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Dawson’s Creek sbarca su Netflix | 10 scene per rinfrescare la memoria

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Tra i teen drama più amati e seguiti di sempre, Dawson’s Creek sbarca su Netflix il 15 gennaio 2021, con tutti e 128 i suoi episodi (distribuiti in sei stagioni).

Era il lontano 1998 quando per la prima volta abbiamo fatto la conoscenza di Dawson Leery (interpretato da James Van Der Beek), fan sfegatato di Steven Spielberg. Nella ridente Capeside, il giovane trascorre le sue giornate in compagnia degli amici Josephine detta Joey (Katie Holmes) e Pacey (Joshua Jackson). Completa il quadretto Jen (Michelle Williams), giunta dalla Grande Mela e ben presto coinvolta nelle vicende del terzetto.

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Joey e Dawson in una scena della serie

Dawson’s Creek | Una scala a pioli come simbolo di una generazione

Indelebile, epica e rappresentativa di tutta una generazione, la scena di Joey che raggiunge la stanza di Dawson, il suo amico, la sua anima gemella, salendo da una scala a pioli poggiata sul davanzale, è ben impressa nell’immaginario di chi con Dawson’s Creek ci è cresciuto. Ricorrente in diversi momenti, nel corso delle stagioni, apre e chiude la serie, lasciando per sempre un nostalgico ricordo.

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Emozioni in movimento – Ep. 1×01

L’ingresso in scena di Jen, colei che in qualche modo sconvolgerà gli equilibri del piccolo gruppetto composto da Dawson, Joey e Pacey, sembra elaborato nello stesso modo in cui Raoul Bova usciva dall’acqua in Piccolo grande amore.

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L’arrivo di Jen a Capeside

Una visione paradisiaca, che manda in visibilio i due giovanotti, mentre instilla le prime scintille di gelosia in Joey, fino a quel momento unica figura femminile di riferimento nell’esistenza di Dawson. Non a caso il rapporto tra le due sarà sempre piuttosto conflittuale.

Sulla scia di Breakfast Club | Convivenza forzata – Ep. 1×07

Il primo bacio nasce da una sfida, un semplice gioco tra teenager che rischia però di incrinare i rapporti, di complicarli in un modo difficile da sbrogliare. Truth or dare, verità o penitenza (da noi): Joey – e Pacey prima di lei – cade nel tranello di Abby (Monica Keena), ritrovandosi in una situazione alquanto delicata, seppur agognata.

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Ma chi la conosce, sa bene che non è da lei tirarsi indietro. I 15 secondi in cui le sue labbra sono incollate a quelle di Dawson si riveleranno un incubo o un sogno “ad occhi chiusi”?

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Il primo bacio tra Dawson e Joey

On my own | Concorso di bellezza – Ep. 1×12

La performance di B, che intona On my own da I Miserabili – in una delle interpretazioni più emozionanti e concrete di Eponine – risveglia Dawson da quella sorta di incantesimo in cui lo aveva gettato l’arrivo di Jen, e gli mostra la sua migliore amica sotto una luce nuova, diversa, romantica. Il testo della canzone è perfetto a rappresentare i sentimenti che turbano l’anima di Joey. Chapeau!

French kiss, second kiss, rational one | Il bacio – Ep.2×01

Sebbene sia il secondo bacio, quello “razionale”, quello che si scambiano Dawson e Joey, seduti sulle altalene, segna uno dei punti più alti in termini di romanticismo e suggestioni di Dawson’s Creek. Sarà la vista di una Capeside notturna, rischiarata da fili di luci che giocano con i riflessi dell’acqua. Sarà la calda voce di John Hiatt che sembra accompagnare il dondolio con la sua Have a little faith in me.

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Dawson e Joey si scambiano il loro secondo bacio

E i DJer vanno in brodo di giuggiole.

Un bacio è solo un bacio | L’ora della verità – Ep. 3×17

Joey e Pacey si sono sempre odiati, ma si sa: chi disprezza compra. Quando quindi arriva il fatidico momento, tanto atteso dai PJer, non c’è grossa sorpresa. Ma tanta emozione, quella sì.

Se con Dawson era avvenuto come in una favola, con Pacey è un’altra storia. Non c’è la luna a illuminare i volti dei giovani, nessun riferimento romantico o riflessioni personali. Il bacio tra Joey e Pacey travolge come un fiume in piena e mette tutti a tacere… Almeno per il tempo necessario.

