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The Sandman | la recensione dei primi due episodi della serie su Netflix

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È proprio il caso di dirlo, The Sandman è un sogno! Netflix ha davvero fatto centro con questa serie fantasy nata dalla penna dello scrittore fantasy Neil Gaiman e diretta dallo stesso insieme a David S. Goyer e Allan Heinberg. Rilasciata oggi sulla piattaforma, la serie ha visto Netflix acquistare i diritti dei fumetti nel 2019, in accordo con la Warner Bros.

I dieci episodi che compongono la prima stagione della dark serie presente sulla nota piattaforma streaming, vedono l’attore Tom Sturridge, interpretare magnificamente il ruolo di Sogno. Le atmosfere gotiche perfettamente amalgamate alla storia tratta dai fumetti e alle caratteristiche principali dei protagonisti, contribuiscono a rendere The Sandman, una delle serie migliori dell’anno. Attesa da tempo, a partire dai primi due episodi è possibili riscontrare una grande attenzione nella sceneggiatura e nell’accurato lavoro svolto in post-produzione. Curioso e interessante è quanto il mondo reale e onirico di The Sandman, celi al suo interno curiosità molto interessanti.

Una tra le tante, un omaggio (nascosto) allo scrittore Stephen King, mostrando una delle guardie intenta a leggere uno dei suoi romanzi, mentre dovrebbe sorvegliare Sogno. Tempo fa, King venne chiamato a scrivere alcuni pensieri nell’introduzione di uno dei volumi e in merito a Sandman dichiarò: “Storie grandiose e noi tutti siamo fortunati a possederle”.

Le origini del mito di Sandman

Pubblicata dalla DC Comics, nella sezione Vertigo, tra il 1988 e 1996, la serie è composta da 75 albi, la graphic novel successivamente è stata riunita in altrettanti 10 volumi, incentrati sul protagonista Sogno. Ovvero, la rappresentazione in versione “umana” di colui che conosciamo con nomi quali Morfeo, il Plasmatore e tanti altri. Sogno è uno dei sette Eterni che rappresentano gli aspetti dell’esistenza di ogni essere umano: Morte, Distruzione, Desiderio, Destino, Disperazione, Sogno e Incubo.

Figlio di Ipno, Fantaso insieme a Morfeo e Fobetore, fanno parte dei tre Oniri, il cui dono è quello di governare i sogni. Se Fobetore, rappresenta la parte negativa e oscura del sogno, Fantaso è colui che mostra i sogni in maniera menzognera, senza mai dire la verità. Morfeo è invece il più potente e modellatore del Sonno. A lui bastava sfiorava le palpebre dei dormienti con dei papaveri per far apparire la fisionomia della persona desiderata.

A rendere speciali e potenti gli Eterni è la particolare caratteristica di riuscirsi a nutrire dei sentimenti e delle passioni provate dagli esseri umani. Sogno nel caso specifico, si ciba di tutte le manifestazioni oniriche, lasciandosi contaminare da ciò che provano gli umani, a causa della stretta convivenza nel loro mondo. Ben presto passa dall’essere un Dio freddo a un Dio passionale che cresce e soffre. La sua dimora è il Regno del Sogno – che lui stesso ha creato – popolata dalle menti dei sognatori. Il suo ‘ migliore amico ‘ è un Corvo (prima era un umano), pronto a proteggerlo contro tutto e tutti.

La ricorrenza di utilizzare la stessa iniziale per i nomi. Oltre al caso del cucciolo di gargoyle, con la lettera ‘G’, è curioso constatare che tutti e sette gli Eterni, nella versione inglese, abbiano la medesima iniziale “D”. Caratteristica persa con la traduzione nella nostra lingua. Tra i personaggi di ‘contorno’ nella storia di questo mito, c’è il bibliotecario reale Lucienne, il cui compito è quello di raccoglie tutti i libri sognati dalle persone o che hanno sognato di scrivere e che non si sono mai concretizzati.

The Sandman: Primo Episodio | Il Sonno dei Giusti

Il mondo è diviso tra il Mondo della Veglia (ovvero della vita reale) e il Mondo dei Sogni, compresi gli Incubi. Sogno appare come un ragazzo longilineo, dalla carnagione chiarissima, profondi occhi azzurri e folti capelli neri. Il suo look dark, viene completato da Tre Oggetti fondamentali per la sua esistenza: un sacchetto di sabbia, un elmo e un rubino.

