Tutti i “no” dei big di Sanremo 2026 a Carlo Conti, dagli assenti annunciati ai cantanti che hanno rifiutato, e come le case discografiche hanno influenzato la scelta dei concorrenti.
Sanremo 2026 è appena iniziato e già da qualche tempo si parla degli esclusi eccellenti. Il direttore artistico Carlo Conti ha annunciato i Big in gara in ritardo rispetto alla data prefissata per rispetto delle commemorazioni dedicate a Ornella Vanoni.
Dietro il rinvio, però, secondo diverse indiscrezioni, ci sarebbero anche i tanti rifiuti incassati dal Direttore Artistico prima dell’inizio del festival. Tra i grandi nomi che hanno detto no e gli artisti che hanno preferito restare fuori dalla competizione, la lista è lunga e sorprendente.
I big di Sanremo 2026 che avrebbero detto no a Carlo Conti
Secondo le indiscrezioni, tra i rifiuti più pesanti ci sarebbero quelli di Alex Britti, Elisa, Annalisa, Tananai e Carmen Consoli. Tre nomi di primo piano che avrebbero potuto garantire forte richiamo pop e qualità autoriale.
Anche il fronte rap sembra aver mostrato scarso entusiasmo: Anna Pepe non sarà in gara, mentre Ernia avrebbe dichiarato senza mezzi termini di non sentire la necessità di partecipare al Festival.
Tra i giovani più amati, Alfa avrebbe declinato l’invito per timore di un’eccessiva esposizione mediatica, sulla scia di quanto accaduto a Sangiovanni e Angelina Mango, che dopo il boom sanremese hanno dovuto rallentare per gestire la pressione.
Gli artisti che hanno scelto di non partecipare
L’elenco degli esclusi comprende anche Anna Tatangelo, Emma, Noemi, Irama, Tedua, Benji & Fede e i Pooh, che avrebbero preferito sfilarsi dalla gara per proporsi come super ospiti.
Anche alcuni cantautori storici come Fabrizio Moro, Sergio Cammariere ed Enrico Ruggeri avrebbero deciso di non partecipare, ritenendo che il Festival oggi premi più lo spettacolo che la musica in senso stretto.
Il “piano B” di Carlo Conti: mai successo prima
Dopo questa sfilza di rifiuti, Carlo Conti avrebbe deciso di correre ai ripari con una mossa inedita: aumentare il numero dei Big in gara da 26 a 30. Una scelta mai adottata prima in questi termini, pensata per venire incontro alle case discografiche e garantire un cast più ampio e variegato.
L’idea sarebbe quella di bilanciare l’assenza dei grandi nomi con artisti emergenti o meno quotati, ma con forte potenziale mediatico e bisogno di visibilità. Una strategia che potrebbe cambiare gli equilibri della competizione e aprire spazio a nuove sorprese.

Il peso delle case discografiche a Sanremo
La discussione sulla selezione degli artisti a Sanremo va ben oltre i social. Le grandi case discografiche, spiegano esperti del settore, esercitano un’influenza decisiva sulle scelte del Festival.
Enrico Molteni, fondatore dell’etichetta indipendente La Tempesta Dischi, dichiara a Lumsanews: “A Sanremo non c’è spazio per gli artisti indipendenti. Il palcoscenico è completamente nelle mani dei soggetti più potenti dell’industria”.
Negli ultimi tre anni, solo quattro cantanti a edizione sono stati presentati da etichette minori o indipendenti, mentre Warner, Sony e Universal controllano gran parte del cast. Secondo Molteni, “Sanremo è distante anni luce dalla musica viva, rappresenta un sistema chiuso che parla soprattutto a se stesso”.
Il fenomeno non si limita alla scelta degli artisti. Come ha dichiarato Povia, vincitore del Festival 2006 con Vorrei avere il becco, “Il peso maggiore delle major si traduce in pressione su direttori artistici, tv e radio per far entrare i loro cantanti. È una forma di bullismo che non premia sempre il merito”.
D’altro canto, la realtà è che la maggior parte dei grandi nomi italiani ha un contratto con una major, rendendo più probabile la loro partecipazione all’Ariston. Il duo Jalisse ha detto: “Una major che gestisce un artista di punta permette alla produzione di fare trattative. Ti porto un grande nome e tu prendi dieci artisti che scelgo io. È uno scambio che avviene anche nei live”.
Secondo loro, questo meccanismo contribuisce a un’eccessiva concentrazione di potere, limitando la visibilità di nuovi talenti. La questione non riguarda solo le etichette più potenti. Un’inchiesta de Il Sole 24 Ore ha evidenziato che nella scorsa edizione del Festival solo 11 autori avevano firmato il 66,6% delle canzoni.
L’indagine ha persino portato a un esposto al Codacons per chiedere chiarimenti all’Antitrust. Carlo Conti ha precisato di non essere stato consapevole di questa concentrazione e che le sue decisioni non sono state influenzate.


