Sister

L’amata sitcom degli anni ’90 di Tia e Tamera Mowry -la cui trama è stata ripresa poi in The Parent Trap – segue la storia di due gemelle separate alla nascita, una cresciuta da una madre single, l’altra da un padre single, che si riuniscono da adolescenti e si trasferiscono con i loro genitori a vivere sotto lo stesso tetto. Tia e Tamera sono interessate a riportare in vita il telefilm. La trama è già servita: due sorelle ormai adulte che si affidano l’una all’altra mentre fanno si occupano della loro coppia di gemelli, con Jackée Harry che di tanto in tanto fa la sua comparsa per interpretare la nonna (ma non chiamatela nonna!).

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Netflix ha acquistato tutte le stagioni dello show lo scorso luglio. Oltre a Sister, Sister, altri sei telefilm classici con interpreti di colore nei ruoli principali sono successivamente arrivati in streaming sulla piattaforma come parte della programmazione Strong Black Lead.

Clarissa Explains It All

Se vi siete chiesti perché la vostra vita sia andata improvvisamente fuori controllo dopo gli anni ’90, la colpa è di Clarissa, che ha smesso, ad un certo punto, di spiegare a tutti come funziona il mondo. Abbiamo nuovamente bisogno di lei, perché l’età adulta arriva senza istruzioni. Un reboot moderno incentrato su Clarissa che cerca di trovare l’equilibrio tra carriera, relazioni personali e famiglia interesserebbe sicuramente molti spettatori dell’originale.

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Negli ultimi anni le possibilità di un ritorno televisivo di Clarissa sono aumentate: il reboot vedrebbe l’ex star Melissa Joan Hart riprendere il suo ruolo di Clarissa Darling, ormai diventata mamma (la Hart si occperebbe anche della produzione esecutiva tramite la sua Hartbreak Films, che gestisce con sua madre, la produttrice televisiva Paula Hart). Anche il creatore della serie originale, Mitchell Kriegman, sarebbe in trattative per tornare a scrivere e produrre.

Studente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Autore di diversi articoli pubblicati su mensili locali quali Bisceglie in Diretta e Il Biscegliese e siti d’informazione online locali e non. Ha collaborato con siti di informazione videoludica, come GameBack, GamesArmy e gamempire.it. Attualmente è redattore di Bisceglie24 e gestisce il blog cinematografico Strangerthancinema.it.

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Cinema

Il Silenzio degli Innocenti | capolavoro anticonvenzionale a 30 anni dalla sua uscita

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Trent’anni fa arrivava in sala Il Silenzio degli Innocenti, il capolavoro di Jonathan Demme che ha segnato quell’annata con la vittoria di cinque Oscar nelle cinque categorie principali (uno dei tre film nella storia del cinema ad esserci riuscito), un incasso straordinario e il personaggio che ha ridefinito una delle figure fondamentali del cinema: l’assassino. Quella di Hannibal Lecter è infatti divenuta negli anni una figura archetipa e a quell’idea di raffinato uomo d’intelletto che nasconde una violenza morbosa e malata, fomentata dallo snobismo, si sono ispirati in tantissimi. Tutti però mancando quel che rendeva davvero speciale il film di Demme.

Il Silenzio degli Innocenti | il segreto di un cult

La vera forza de Il Silenzio degli Innocenti sta nel modo in cui mette in scena la potenza dello sguardo, nel delineare i rapporti di forza che si creano quando una persona guarda in un certo modo un’altra. Al cinema, infatti, lo spettatore è in grado di percepire lo status di un personaggio non tanto per quel che lui dice di sé o per come si atteggi, ma per come lo guardano gli altri. Se lo trattano da capo sarà un capo, se lo trattano o lo guardano come un sottomesso, invece, lo percepiremo come tale nonostante le sue parole e le sue azioni. Demme riesce a mettere in scena la violenza dello sguardo di un uomo sulla donna, in una società in cui la figura femminile è per lo più vista come oggetto sessuale e in un mondo, quello del cinema poliziesco, fatto di centrali di polizia, carceri e sottoboschi criminali, in cui qualsiasi sensibilità non-maschile è bandita a meno che non serva ad ingannare, come fanno le donne del noir. Il Silenzio degli Innocenti inserisce una donna forte e la usa per far sperimentare allo spettatore cosa significhi subire l’umiliazione dello sguardo. 