Per cercare di fermare Grande Incubo, reo di uccidere i sognatori nel mondo reale, Sogno si trova a essere evocato dal dottore Roderick Burgess, noto come Magus, capo dell’Ordine degli Antichi Misteri. Dopo la morte del primogenito Randall, lo Stregone, insieme al dottor Hathaway, invocherà erroneamente Sogno, invece di Morte, grazie al libro degli incantesimi Grimorio della Maddalena. La proposta di rendergli ciò che possa rendere unico un essere umano (ricchezza, eterna giovinezza, potere) in cambio della libertà, porta Sogno a restare imprigionato per anni. Posto all’interno di un cerchio magico e di una sfera, il piccolo Alex, figlio di Burgess si mostrerà l’unico a provare un po’ di pietà per quel ragazzo dai doni speciali.

L’arrivo di Incubo nella tenuta, spinge Magus a prendere delle precauzioni per non dormire in sua presenza, portando i presenti ad assumere una pasticca, usata dai soldati durante la guerra, chiamata “marcia forzata”. Questa lunga assenza di Sogno nella mente delle persone, porta delle conseguenze inaudite, portando le persone a dormire senza svegliarsi, a vivere in uno stato di sonnambulismo oppure in uno stato di tortura, nella quale le persone non riescono a dormire.

Dieci anni dopo, la cattura di Sogno, ormai Burgess ha tutto ciò di cui ha bisogno, compreso una bellissima e giovanissima compagna, tale Ethel Cripps. L’incontro con la donna mescolerà tutte le carte in tavola, portandola a scappare con i Tre Oggetti di Sogno e portando Burgess a scontrarsi violentemente con Alex, a un passo dal voler liberare il ragazzo nella sfera trasparente.

Un altro salto temporale, porta lo spettatore nuovamente nei sotterranei della Villa Burgess, con un Alex ormai invecchiato e stanco di vedere Sogno ancora nella sfera, senza reagire. Finalmente è arrivato il momento del Re dei Sogni di riprendere in mano la sua vita e quella dell’intera umanità, a un passo dal collasso data la sua assenza per quasi un secolo.

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The Sandman: Secondo Episodio | Anfitrioni Inadeguati

Il ritorno nel Regno di Sogni, porta Sandman a fare i conti con una nuova vita, nella quale l’unica certezza è rappresentata dalla presenza della bibliotecaria reale, Lucienne. Sarà lei a mostrargli cosa è rimasto del suo Palazzo Reale e dei suoi sudditi, scappati a cercarlo o spinti da un profondo senso di delusione nei suoi confronti. Per cercare di ritrovare i Tre Oggetti, Sogno sarà costretto a rivolgersi alle Tre Moire. Trovandosi privo di poteri eccezionali, sarà costretto ad andare a trovare Caino e Abele per prendere qualcosa creato da lui e che possa aiutarlo a ricompensare le Moire, note per essere molto costose.

Riuscito nella missione di presentarsi di fronte a loro, le tre donne risponderanno – come da prassi – in maniera enigmatica, fornendo un nome a Sogno: Johanna Costantine. Intanto, nel Mondo della Veglia, la mediatrice di opere d’arte, Ethel viene raggiunta da Incubo, con l’intento di riappropriarsi degli oggetti di Sogno, per cercare di fermarlo nuovamente. Sfortunatamente per lui, Ethel confermerà di non avere più gli strumenti di Sogno, compreso il rubino finito nelle mani del figlio, John.

Il mio amore più grande?! Il cinema. Passione che ho voluto approfondire all’università, conseguendo la laurea magistrale in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale a Salerno. I miei registi preferiti: Stanley Kubrick, Quentin Tarantino e Mario Monicelli. I film di Ferzan Ozpetek e le serie tv turche sono il mio punto debole.

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Del Toro e il suo Pinocchio disobbediente | la recensione del film da oggi su Netflix

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Del Toro e il suo Pinocchio disobbediente | la recensione del film da oggi su Netflix
4.5 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Quello di Guillermo Del Toro è il secondo film di Pinocchio in un anno, dopo quello di Zemeckis. Entrambi film da “piattaforma”, destinati quindi a essere visti anche su schermi di medie, piccole e piccolissime dimensioni. Se però Zemeckis faceva del suo adattamento, coerentemente con il proprio cinema, un invito ad accettare il digitale persino nelle sue forme più posticce, a riconoscerne la maggiore appetibilità rispetto al reale (con l’immagine scatologica del personaggio in cgi che osserva gli escrementi fumanti, ancora più nauseante se vista su schermo cinematografico), quello di Del Toro e Mark Gustafson (già animatore di Fantastic Mr. Fox) è invece il risultato di uno sforzo che vuole a tutti i costi far percepire allo spettatore il lavoro umano e manuale compiuto sulla materia, rendere evidente il meccanismo della stop-motion anche nell’immagine digitale rimpicciolita e riprodotta su dispositivi tascabili.

