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Venezia °70: The Canyons, la conferenza stampa

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Abbiamo seguito in occasione della 70° edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia la conferenza stampa dell’irriverente nuovo film di Paul Schrader: The Canyons. Scritto da Bret Easton Ellis e interpretato da James Deen e Lindsay Lohan The Canyons racconta senza sconti la tragica storia di sesso, droga e rock and roll di Tara (Lindsay Lohan) e Christian (James Deen), uniti dalla passione, ma divisi dalla incomunicabilità contemporanea dei social network. Potete trovare qui sotto le domande poste dalla stampa internazionale a Paul Schrader, James Deen e Bret Easton Ellis.

Questo film è un’ incredibile miscela di talenti diversi. Come è stato lavorare con Bret Easton Ellis?

Paul Schrader: Io e Bret siamo ad una generazione di distanza. Bret era fan del mio American Gigolò ed io ero fan dei suoi testi. Volevo lavorare con lui ed un giorno gli ho suggerito di scrivere qualcosa per me, così è nato The Canyons, un film noir su piccola scala.

Schermata 2013-08-30 alle 18.56.54Come è stato prendere parte a questo film?

James Deen: Girando questo The Canyons ho finalmente avuto la possibilità di conoscere il mio personaggio. Solitamente i film per adulti non sviluppano il personaggio ma sono solo una sequenza infinita di scene erotiche. Mi ha reso molto felice interpretare per una volta un personaggio vero.

American Gigolò era un film a budget molto alto mentre questo The Canyons ha un budget pari quasi a zero. Come è stato lavorare con un budget così basso?

Paul Schrader: Mentre ideavamo il film con Bret ci chiedevamo: saremo in grado di realizzarlo veramente? Alla fine siamo riusciti nella impresa e questo ci ha riempito di orgoglio. Non avevamo denaro, mezzi, abiti ma è stato entusiasmante e divertente creare un’opera a budget zero.

Bret Easton Ellis: In molti film si può lavorare come scrittore ma si tende a rimanere sempre estranei al progetto. Qui invece le cose sono andate in modo diverso. Nel 2012 ho iniziato a scrivere la sceneggiatura e il punto essenziale era che non ci dovevano essere estranei coinvolti. Il film aveva un budget di soli 150.000 dollari e avevamo bisogno di un regista veterano per ottenere un ottimo risultato come The Canyons.

Schermata 2013-08-30 alle 18.57.05Come è stata la performance di Lindsay Lohan? E qual è stata la migliore scena girata da lei?

Paul Schrader: Lindsay è una attrice fantastica, temeraria, senza paura ma assolutamente vera. Lei non finge sul set, quindi per divenire come il suo personaggio deve proprio trasformarsi in quello che vediamo sul grande schermo. La mia scena preferita girata da Lindsay è certamente quella in cui il suo personaggio inizia a coprire Christian.

Per quale motivo avete scelto di ambientare il film a Los Angeles?

Bret Easton Ellis: Ho scelto questa città perché ero proprio a Los Angeles quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura. La mia intenzione era quella di creare un nuovo tipo di noir ma la storia poteva essere ambientata in qualsiasi luogo del mondo del cinema. Il film riguarda le persone e i personaggi, non la città.

Perché ha scelto come nome d’arte James Deen? Quale è stato il suo tragitto personale?

Schermata 2013-08-30 alle 18.57.42James Deen: James Deen è stato il mio soprannome per molto tempo e poi non sapevo proprio che nome d’arte scegliere. Senza contare che nei film porno sono sempre stato solo una astrazione della storia, qui no. Ci sono immagini in The Canyons che possono essere considerate esplicite ma non sono mai girate con l’intenzione di eccitare lo spettatore, molti film arrivano a questo livello di sensualità pur non essendo pornografici. The Canyons ha una motivazione diversa anche nelle sue immagini più assurde. Inoltre il mio è stato un viaggio istruttivo, ho visto entrambe le industrie cinematografiche e ho constatato che entrambe hanno persone orribili e persone meravigliose. Ovviamente lavorare con Bret e Paul è stato completamente diverso da quello che avevo precedentemente provato su un set.

Si aspettava delle risate dal pubblico in sala quando ha scritto il film?

Bret Easton Ellis: Quando ho scritto The Canyons volevo evidenziare il carattere fittizio dei personaggi, l’oscurità e la luce che li circondano. Effettivamente dei momenti e dei dialoghi possono suscitare delle sensazioni diverse ma credo di essere riuscito a realizzare quello che volevo. Volevamo descrivere persone diverse, personaggi intrappolati con caratteri umani ma privi di emozioni. Abbiamo cercato di fare qualcosa di diverso e non importa se questo ha suscitato prese in giro. The Canyons era ed è un esperimento. E’ stato attaccato, criticato, descritto come terribile, paragonato a Wolverine, ma credo non sia stato capito.