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Hannibal Lecter nel film parla poco, ma quando lo fa le sue parole pesano come macigni. Anthony Hopkins è impeccabile (quanti attori, lui compreso, avrebbero potuto esagerare e sconfinare nella macchietta?), ma sono Jodie Foster e Jonathan Demme a dare il meglio. Hannibal è la macchina della sottomissione tramite uno sguardo che promette violenza sessuale e riduce l’essere umano a pezzo di carne. Hannibal guarda e umilia, ma noi lo sappiamo perché è Jodie Foster, detective tutto d’un pezzo, a sembrare una ragazzina violentata quando subisce il suo sguardo. Chi conosce il cinema di Jonathan Demme, sa bene come al centro di tutto ci siano spesso donne, il loro mondo e la maniera in cui queste si confrontano con le difficoltà. Era così agli esordi ed è stato così fino agli ultimi suoi film. Dunque quel che accadde con Il Silenzio degli Innocenti è che fu data ad un cineasta interessato principalmente ai personaggi femminili una storia in cui il protagonista era un killer (uno che coadiuva a modo suo l’indagine comparendo per meno di mezz’ora in tutto il film), ma in cui il vero fulcro della narrazione era invece un donna sballottata dagli eventi.

La figura di Clarice

La bravura di Demme è stata quella di inserire questo tipo di suggestioni in un film che di convenzionale ha comunque diversi elementi (non a caso doveva essere originariamente diretto ed interpretato da Gene Hackman, che aveva acquistato i diritti del libro di Harris, soffiandoli proprio a Jodie Foster). Dal detective con un passato misterioso alla figura del killer-freak, passando per un’indagine tutto sommato prevedibile e in alcuni punti anche un po’ macchinosa. Invece non c’è niente di convenzionale nella maniera in cui il regista scelto per l’adattamento si interessa a Clarice Starling e a come abiti quel mondo, quali siano le sue difficoltà, quale sia l’ambiente in cui la donna è costretta a farsi forza. Ogni qualvolta Hannibal applica la sua violenza, Demme lo fa guardare in macchina e sistematicamente subito dopo c’è un’atterrita Jodie Foster che ci fa capire realmente cosa stia succedendo, al di là delle parole. Quando invece si scambiano battute più innocenti torna a guardare a lato dell’obiettivo.

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Nonostante tutto ciò, ad essere ricordato universalmente è il personaggio di Lecter e non quello Clarice, eppure se questo è stato possibile è proprio per come il film lavora su di lei e non tanto su di lui. Hannibal Lecter, infatti, non solo è il killer violentissimo che si “camuffa” in una disarmante normalità (da M, il mostro di Dusseldhorf a Psyco), ma anche una stessa variazione molto intellettuale della figura già comparsa inManhunter di Michael Mann, interpretato da Brian Cox, ancora una volta come personaggio “marginale”. In quel caso però l’interesse era stato scarso, tanto che De Laurentiis, produttore del film, cedette i diritti per l’uso gratis. Non fu una questione di interprete sbagliato (Cox era perfetto) ma di punti di vista: a Micheal Mann non interessava molto la maniera in cui il detective di William Petersen si relazionava con Lecter (che nel film si chiama Lektor), a Demme invece sì. Gli interessa come guardi Clarice e come Clarice ne esca traumatizzata senza che ci sia nemmeno contatto fisico. Tutto Il Silenzio degli Innocenti è la storia di una donna di provincia che subisce abusi mentali durante un’indagine che sembra un viaggio nella privazione di dignità. Senza che accada niente di diverso da ciò che solitamente avviene nel cinema poliziesco.

