Dal 17 giugno nelle sale italiane con Lucky Red, Ricchi… da morire – Delitti in famiglia è la nuova commedia con Glen Powell. L’attore statunitense, di recente su tutte le copertine dei magazine per via della sua love story con la collega Michelle Randolph (1923, Landman), torna sul grande schermo con un altro personaggio brillante e perfetto per lui.
Giocando sul fascino e sul carisma che lo ha sempre contraddistinto, sin dalle sue primissime performance – si è fatto notare nel cast della serie Scream Queens – Powell tiene sulle spalle la pellicola diretta da John Patton Ford, con Margaret Qualley a fargli da “spalla”.
I due sono sicuramente tra i giovani attori più in voga degli ultimi anni, grazie ai numerosi titoli che li vedono protagonisti. Da Top Gun: Maverick a Scream 7, i due rappresentano alla grande la nuova Hollywood, solleticando non poco la curiosità e l’entusiasmo dei fan con le loro apparizioni pubbliche.
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia | Quando i legami di parentela sono una vera maledizione
Becket Redfellow (Glen Powell) è rinchiuso in carcere in attesa che venga eseguita la condanna a morte. Prima però che questo avvenga chiede la consulenza di un prete, per confessare i suoi peccati – e soprattutto dichiarare la sua “innocenza”.
Accusato di omicidio, l’uomo ha alle spalle una vita piena di difficoltà e di scelte immorali, ma a suo giudizio necessarie. I genitori di Becket erano molto innamorati, ma la loro storia non era abbastanza ben vista dalle rispettive famiglia. Quando la mamma rimase incinta di lui, le cose precipitarono, facendola escludere una volta per tutte dagli affari familiari.

Ma l’eredità – e si parla di una notevolissima eredità – gli spetta di diritto, almeno dopo la dipartita di tutti coloro che vengono prima di lui. Becket è cresciuto solo insieme alla mamma, che non gli ha mai fatto mancare nulla e che lo ha sempre supportato, ricordandogli quanto valesse e che tipo di futuro gli si prospettasse davanti.
Peccato che la vita non va sempre secondo i piani o le speranze, soprattutto se la povertà caratterizza grande parte della propria esistenza. L’unica che sembra averlo sempre capito (e accettato) è Julia Steinway, con cui ha instaurato un rapporto importante sin dall’infanzia, sebbene poi si siano persi. Il giorno in cui la donna (Margaret Qualley) riappare sulla scena, Becket capirà il da farsi.
Una commedia nera dal ritmo infallibile
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia è la classica commedia nera, il cui punto di forza sono ovviamente le dinamiche tra i personaggi. In questo caso, Becket è colui che guida il punto di vista: la voce fuori campo – un tantinello invasiva – ci accompagna sin dai primi minuti all’interno delle sue rocambolesche vicende. La simpatia e il savoir faire del personaggio spingono il pubblico a essere dalla sua parte, seguendo in maniera divertita (e molto poco morale) le sue azioni.
Il ritmo della pellicola viene così definito da questa serie di “incidenti”, utili ad avvicinare sempre più il protagonista alla sua meta. Ma, come immaginabile, ogni azione ha una sua conseguenza, e spesso gli esiti sono imprevedibili. Becket decide di mettersi in gioco e di rischiare il tutto per tutto, sebbene non si senta esattamente quel tipo di uomo. Diventando un vero e proprio macchinatore, finisce per essere risucchiato in qualcosa che va oltre le sue possibilità.

Agatha Christie sulle tracce del lieto fine
Al suo secondo lungometraggio, John Patton Ford prende ispirazione dal film del 1949 di Robert Hamer, Sangue blu, e realizza un divertissement d’altri tempi. L’ambientazione classica e a tratti aristocratica fa pensare ad Agatha Christie, con misteri e assassini prevedibili, ma non per questo meno intriganti.
Il pubblico scopre poco alla volta le tessere del puzzle, tentando di anticipare o intuire le mosse del protagonista, di cui si ammira il sangue freddo e che, alla fine, non puà che suscitare un po’ di tenerezza.
Tra gli elementi più apprezzabili del progetto, va senza dubbio considerato il finale, forse l’unica piccola vera sorpresa della storia. Nonostante la surrealtà raccontata, un barlume di realismo spunta all’improvviso, a sottolineare l’importanza della cosiddetta zona grigia, e di quel confine tra giusto e sbagliato che, forse, non è sempre il caso di oltrepassare.