Pinocchio secondo Guillermo Del Toro

Il suo Pinocchio non è brand deambulante come quello Disney, aggiornabile alle nuove sensibilità ma mai davvero rivoluzionabile, bensì nuovo-ennesimo personaggio di quella personalissima trilogia su infanzia e guerra cominciata con La Spina del Diavolo e proseguita poi con Il Labirinto del Fauno. Del Toro firma così un adattamento alluvionato e fosco, in linea con l’intuizione collodiana di un Pinocchio che non è fantolino miracoloso, ma esempio di nascita temeraria. «Il mondo gli si rivela nella nottataccia di lampi e tuoni, nella neve, nella fame, nell’attentato del fuoco, nella miseria che è miseria davvero», scriveva Manganelli nel suo “libro parallelo” al testo originale. Come altre figure magiche del mondo di Del Toro, anche Pinocchio è nato in uno scoscendimento del mondo, accerchiato dalla sventura, assistito da tremuli e ambigui affetti. D’altronde, è fin dall’esordio con Cronos (1993) che nel cinema dell’autore messicano si possono trovare “tracce mnestiche” del capolavoro di Collodi, personaggi modellati su quelli del celebre romanzo, a cominciare proprio dall’antiquario Jesús Gris, che conteneva già in sé alcuni tratti di Geppetto.

A differenza del ceppo di legno che nel libro arriva al vecchio falegname Ciliegia, il cui «esserci» non è motivato, non essendo mai stato acquistato, trovato o recapitato, il legno da cui origina il Pinocchio di Del Toro è un legno fuoriuscito dal terreno del dolore e del lutto, cresciuto nelle stagioni e poi abbattuto con la consapevolezza di volerlo trasformare in qualcos’altro. Ma non è un atto d’amore quello che sottintende la creazione di Pinocchio, bensì un impeto di rabbia, un delirio di frustrazione e depressione. Il burattino diventa il simulacro del figlio che Geppetto ha perso sotto i bombardamenti, la bara di legno che contiene solo idealmente un corpo che non è più lì. Un oggetto magico già predisposto al fallimento della missione per cui è stato evocato. Pinocchio non riesce a “rimpiazzare” Carlo, a essere dolce e disciplinato come lui, a rimediare con la sua presenza alla disgrazia che ha strappato via un ragazzo dalle braccia del proprio padre. Nella versione del racconto di Del Toro non è il “figlio” che deve imparare a ricevere e accogliere l’amore soverchiante del proprio “papà”, ma è Geppetto che deve aprirsi alla possibilità di amare Pinocchio per quello che è e non per quello che vorrebbe che fosse.

La disobbedienza come valore

Pinocchio è sempre stata una figura della disobbedienza e anche in questo caso disattende, senza alcuna presa di coscienza, ma spinto solo da un impulso alla vita, i consigli del padre, abbandona la scuola, rifiuta cioè l’idea di diventare il cittadino modello di cui il regime fascista ha bisogno (e il nascente Stato italiano ai tempi di Collodi). Rivela fin da subito una malcelata insofferenza alle leggi e rifiuta sprezzante il controllo di qualsiasi autorità, che sia quella genitoriale, ecclesiastica o governativa.

Molte volte fuggirà Pinocchio nel suo inquieto itinerario e fin dal momento della sua creazione, nel saltellare come una lepre nella casa di Geppetto e nel mettere a soqquadro tutte quelle cose di cui non conosce ancora nome e funzione, si configura la sua prima fuga precipitosa, nella quale può subito sperimentare la sua selvatica velocità in un mondo di cacciatori e padroni. Nella prima versione del racconto di Collodi, all’obbedienza Pinocchio finiva per preferire persino l’impiccagione, quasi anticipando quella in croce di Giovanni Stracci ne La ricotta di Pasolini, che doveva morire “per ricordare a tutti di essere vivo”. Nel film di Del Toro avviene l’inverso: potendo Pinocchio morire e rinascere continuamente, ogni viaggio nell’aldilà gli ricorda la precarietà e la finitezza della vita altrui.