Le prospettive di una serie tv

Tra qualche mese debutterà Clarice, serie TV sequel del film di Demme dedicata all’agente Clarice Starling (alla guida del progetto ci sono Alex Kurtzman e Jenny Lumet). Il celebre personaggio è stavolta affidato a Rebecca Breeds, nota al grande pubblico per Pretty Little Liars. Gli eventi si svolgeranno appena un anno dopo la cattura di Buffalo Bill e la fuga di Hannibal Lecter e la serie si concentrerà su nuovi casi, con Starling chiamata a seguire le orme di pericolosi assassini e predatori sessuali. Sarà però difficilissimo riuscire a recuperare il vero senso de Il Silenzio degli Innocenti, in assenza di Jodie Foster e di Demme (venuto a mancare nel 2017).

Il solo che, negli ultimi anni, si è avvicinato a quella idea di sottomissione perpetrata con lo sguardo e con le parole è stato David Fincher con il suo Mindhunter. È lui ad aver capito, più di altri, cosa rende Il Silenzio degli Innocenti un film di paura e non un thriller. E se ha avuto il successo che ha avuto è perché si trattava di una paura per molti inedita (sia uomini che donne), specialmente al cinema. Quella di uno sguardo violento e di una sottomissione con un agghiacciante sottotesto sessuale che esplode prima ancora che la violenza si consumi sul corpo.

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Disney +

WandaVision | 10 teorie dei fan di Ultron sul futuro dell’MCU

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Il terzo episodio di WandaVision (clicca qui per vedere il trailer della serie disponibile su Disney+) è pieno zeppo di easter eggs e riferimenti sia ai fumetti che al Marvel Cinematic Universe. E se proprio dobbiamo dirla tutta, uno dei suoi migliori riferimenti non è stato neanche nascosto chissà quanto. Alla fine di “Now In Color”, Geraldine pronuncia il nome di Ultron, uno dei maggiori cattivi Avengers della Fase Uno dell’MCU .

Il cattivo centrale di Avengers: Age Of Ultron ha avuto un ruolo chiave nella tragica vita di Wanda Maximoff, e potrebbe ancora dar credito ad alcune divertenti teorie ipotizzate dai fan. È possibile che Ultron possa tornare dai morti, come ha fatto Vision nello show.

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10.Papà Sitcom

WandaVision nei suoi primi tre episodi è stata un’affascinante esplorazione dei tropi e dei format delle sitcom. Ultron potrebbe tornare come manifestazione della presunzione della sitcom, secondo l’utente marveltx. È possibile che Ultron appaia come una manifestazione dei suoi poteri, in una forma diversa. Ciò aprirebbe la porta a James Spader, che ha doppiato Ultron. Questa volta però potrebbe semplicemente interpretare se stesso, o come suggerisce un utente nel thread di Reddit, il suocero di Wanda in TV.

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9. Abitava Nella Pietra Della Mente

Il ritorno di Ultron nell’MCU è stato la fonte di molte teorie speculative, anche prima dell’inizio di WandaVision . Uno riguarda il modo in cui sembrava morire. Alla fine di Avengers: Age Of Ultron, Vision affronta quello che sembra essere l’ultimo drone sopravvissuto, contenente la coscienza di Ultron. Vision per tanto, sembra distruggere il drone e apparentemente Ultron, per sempre.

Ma è possibile che Ultron abbia trasmesso la sua coscienza a Vision e alla Pietra Mentale prima o durante questo processo, permettendogli di sopravvivere. La morte di Vision in Avengers: Infinity War potrebbe averlo liberato.

Leggi anche: WandaVision | Alla scoperta dell’incredibile coppia Marvel su Disney+

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8. L’avvoltoio Lo Ha Risuscitato

Spider-Man: Homecoming è stata la più grande fonte di teorie su Ultron prima di WandaVision. Due aspetti principali del film si collegano direttamente a Ultron.

Uno è Adrian Toomes, l’Avvoltoio e potenziale membro dell’MCU Sinister Six . Toomes raccoglie gli avanzi di tecnologia avanzata lasciati dopo la battaglia di New York. Ha anche un paio di armi derivate direttamente da Ultron. Senza dimenticare che un membro dell’equipaggio di Toomes, Brice, ha sparato in pubblico con un blaster Ultron. È possibile che qualche aspetto della coscienza di Ultron sia sopravvissuta nelle parti recuperate.