La risposta a quella domanda non ti ucciderebbe – La resa dei conti – Ep. 4×01

Un mattone proveniente dalla casa di Ernest Hemingway, che vorrebbe simboleggiare l’inizio di una nuova amicizia, ma che fa invece tanto pensare al peso che Dawson si porta nello stomaco da mesi. Il momento in cui Joey lo richiama, davanti all’uscio di casa, rispondendo a una domanda mai fatta ma costantemente sospesa tra loro, provoca nel ragazzo un sospiro di sollievo così tangibile e liberatorio da graffiare il cuore. Le note di This Year’s Love di David Gray fanno il resto.

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Il mio cuore non ha mai lasciato la barca. Non ha mai lasciato te.

Nella stessa puntata si gode anche di uno dei momenti più dolci, belli e romantici tra Pacey e Joey. Quando la ragazza lo raggiunge, a bordo del loro nido d’amore, la True Love, gli parla amorevolmente, lo rassicura e si accoccola tra le sue braccia, prima di chiedergli di fare quella cosa che a loro “piace tanto fare”…

Scenata con rissa – Ep. 5×20

L’amicizia tra Joey e Audrey (Busy Philipps) ha riservato vari momenti degni di nota. Uno di questi non può che essere la finta lite che mettono in piedi al pub, durante una doppia uscita, quando volano appellativi poco signorili e una raffica di schiaffi, molti dei quali sul povero Pacey che cerca di separarle.

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Joey e Audrey in una scena della serie

La scena è alquanto esilarante, soprattutto perché le due non sono minimamente credibili e lo si evince anche dalle espressioni di Charlie (Michael Chad Murray), per il quale è stato architettato il tutto.

Una vita piena di cose inaspettate | Per sempre (Parte 2) – Ep. 6×24

Il discorso che Jen registra alla figlia Amy nell’ultima puntata di Dawson’s Creek è al tempo stesso straziante ma pieno di speranza. Speranza per un futuro al quale lei non potrà assistere. Un messaggio che arriva dritto al cuore e avvolge come un abbraccio tutti coloro che lo ascoltano. Il degno commiato da parte di una delle protagoniste della serie, negli anni cresciuta e maturata sino a vestire il ruolo di madre.

Cinema

Cannes 74 | perché la Palma d’Oro a Titane è una notizia dirompente

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È un gesto di immaginazione e coraggio (i due elementi essenziali per il cinema secondo Marco Bellocchio, premiato con la Palma alla carriera) quello che ha consegnato la Palma d’oro della 74esima edizione del Festival di Cannes al secondo lungometraggio di Julia Ducournau.

Titane non corrisponde alla banale idea che tutti, nel bene e nel male, hanno di quel premio: quella del grande film umanista diretto da un cineasta già ampiamente riconosciuto da dieci, venti o trent’anni (Nuri Bilge Ceylan, Ken Loach, Bong Joon-ho, Kore’eda, per citare esempi recenti). Julia Ducournau è una regista relativamente poco conosciuta a livello internazionale, che Thierry Frémaux ha voluto premiare inserendola in Concorso dopo l’esordio di Raw (presentato sempre a Cannes nel 2016 nella Semaine de la critique) e sulla quale il Festival ha esplicitamente scommesso.

Titane | una operazione di immagine per il Festival

Premiare un film così eccessivo e divisivo, più sorprendente che veramente compiuto, imperfetto (come ha detto la stessa Ducournau sul palco, indicando la perfezione come un vicolo cieco), è anche una grande operazione di immagine per il Festival di Cannes. La decisione della giuria rivendica vigorosamente da ora in poi una predilezione del festival francese per gli autori emergenti, dal momento che Julia Ducournau non è solo la seconda donna a ricevere la Palma dopo Jane Campion, ma anche fra i premiati più giovani (dopo Steven Soderbergh a 26 anni e Emir Kusturica a 31).

Il suo film è sempre ad un passo dalla grandezza, dal riuscire a coinvolgere davvero lo spettatore nello spettacolo dell’assurdo e dell’ironico, a spiazzarlo davvero con nuove possibilità di mutazione e manipolazione del corpo. Rende fecondo il desiderio sessuale di Crash di Cronenberg (la protagonista rimane incinta di una Cadillac) e opera un cambio di genere sulla rossa fiammeggiante Christine di Carpenter (rendendola maschile).