Del Toro recupera molte delle idee di Carlo Collodi, scrittore anticlericale, utilizzando come spesso accade nel suo cinema la guerra come sfondo grigio sul quale si stagliano e si rendono visibili le contraddizioni dell’uomo «che fonda ospedali e nello stesso tempo studia armi sempre più micidiali, usa il cloroformio par anestetizzare e poi inventa mine e mitragliatrici, costruisce protesi artificiali ma anche cannoni che tagliano via di netto le gambe» (come scriveva Rossana Dedola commentando proprio alcuni lavori minori di Lorenzini).

Idee e ideologie

Se nel romanzo originale la mancanza totale di parrocchie e parroci rendeva evidente l’irrilevanza della tradizione religiosa ai fini della formazione personale e del percorso di iniziazione del bambino verso l’età adulta, nel film di Del Toro la presenza della chiesa rappresenta un ulteriore potere da sbeffeggiare e deridere, mettendone a nudo tutte le iprocrisie (Pinocchio non vede nessuna differenza tra lui, deriso e osteggiato da chi lo considera un “demonio”, e quel Cristo in croce che tutti venerano, fatto del suo stesso materiale).

Tutto si gioca sulla differenza tra idea e ideologia: la prima è ciò che si “intaglia” e si crea dall’esperienza, dalla compassione, dalla comprensione di ciò che ci circonda, la seconda è invece qualcosa di già dato, a cui bisogna obbedire senza farsi troppe domande. Il messaggio di questo nuovo adattamento è, nonostante tutte le divagazioni e le licenze che si prende, quello del testo di riferimento: divenire ciò che si è non significa seguire ciecamente e fideisticamente un percorso già noto, ma attraversare e comprendere, come fa Pinocchio, la più radicale alterità. Solo grazie a un lungo e avventuroso itinerario di eventi, incontri, intoppi inattesi che gli fanno conoscere ciò che non è, Pinocchio potrà finalmente comprendere il mistero della propria esistenza.

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Il Mio Nome È Vendetta | la recensione dell’action movie con Alessandro Gassmann

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L’ultimo mese del 2022 sta offrendo dei titoli molti interessanti da visionare nel catalogo Netflix. A poche settimane dal successo mondiale della serie Mercoledì di Tim Burton, è giunto il momento di parlare di un action movie italiano dalle tinte rosso sangue e non solo. Stiamo parlando del film Il Mio Nome È Vendetta diretto da Cosimo Gomez e interpretato da Alessandro Gassmann, Ginevra Francesconi e Remo Girone.

Uscito il 30 novembre su Netflix, sarà sicuramente motivo di dibattito tra chi odia e chi ama i film incentrati su storie di vendetta e di giustizia…privata. Se volete vedere il trailer, cliccate nel player al centro dell’articolo.

Il Mio Nome È Vendetta | La trama ufficiale

L’adolescente Sofia (Ginevra Francesconi) è una giovane promessa dell’hockey sul ghiaccio. Figlia amatissima dai genitori, dopo aver vinto una partita importante, si troverà con il padre Santo a dover riscuotere il premio pattuito precedentemente. Tenendo fede a una promessa fatta tempo prima, Santo (Alessandro Gassmann) decide di dedicare del tempo con la ragazza, facendola guidare in maniera spericolata per i boschi. Nonostante la sua apparente severità, l’uomo non riesce a dire di ‘no’ alla sua amata Sofia, tanto da acconsentire a ogni sua richiesta. O meglio, a quasi tutte: poter scattare una foto a Santo e magari condividerla sui social. Ignorando il motivo di questo divieto assoluto, Sofia decide di scattarne una di nascosto e di pubblicarla sul suo profilo Instagram.

Da questo semplice e ‘banale’ gesto di ribellione, si scatenerà una escalation di eventi cadenzati da sangue, violenza, morte e terrore che andrà a colpire la famiglia di Santo. Da questo momento in poi, la vita di Sofia verrà stravolta per sempre. A portarla sull’orlo della disperazione, aver scoperto la vera identità del padre. Vent’anni prima era stato il colpevole della morte del figlio prediletto del capo clan Don Angelo (Remo Girone). Subito dopo aver commesso il brutale omicidio, braccato dagli uomini del boss, Santo decide di far perdere le sue tracce e iniziare a vivere una vita tranquilla in Trentino. Era convinto che il tempo delle risse e delle armi era solo un ricordo del passato, o meglio, così credeva.

Di conseguenza, Sofia si troverà a dover fare i conti con situazioni pericolose più grandi di lei e per nulla adatte a una ragazza della sua età. Per cercare di salvare la vita di entrambi, Santo sarà costretto a far crescere improvvisamente la figlia, insegnandole a difendersi da sola, a non potersi permettere il lusso di avere paura, ma a mostrarsi fredda e spietata.