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7.Non Tutti I Droni Sono Stati Distrutti

Questo porta direttamente alla teoria più importante e possibile sul ritorno di Ultron. Non tutti i droni sono stati distrutti su Sokovia. Una delle tante teorie sul possibile ritorno di Ultron riguarda un drone sopravvissuto alla battaglia di Sokovia nonostante gli innumerevoli sforzi dei Vendicatori.

Durante uno scontro su un ponte a Sokovia, Capitan America ne colpisce un drone, apparentemente fatale. Data la forza dei droni, è possibile che Ultron sia sopravvissuto alla caduta e sia rimasto in vita da qualche parte nel mondo.

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6. Controllo dei Danni

Non solo Adrian Toomes ha messo le mani sulla tecnologia Ultron in Spider-Man: Homecoming , ma anche Damage Control. Uno dei migliori easter egg nel primo film di MCU Spider-Man è il capo di Ultron.

Peter Parker scopre la testa in possesso della squadra di pulizia governativa Damage Control. La cosa più inquietante di questa scoperta è che gli occhi di Ultron sono rossi in questa scena. L’unica volta che i fan hanno visto Ultron con gli occhi rossi nell’MCU è stato quando era vivo e cosciente.

Leggi anche: WandaVision | tutti i dettagli che vi siete persi nel trailer della serie tv

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5. Copia di Backup

È anche possibile che Ultron abbia conservato una copia di backup di se stesso. Stava tentando di accedere al world wide web in Age Of Ultron e alla fine ha fallito, ma ciò non significa che non abbia creato cloni digitali della sua coscienza e ne abbia eseguito il backup su vari dischi rigidi.

Quel tipo di ridondanza lo renderebbe praticamente impossibile da sconfiggere. Ognuno dei suoi droni era essenzialmente un clone, e ognuno di loro avrebbe potuto avere un backup del disco rigido, rendendo la sua sopravvivenza molto più sicura.

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4. Kang The Conqueror Lo Resuscita

L’utente di Reddit The God-TK ipotizza che Kang The Conqueror abbia la capacità di riportare in vita Ultron. Kang The Conqueror apparirà in Ant-Man And The Wasp: Quantumania (interpretato da Jonathan Majors di Lovecraft Country , un altro spettacolo con la passione per i dettagli nascosti ).

Kang potrebbe essere trascinato nell’MCU dagli eventi di Avengers: Endgame , in cui il tempo è stato disturbato, o forse anche da WandaVision , dove la realtà vacilla. Poteva resuscitare o impedirgli di morire in primo luogo, per aiutarlo a raggiungere il suo obiettivo di rivedere il tempo.

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3. Jocasta

L’utente di Reddit MCKimmyKim scrive che Ultron riesce a sopravvivere grazie alla sua sposa dei fumetti, Jocasta. In effetti, lei deve ancora fare la sua apparizione nell’universo cinematografico Marvel, anche se è apparsa in uno degli easter egg più nascosti presenti in Age Of Ultron . Quando Tony Stark sta cercando tra i programmi per sostituire JARVIS, ne passa uno chiamato Jocasta.

È possibile che il programma Jocasta sia a sua volta cosciente e mantenga in parte o tutto il programma di Ultron? Jocasta è un elemento abbastanza importante dei fumetti, una creazione non dissimile dalla Sposa di Frankenstein, un mostro horror della Universal degno di un reboot.

Leggi anche: Paul Bettany | Chi è l’attore dietro la Visione della Marvel

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2. Adam Warlock

L’utente di Reddit TheLazerShell suggerisce che il personaggio ‘incriminato’ di questo focus, potrebbe tornare tramite l’eroe cosmico Adam Warlock . Proprio lui è stato preso in giro nel film Guardiani della Galassia Vol. 2 , dettaglio che alcuni fan potrebbero aver perso. L’eroe Marvel cosmicamente potente è stato inserito nella scena post-credits per un uso successivo, e questa teoria lo vedrebbe responsabile del suo ritorno.

La teoria suggerisce che Ultron abbia caricato un virus nel Quinjet con il quale intendeva fuggire, che è stato poi perso nello spazio da Hulk. Alla fine, questa nave viene successivamente ritrovata e restaurata, insieme a Ultron e tutto il resto, proprio da Adam Warlock.