E’ finito il cinema delle sale cinematografiche?

Paul Schrader: Il cinema ovviamente non scomparirà, ma i film avranno un posto diverso. Purtroppo questa era sta arrivando a compimento.

Classe 1988, nato con l'idea del cinema come momento magico, cresciuto con la prassi di vedere (almeno) un film a sera, abituato a digerire qualsiasi tipo di opera (commedia, splatter, dramma, horror) sin dai primissimi anni di età, propenso a scavare nei meandri più nascosti per trovare sconosciute opere horror da torcersi le budella... appassionato, commerciale, anti-commerciale, romantico, seriofilo, burtoniano...disponibile davanti e dietro le quinte e disposto per tutti voi ad intervistare le più grandi celebrità italiane e internazionali... questo è Carlo Andriani ovvero: IO.

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Cinema

RFF13: Il mistero della casa del tempo, conferenza stampa

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Bella come poche attrici al mondo, Cate Blanchett vincitrice per ben due volte del premio Oscar, questa volta si è cimentata in una commedia fantasy per ragazzi dal titolo Il mistero della casa del tempo diretto da Eli Roth. La Blanchett è Mrs. Zimmerman e presenta un look sempre fine ed elegante con capelli grigi sfumati con il viola, ricorda sotto alcuni punti di vista, il personaggio di Mary Poppins. Il film è tratto dal romanzo di John Bellairs, un classico dell’infanzia che in tempi non sospetti, la Blanchett aveva letto quando era bambina. Durante la conferenza stampa incentrata sulla proiezione de Il mistero della casa del tempo, la bellissima attrice ha parlato anche di esperienze personali molto interessanti.

Cosa ha pensato quando ha letto per la prima volta la sceneggiatura?

C’è da dire che ero molto ansiosa di lavorare con un regista come Eli Roth, data la mia passione per il genere horror. Ad incuriosirmi è stato il fatto che questa storia di magia ma ambientata nel mondo reale, era destinata in particolar modo ad un pubblico di ragazzi. Per tanto il film, non doveva avere contenuti troppo pesanti né provocatori, bensì doveva contenere un messaggio giusto: nella vita possiamo cambiare tutto quello che non ci piace, che sia a scuola o all’ università.

Nel film c’è una frase che viene ripetuta spesso: “la magia è dentro di te”. Lei come intende questo concetto legato alla magia interiore? Cosa e quanto ama questo genere di film?

Di questo genere mi piacciono le scenografie e i costumi. Nel film mi piace vedere come la magia riesca ad entrare in azione nel mondo reale. Un mondo che viene trasformato in qualcosa di migliore, proprio attraverso la magia. In questo film, la magia è da intendersi come una metafora del cambiamento, come una necessità dell’evoluzione, di cambiare opinione.

Quando si trova a girare un film sente il dovere di lanciare un messaggio importante ai giovani e in primis ai propri bambini?

Secondo me c’è un messaggio positivo rivolto ai giovani e alle loro famiglie. Non bisogna lasciarsi condizionare dalle etichette che spesso vengono date in luoghi come le scuole e le università. Questo non è un film pesante, non ci sono sermoni destinati ai ragazzi. Ci sono solo tre personaggi stravaganti che attraverso l’utilizzo della magia rendono tutto più incantevole.

 

Lei è madre di quattro figli, una dei quali è stata adottata. Quanto ha messo della sua vita privata in questo film, visto che c’è una storia che parla di adozione?

Il film parli di tre persone rimaste in orfane perché Jonathan se n’è andato di casa. Il mio personaggio ha perso il marito e la propria figlia nello sterminio nazista. Alla fine, si cerca di creare una nuova famiglia con i cocci rotti delle precedenti. Le famiglie si formano in tanti modi, è sempre stato, anche se non sempre viene accettato. Per quanto riguarda la mia vita privata, non c’è alcuna differenza tra l’amore che nutro per mia figlia adottiva e i miei tre figli biologici.

Nel film viene citato l’aggettivo “indomito”. È un termine che sente vicino alla sua persona, magari legato al suo successo?

I fallimenti hanno un valore importantissimo nella vita di un essere umano, perché attraverso questi passi falsi si costruisce il proprio successo. Per quanto mi riguarda, sono stati proprio gli insuccessi che ho avuto nel corso della mia carriera a rendermi “indomita”.

In questo film la magia è la protagonista. Se potesse avere un super potere, quale vorrebbe?