Che film è?

È un cinema di corpi, quello di Julia Ducournau. E così il suo Titane è innanzitutto un racconto di due corpi sofferenti che si sfiorano e si amano (quello della ballerina-killer-figlia di Agathe Rousselle e quello del bodybuilder-pompiere-papà di Vincent London). Corpi che si uniscono nella danza, danneggiati prima dal mondo e poi da chi li abita, animali che si annusano, si riconoscono, si avvicinano per affrontare meglio ciò che resta da vivere. Titanici nel senso dato da Esiodo: costretti a τιταίνειν (sforzo) e τίσις (punizione). La protagonista inizialmente usa il suo corpo per eccitare, seguendo le convenzioni della sessualizzazione del corpo femminile, ma finisce poi per dover camuffare il proprio sesso, picchiandosi per modificare i propri connotati e utilizzando crudeli sistemi meccanici per nascondere la sua gravidanza.

Si ha l’impressione, come nei film di Tsukamoto, che il corpo di ogni personaggio possa essere dilaniato, strappato, mozzato, mozzicato e stracciato con il minimo sforzo e in qualsiasi momento. È il primo Tsukamoto (adesso più interessato alla mutilazione) quello a cui guarda Ducournau, il cinema che negli anni Novanta raccontava in maniera stupefacente la mutazione della carne, il corpo come elemento generativo e transitorio, soggetto a continue trasformazioni. Titane, come già prima aveva fatto Raw, mette in scena il costante pericolo che minaccia l’integrità della pelle e degli organi attraverso tagli, invasioni chirurgiche e penetrazioni dolorose. Ma stavolta la transitorietà è totale: coinvolge ogni aspetto dell’esistenza umana (ovviamente anche il genere) e non è esclusivamente un fatto esteriore.

Divisioni in giuria

Nella medesima direzione della Palma d’oro vanno il Grand Prix a Juho Kuosmanen (al suo secondo lungometraggio dopo La vera storia di Olli Mäki, presentato anch’esso a Cannes nel 2016 in Un Certain Regard) per il suo film Hytti nro 6, fenomenale versione nordica di Prima dell’alba di Richard Linklater, e il premio per la miglior sceneggiatura al quarantaduenne Ryusuke Hamaguchi (nuovo talento del cinema giapponese, anche lui coccolato dal Festival, che gli aveva già riservato il Concorso nel 2018 per Asako I & II). Così il Premio della Giuria, che non aggiunge molto alla gloria di Apichatpong Weerasethakul, che lo aveva già ottenuto nel 2004 per Tropical Malady prima di vincere la Palma per Lo zio Boonmee, viene assegnato ex-aequo a Memoria (il film di Weerasethakul, appunto) e ad Ahed’s Knee di Nadav Lapid. Radicalismo e ricerca estetica: abbinarli è anche, per la giuria, un modo per occupare un preciso territorio cinematografico.

Allo stesso tempo, però, è evidente dal palmares che la giuria ha avuto molti contrasti e ha dovuto premiare tutto: quattro film ad ex aequo raccontano bene le divergenze che devono essere emerse in fase di valutazione. Come lo racconta bene il fatto che i due vincitori del Gran Prix siano due film narrativamente lineari (Hytti n.6 e A Hero) e i due vincitori del premio della giuria siano invece due film sperimentali (Ahed’s Knee e Memoria). Evidentemente vi erano due correnti contrastanti tra i giurati e Spike Lee così ha accontentato entrambe.

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Cinema

Cannes 74, in conversazione con Tilda Swinton: “Sono una dilettante e ne vado fiera”

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“Ho sempre avuto l’impressione che nell’arte si debba andare oltre i confini prestabiliti, trascendere le nostre esistenze, essere liberi, non limitarsi a un’età o a un genere. Si tratta di giocare. Per me recitare non è un lavoro, non ho mai studiato per diventare un’attrice e non posso definirmi una professionista. Voglio essere libera di interpretare il ruolo di una donna di 150 anni. Di un uomo. Tutto nel cinema è fantasia, anche la cosa che ci appare come più vicina alla realtà. Quando i bambini si vestono per recitare in casa, non si pongono alcun limite. E noi dobbiamo essere così. I ‘veri attori’ potrebbero negarlo per orgoglio professionale, ma io sono una dilettante e ne vado fiera”.