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1. Ritorna Attraverso Il Multiverso

Il modo più semplice per il ritorno del protagonista di questo articolo, come è stato suggerito in teorie precedenti, è forse attraverso il Multiverso. L’MCU si sta tuffando a capofitto nel concetto del Multiverso e molti dei principali cattivi delle passate serie di film di Spider-Man stanno tornando per Spider-Man 3 , come Doctor Octopus ed Electro. Se nei film possono apparire numerose versioni di Doctor Ocotpus, possono farlo anche diverse versioni di Ultron. Ha molte, molte iterazioni nel fumetto a cui l’MCU potrebbe continuare a disegnare.

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Cinema

Donnie Darko | analisi di un imprevedibile successo a distanza di 20 anni

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Sono passati ormai due decenni da quando il ventiseienne cineasta Richard Kelly scrisse e diresse Donnie Darko, film su un adolescente problematico calato nel contesto della science fiction. La pellicola uscì nelle sale statunitensi a ottobre del 2001, solo un mese dopo gli attentati dell’11 settembre. E proprio la centralità di un disastro aereo nella narrazione fu la principale causa che ne decretò l’insuccesso commerciale. Non era sicuramente il momento migliorare per mostrare al pubblico un film del genere e così l’incasso al box office statunitense fu di appena 500mila dollari, a fronte di un budget produttivo di sei milioni.

La critica però lodò in maniera convinta il film di Kelly e il tempo le diede ragione: pochi anni dopo, grazie al passaparola, Donnie Darko tornò in auge nel mercato home video e finì per essere presentato nel 2004 alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione Venezia Mezzanotte per poi essere distribuito lo stesso anno anche nelle sale italiane. Così quello sbilenco lungometraggio dei primi anni 2001, andato malissimo in sala e diventato famoso nel circuito Home Video, arrivò in Italia già con la fama di film generazionale.

In realtà, a venti anni esatti di distanza, più che generazionale sarebbe il caso di definirlo adolescenziale, pieno di assolutismi e slanci sentimentali che raccontano bene le pulsioni di quell’età. Oltre a questo, però, Donnie Darko è famoso anche per la sua costruzione peculiare, in cui il tempo del film sembra arrotolarsi su se stesso. Elemento che, insieme ad una suggestione di fantascienza forte sulle realtà parallele, lo rende il più intricato dei teen drama. Complesso e pensato per essere una vera e propria trappola per la mente, Donnie Darko è infatti uno dei migliori esponenti di quel filone del cinema geek americano nato negli anni ’90, fatto di trame ad incastro e rompicapo inesorabili.

Donnie Darko | il trionfo del cinema inestricabile

Film decostruiti, temporalmente caotici o dotati di una trama che necessita di un’attenzione maniacale (o più visioni) per essere compresa a pieno. Sono questi i film che il cinema americano, dagli anni ’90 in poi, ha prodotto con sempre maggiore frequenza per catturare l’attenzione di un pubblico che chiedeva uno sforzo mentale a ciò che guardava. Il primo a rendere famosa la costruzione atemporale (ma con il solo fine dell’arrovellamento della narrazione) fu Pulp Fiction. Da lì si aprì un nuovo genere. 

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Donnie Darko si inserisce perfettamente in questo filone di film che hanno tutto il fascino della complessità e spesso delle realtà parallele, impenetrabili per vocazione, spesso anche agli stessi personaggi protagonisti che sono catturati in un vortice di eventi che non posso essere compresi a pieno, né da loro, né degli spettatori. È la negazione dell’assunto fondamentale del cinema classico, quello per il quale “il pubblico deve capire tutto” e l’esaltazione di un nuovo tipo di spettatore, spesso geek o dotato della passione geek per la scoperta dei meccanismi che ci sono dietro la costruzione di una storia. I film come Donnie Darko infatti somigliano in ogni momento costringono a riflettere sul fatto che quello che stiamo vedendo è una storia costruita, sceneggiata, filmata e poi montata. Ci invita cioè a riflettere sulla differenza tra una storia e la maniera in cui questa è raccontata, per arrivare alla conclusione che come una trama viene narrata influisce sul senso che questa trama ha.