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Il Mio Nome È Vendetta | La Recensione del film con Alessandro Gassmann

Questo action movie ‘made in Italy’ sarà sicuramente oggetto di dibattiti tra chi lo difenderà e chi lo demonizzerà. Ci sarà chi non perderà occasione per dire che trame del genere sono state già affrontate in film americani di successo. E chi – come me – troverà il modo di spezzare diverse lance a suo favore.

A tal proposito vorrei iniziare subito ponendo diversi quesiti provocatori. Perché una storia come quella mostrata nel film di Cosimo Gomez, solo se portata sul grande schermo da noti divi di Hollywood risulta credibile? Per quale ragione, non lo si riesce a considerare alla stessa maniera? Negli ultimi anni, ci sono stati proposti film e sequel, incentrati sempre sulle stesse colonne portanti quali: identità nascoste, morte, violenza e soprattutto vendetta. Ma nonostante tutto, questo film che merita di essere visto – dopo vi spiego i motivi – viene stigmatizzato per aver utilizzato una storia trita e ritrita e con le criminalità organizzate immischiate.

Gomez è riuscito a equilibrare le scene d’azione con quelle più emotive, rendendo Il Mio Nome È Vendetta, particolarmente scorrevole. In perfetta sintonia, la coppia formata da Alessandro Gassmann e Ginevra Francesconi portando davanti alla macchina da presa, un rapporto padre-figlia credibile e toccante. Valore aggiunto è la fisicità e l’espressività mostrata dal buon Gassmann, calato perfettamente nel personaggio di Santo. Un uomo rimasto per vent’anni in un Paradiso abitato solo dalla moglie e dalla figlia e che all’improvviso si ritrova in un limbo, la cui unica missione è di spedire all’Inferno, il suo grande nemico: Don Angelo.

Azione, adrenalina ma non solo…

Al di là delle scene d’azione, la sceneggiatura scritta a sei mani, è stata arricchita anche da tematiche più intime e sentimentali. Il concetto di paternità, che viene messo in discussione tra ciò che Santo era in passato e ciò che sarà costretto a fare, lo porterà a dover fare i conti con la propria coscienza. Successivamente, l’importanza e necessità di dire sempre la verità, si scontra con i sensi di colpa che albergano nell’animo dei protagonisti per ragioni differenti ma ugualmente gravi.

Un altro aspetto che rende interessante questo thriller italiano, sta nella difficoltà dello spettatore, di capire su ciò che è giusto e cosa è sbagliato. Se tutti sono convinti nel pensiero base che la violenza non è mai la scelta migliore da prendere, vedere il cambiamento caratteriale di Sofia, porterà il pubblico a mettere tutto in discussione. Uccidere o essere uccisi, questa è legge. Questa citazione – tratta da Il richiamo della foresta, il libro preferito di Santo – rappresenta il cuore del film. Tanto da diventare l’unica regola che Sofia dovrà tenere a mente per sempre.

La serietà con la quale Santo si trova suo malgrado a dover allenare la figlia, si scontra violentemente con le lezione di scuola guida della domenica pomeriggio. Un momento padre-figlia che ormai appartiene al passato. Spiegarle il modo migliore per colpire qualcuno con un coltello, porta la ragazza ad accettare l’idea che da quel momento in poi, dovrà seguire le orme del genitore per sopravvivere. Oltre alla presenza imponente di Alessandro Gassmann, una menzione speciale spetta alla sua partner femminile, Ginevra Francesconi, per aver saputo interpretare il ruolo di Sofia a cavallo tra una timida giocatrice di hockey e una piccola vendicatrice, determinata a portare avanti la sua vendetta.

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The Crown | 5 curiosità linguistiche sull’inglese reale presenti nella serie

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Se c’è una serie della piattaforma targata Netflix, ad essere particolarmente attesa è sicuramente The Crown. Giunta alla quinta stagione, il prodotto seriale è ancora una volta incentrato sulla vita dell’indimenticabile Regina Elisabetta II scomparsa lo scorso 8 settembre.

I nuovi episodi disponibili per tutti gli abbonati a partire dal 9 novembre, tratteranno alcuni momenti fondamentali del suo Regno: l’incoronazione, i viaggi nel Commonwealth, gli scandali che hanno coinvolto la famiglia reale, le relazioni con Winston Churchill e Margaret Thatcher, gli incontri con icone del Novecento come il Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy.