Con queste parole la camaleontica ed eclettica Tilda Swinton, presente a Cannes con ben cinque film in Selezione Ufficiale, ha introdotto l’incontro organizzato da Kering per il progetto Women In Motion, piattaforma d’elezione per contribuire a cambiare le mentalità e a lottare contro le disuguaglianze fra donne e uomini nel campo della cultura e delle arti.

Women in Motion | parla Tilda Swinton

“Abbiamo sempre avuto registe donne e sempre le avremo”, ha esordito l’attrice. “In passato ci sono state molte donne potenti nell’industria cinematografica, sulle quali il mio amico Mark Cousins ​​ha realizzato una bellissima serie di documentari. Ma ora dobbiamo amplificare questa situazione. Abbiamo ottenuto molto, questo va detto, ma vogliamo di più. Ci sono costumiste, sceneggiatrici, direttrici della fotografia… Quando ci preoccupiamo della mancanza di donne nell’industria, di solito pensiamo solo al numero di registe selezionate per i festival, ma dobbiamo guardare al quadro generale. Il fatto che le donne abbiano un ruolo nel mondo del cinema non è ovviamente un buon motivo per rimanere in silenzio e dire che va tutto bene. Dobbiamo cercare di amplificare questa nostra presenza. Penso che il più grande problema oggi sia quello della disparità salariale tra uomini e donne, nel campo del cinema come in altri settori. È su quello che bisognerebbe lottare adesso”.

A Cannes con cinque film, da Memoria e The Souvenir

L’attrice sarà protagonista domani della prima mondiale di Memoria, il nuovo film di Apichatpong Weerasethakul, sul quale il regista tailandese lavora da moltissimo tempo: “Non mi sento un’attrice professionista anche perché non scelgo un ruolo, ma le persone con cui lavorerò. Io amo da sempre il cinema di Apichatpong Weerasethakul ed ero nella giuria che gli ha assegnato un premio per Tropical Malady nel 2004. È in quel momento che abbiamo fatto amicizia e ci siamo detti che prima o poi avremmo realizzato un film insieme. Sono passati 16 anni ed eccoci qui. Cerco di circondarmi di nerd come me. Sono una fanatica, amo molto il cinema sperimentale ma sono affascinata dalle grandi produzioni. I primi film che ho visto sono stati Bambi Mary Poppins. Mi è sempre piaciuto conoscere i trucchi di quel mondo lì. Ricordo il primo Le cronache di Narnia, diretto da Andrew Adamson, che aveva già fatto Shrek. Era il suo primo film di quel calibro, con tutte quelle persone. E non sapeva come farlo. Anche in quel caso, quindi, non è stato diverso dal lavorare ad un film sperimentale. Solo che eravamo 1500 persone in una tenda per il pranzo. Ed è stato così anche per Costantine, di cui io e Kenau Reeves vorremmo un seguito. Mi piace molto trovarmi a lavorare con registi alle prese con qualcosa di nuovo anche per loro”.

Ma Tilda Swinton è protagonista a Cannes anche dell’atteso secondo capitolo del film The Souvenir di Joanna Hogg, una delle più sorprendenti rivelazioni dello scorso anno. “Il mio rapporto con Joanna è molto tenero”, racconta l’attrice. “La nostra amicizia risale all’infanzia, quando avevamo undici anni, molto prima dell’inizio delle nostre rispettive carriere. Si sono sviluppate passioni comuni, soprattutto per il cinema e ho persino recitato nel suo film per il diploma, in cui indossavo le stesse scarpe che ho indossato per The Souvenir – Part II. Abbiamo già un altro progetto in lavorazione per il prossimo anno di cui non posso dire molto”. Cosa aspettarsi quindi nel prossimo futuro da Tilda Swinton? “Non costruisco una carriera pensando a chi interpreterò. Io parlo, discuto, sono più ricettiva che creativa. Se penso, invece, al futuro nella mia vita privata, beh, vorrei finire di aggiustare la mia cucina e poterci finalmente cucinare”.