Un racconto generazionale

Una complessità che sta tutta nella narrazione, perché di scientifico (o ingegneristico), invece, in Donnie Darko, non c’è quasi nulla, se non le potenti suggestioni offerte dai portali spazio-temporali e dagli universi tangenti custoditi in un libro fittizio creato per la trama del film stesso: La filosofia dei viaggi nel tempo di Roberta Sparrow. Richard Kelly sfrutta invece quelle che sono, per un ventiseienne dei primi anni Duemila, delle influenze inevitabili: la disillusa rabbia del periodo grunge e il nichilismo dominante nella narrativa americana anni Novanta che trova in Fight Club di Chuck Palahniuk e American Psycho di Bret Easton Ellis i suoi manifesti più rappresentativi. In Donnie Darko si respira questa atmosfera grazie alla foga creativa di Kelly che ha dato vita a un singolare mash-up: un film cupo focalizzato sul disagio adolescenziale che però sembra spesso un episodio di Ai confini della realtà.

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Ma tutto questo rimane uno sfondo che in nessun momento sovrasta quella che è la vera ambizione di Donnie Darko: essere un film-trucco, che attira e richiede l’attenzione del pubblico, ma che allo stesso tempo inganna lo spettatore, impedendogli di capire dove si nascondono davvero gli indizi utili a comprendere gli snodi della trama, che stanno sempre altrove rispetto allo sguardo di chi guarda e che quando vengono rivelati alla fine sorprendono tutti.

Un colpo di fortuna per Jake Gyllenhaal

Ma Donnie Darko è anche il film che ha consacrato definitivamente Jake Gyllenhaal. “Quando partecipai casting ero decisamente smarrito”, ha raccontato recentemente l’attore in un podcast con Roger Deakins. “Come succede spesso, tante grandi cose bussano alla tua porta in un modo che sembra tanto destino. C’era un altro attore che doveva interpretare la parte di Donnie fino a due mesi prima dell’avvio delle riprese. Io sono entrato nel cast solo due mesi prima dell’inizio. Mi ricordo di avere letto la sceneggiatura mentre soffrivo per miei problemi, per la mia ansia, e la mia tristezza. Avevo fatto due anni di college e non sentivo che quello era il posto per me. Ero tornato a Los Angeles, dove ero cresciuto, i miei si erano trasferiti dopo la mia partenza. Avevano preso una casa più piccola a Hollywood. Anche mia sorella era tornata a casa e non c’era abbastanza posto. Io dormivo in soggiorno sotto l’aria condizionata che andava 24 ore su 24 dato il caldo di Los Angeles. Ricordo di avere letto la sceneggiatura e di avere pensato: io mi sento proprio così! Non mi sentivo schizofrenico, ma completamente perso nella mia vita cercando di capire come essere un adulto”.

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Donnie Darko è infatti un film sulla schizofrenia ancora prima che essere un film di fantascienza. Per Jake Gyllenhaal nessuno dei film da teenager per cui i suoi colleghi tentavano le audizioni (come ad esempio American Pie), erano adatti a lui. Trovare (e ottenere) la parte di Donnie Darko fu la sua fortuna. Nessuno, secondo Gyllenhaal, sapeva cosa stavano filmando durante molte riprese in steadycam, ma la crew lo aiutò a rendere la performance un viaggio nei suoi demoni interiori, dandogli una libertà che non avrebbe avuto in altre produzioni dove le aspettative e le pressioni sarebbero state maggiori.

È indubbio che sia anche merito suo se Donnie Darko ha raggiunto oggi lo status di cult movie. Tutto il film, a partire dai suoi presupposti fantastici, sarebbe possibile anche in un altro contesto che non sia la periferia, ma è lì che acquista anche un secondo significato che poi ha fatto la sua fortuna. Non racconta solo l’evento fantastico che accade al suo protagonista, ma anche la lotta per non diventare come le persone che questo vede attorno a sé. Il fascino del film sta tutto nel profondo desiderio di essere e rimanere distante in un mondo che complotta per l’omologazione e costringe ad uniformarsi.

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