In occasione di questo lieto evento, l’applicazione Preply, nota per essere particolarmente apprezzata per chi studia le lingue, ha voluto stilare dei termini moderni, che verrebbero banditi se si appartenesse alla famiglia reale inglese. Scopriamo insieme quali sono le 5 curiosità riscontrate nell’inglese reale presente nella serie The Crown.

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Le particolarità dell’inglese reale

Sebbene oggi le differenze non siano più spiccate come in passato, quando il ceto medio parlava il cockney, l’inglese “popolare”, la lingua dei sovrani britannici presentava alcune singolarità rispetto a quella utilizzata per le vie di Londra e nel resto del Regno Unito.

Per esempio, Elisabetta II era solita ringraziare dicendo thenk you _e non _thank you, con un accento che le sue interpreti in The Crown (Claire Foy, Olivia Colman, Imelda Staunton) hanno dovuto apprendere. Inoltre ci sono particolarità lessicali: per nobili e reali britannici, il divano è sofa e non couch; mentre lo spazio all’aperto di una residenza si dice terrace e non patio, è bene fare un’altra differenziazione. Ovvero il termine garden con cui si intende il giardino, viene inteso come parco di una tenuta.

Francesismi banditi a Buckingham Palace

Secoli di conflitti tra Francia e Regno Unito, hanno tramandato una curiosa eredità linguistica all’inglese reale: l’avversione verso tutti i francesismi. Per questo motivo, a Buckingham Palace, per domandare dei servizi non si utilizza la parola toilette, ma lavatory; inoltre si parla di scent e non di perfume per indicare un buon profumo; infine, quando si vuole chiedere scusa, il termine da usare è sorry e non pardon.

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Imparare le frasi very British

L’educazione formale dei britannici è famosa nel mondo e la lingua inglese è piena di espressioni polite, soprattutto quando a parlare sono i membri della famiglia reale. Si tratta di frasi piuttosto antiquate, di cui The Crown è una vera riserva, soprattutto nelle puntate della prima e seconda stagione ambientate negli anni Sessanta e Settanta. Un esempio è il termine shambles, che indica una situazione di totale caos e disordine oppure twit, sinonimo di persona sciocca o frivola.

The Crown insegna l’inglese britannico

Guardare The Crown è il modo ideale per imparare l’inglese britannico e le principali differenze con il più noto American di Hollywood o con l’Australian. Risulta facile apprendere alcune di queste discrepanze, rispettivamente, nella puntata in cui la Regina incontra i Kennedy o negli episodi dei viaggi reali nel Commonwealth. In americano, per esempio, quasi tutte le parole britanniche che contengono il gruppo -our diventano -or (colour/color) mentre quelle che finiscono in -ise si trasformano in -ize (realise/realize).

Inoltre ci sono differenze lessicali: da inglese ad americano, autumn diventa fall e trouserssi trasforma in pants. L’australiano, invece, è più conservativo nella pronuncia ma presenta diverse variazioni lessicali: il britannico afternoon diventa arvo, bread si dice damper, lavatory diviene loo.

Solo il 3% dei britannici usa l’inglese della Corona

Si stima che in tutto il Regno Unito appena il 3% della popolazione usi il Queen’s English, altrimenti detto “inglese della BBC” perché lingua tradizionalmente parlata nel celebre canale radiotelevisivo britannico. Oggi non solo la BBC afferma di assumere persone con accenti
differenti tra loro, ma la stessa famiglia reale tende a modernizzare il proprio inglese per rendersi più accessibile ai sudditi. Del resto l’inglese è una lingua in rapida evoluzione, che ogni giorno si contamina sempre di più e assorbe influenze da tutto il mondo.

The Crown | Che cos’è Preply?

Preply è una piattaforma per studiare le lingue online. Grazie a questo sistema, ogni persona avrà modo di rivolgersi a più di 32.000 insegnanti per 50 lingue. Sarà il matching tra studente e insegnante, a decidere l’accoppiata vincente. Il docente selezionato è in grado di creare piani di lezioni personalizzati sulla base del budget, della disponibilità e delle conoscenze pregresse dello studente.

Preply è stata fondata nel 2012 da Kirill Bigai, Serge Lukyanov e Dmytro Voloshyn, tutti e tre di origini ucraine. Oggi l’azienda ha sede negli Stati Uniti ma conta oltre 400 dipendenti di 58 diverse nazionalità in 30 paesi tra Europa, USA, Africa, Asia e America Latina.

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