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Cinema

Wes Anderson | i 5 film da rivedere nell’attesa di The French Dispatch

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Il 12 luglio prossimo, The French Dispatch, il nuovo attesissimo film di Wes Anderson, sarà presentato in anteprima mondiale durante la 74esima edizione del Festival di Cannes. Come sempre, saranno tantissimi i nomi che comporranno il cast corale del film: Benicio del Toro, Frances McDormand, Jeffrey Wright, Adrien Brody, Tilda Swinton, Timothée Chalamet, Saoirse Ronan, Léa Seydoux, Owen Wilson, Mathieu Amalric, Lyna Khoudri, Bill Murray, Elisabeth Moss, Willem Dafoe, Edward Norton, Christoph Waltz e Anjelica Huston.

Nell’attesa di scoprire la sua nuova opera, che è stata descritta come un’ode al mestiere del giornalista, riscopriamo i migliori titoli della filmografia del regista.

Fantastic Mr. Fox

Il primo lungometraggio in stop motion di Wes Anderson ha confermato una cosa che evidentemente era già intuibile osservando i suoi film “dal vero”: l’animazione a passo uno è la dimensione perfetta per i suoi personaggi, rigidi nella loro fissità, ma animati da pulsioni sempre infantili ed elementari che si oppongono alla stasi. Proprio questa costante sfida tra la gabbia del proprio corpo e i sommovimenti interiori è una delle caratteristiche fondamentali della poetica di Anderson, che trova nel cinema in stop-motion, che si basa sul “non movimento” dei suoi personaggi tanto quanto sulle loro effettive azioni, la dimensione migliore.

Moonrise Kingdom

Se è vero che ogni film di Wes Anderson racconta sempre la stessa storia, cambiando però tutto ciò che ruota attorno ad essa, allora Moonrise Kingdom non può che essere considerato uno dei titoli più rappresentativi della sua intera filmografia. Il film mette in scena un amore limpido e cristallino, letteralmente indiscutibile, che non trova spazio in un mondo come sempre governato da regole “adulte” che nessuno sembra in grado di rispettare (anche gli adulti tentano comicamente di farlo, ma con scarsi risultati). Seguendo le vicende di due bambini (unici protagonisti assoluti, cosa che non accadeva da Rushmore) che si vestono da adulti e prendono ordini da adulti che invece si vestono come ragazzini, Wes Anderson va dritto al cuore del suo cinema.

Rushmore

Il secondo lungometraggio di Wes Anderson sembra fare di tutto per mettere in evidenza la sconsolante normalità dei suoi protagonisti, figure solo apparentemente atipiche e fuori da ogni canone. A differenza dell’esotismo esasperato di alcuni successivi film di Anderson, Rushmore fa costante affidamento ai tòpoi più basilari della narrazione cinematografica (l’affetto paterno, la volontà di crescere quando si è bambini e di non crescere più quando si è ormai grandi, la ricerca di una felicità che non è mai arrivata o che si è perduta). C’è tutto il cinema di Anderson che seguirà, in una composizione formale meno imbrigliante di quella a cui ci ha poi abituati.

L’isola dei cani

Il secondo film in stop-motion di Wes Anderson è forse meno inventivo e brillante di quello precedente, ma rappresenta un approdo naturale del regista nel territorio della distopia. L’ambientazione giapponese, poi, è perfetta per i suoi personaggi che cercano sempre di trattenere i propri sentimenti e mostrarsi rigorosi anche nelle occasioni in cui non è richiesto (quello che generalmente pensiamo noi occidentali del popolo giapponese). Esprimere anche l’emozione più semplice è sempre una impresa per i personaggi di Wes Anderson, che invece cercano rifugio nelle regole, nelle tradizioni e nei rituali (che rappresentano una costrizione, ma allo stesso tempo anche un conforto).

The Grand Budapest Hotel

Non a caso il film che ha decretato definitivamente il successo mondiale di Wes Anderson arriva dopo Fantastic Mr. Fox. The Grand Budapest Hotel sembra essere in tutto e per tutto un film pensato per l’animazione (quella televisiva degli anni ‘60 e ‘70), dalle svolte narrative velocissime ai vestiti dei protagonisti, che indossano quasi sempre divise che da sole basterebbero a caratterizzarli (il carcerato, il concierge, i cattivi vestiti di nero).

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