“Bella domanda. Vorrei tanto avere quel potere che faccia andare tutti a votare, in particolar modo i giovani. Le elezioni sono lo strumento democratico di un Paese e  possono avere conseguenze importanti su tutto il mondo”.

 

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Cinema

Il vizio della speranza, la recensione del film

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La maniera migliore per riassumere l’ultimo film di Edoardo De Angelis è citando la frase iniziale: “Anche la speranza è un vizio che nessuno riesce mai a togliersi completamente” dello scrittore italiano di origine ucraine Giorgio Scerbanenco. Il regista napoletano arrivato al successo negli ultimi anni, grazie a pellicole come Mozzarella Stories, Perez e l’acclamato Indivisibili, durante la seconda giornata della tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma ha presentato il film Il vizio della speranza.

Ambientato a Castel Volturno, la totale assenza di civiltà in luoghi che sembrano abbandonati da Dio e la presenza di persone poco raccomandabili, rappresentano il contesto nel quale si svolge la storia di Maria (Pina Turco). Bella ragazza, la classica “scugnizza” napoletana dai lunghi capelli neri, è l’unica persona responsabile di una famiglia disastrata. Maria è costretta a  vivere con la madre Alba (Cristina Donadio) una donna  depressa e totalmente assente con quello che le accade intorno, ed una sorella – parassita Ramona (Mariangela Robustelli), la quale non si preoccupa minimamente di contribuire alle spese, lasciando tutto in mano alla sorella. Maria è rispettata dagli uomini e dalle donne del posto, perché lavora per la matrona del posto, che gestisce un giro di prostituzione, Zì MArì (MarinaConfalone). Il suo ruolo è quello di portare con una barchetta le ragazze rimaste incinte, per risolvere la situazione: abortire o partorire la creatura che hanno in grembo, consapevoli che subito dopo il parto, il proprio bambino verrà venduto ad altre persone.
La vita di Maria improvvisamente subisce uno shock inaspettato, quando scopre di essere incinta. A quel punto, la speranza sarà la sua unica ancora di salvezza.

L’elemento della religiosità è talmente presente, da poter essere considerato come un personaggio. In primo luogo, la scelta di dare dei nomi sinonimo di cristianità e purezza, alle prostitute, come Hope (Speranza), Virgin (Vergine) e Blessing (Benedizione). Il connubio delinquenza e religiosità è presente anche in questo film, evidenziato dalla presenza di un crocifisso in tutti gli ambienti, come le case, un’edicola semi distrutta e la tristemente nota stanzetta degli interventi riparatori. La ciliegina sulla torta è la casa di Zì Marì, nota per essere un’assidua consumatrice dieroina per evadere da una realtà che la sta soffocando. All’interno della sua abitazione non mancano iconografie religiose, compresa una statua enorme della Madonna ben illuminata. Il simbolo per antonomasia della purezza inserita nella casa di colei che sfrutta il corpo di donne disperate, costringendole ad abortire o vendere il proprio figlio.

Un’altra relazione molto interessante è il legame tra uomo ed animale. Il cane di Maria, chiamato Cane, è una cagnolina pitbull, dolcissima, che segue la sua padrona ovunque ed è pronta a difenderla da tutto e da tutti. Un ulteriore accento, merita la correlazione tra Maria e un cavallo nero bellissimo rinchiuso in un recinto che era solito accarezzare quando portava le ragazze ad abortire. Nel momento in cui Maria decide di prendere in mano la propria vita, accettando di correre il rischio di non sopravvivere al parto, a causa di alcune problematiche pregresse, decide di dare una via di fuga anche al cavallo, magari verso un destino migliore.
La speranza di Maria riesce a concretizzarsi quando incontra Carlo Pengue (Massimiliano Rossi), un bravo uomo accusato – ingiustamente – di aver compiuto un atto vile, ai danni di una bambina “speciale” , il giorno della sua prima comunione. A condannarlo fu il fatto di averla salvata con la sua rete da pesca e per questo motivo, in un posto dove regnano l’ignoranza e la necessità di trovare a tutti i costi un colpevole, fu costretto ad un esilio forzato, perdendo l’unica fonte di guadagno: le giostre.

Sebbene la storia sia totalmente al femminile, incentrata su una storia dedicata alla caparbietà, all’amore che solo una donna che sta per diventare mamma può provare, è davvero difficile non trovare delle similitudini con il film  Dogman di Matteo Garrone. Alcuni elementi riscontrabili all’interno de Il vizio della speranza, può essere la scelta di una location molto simile a quella della periferia di Roma, nella quale vive il protagonista Marcello. Un altro punto in comune è il rapporto di simbiosi tra il Canaro (Marcello Fonte) – un uomo insospettabile che si trova a spacciare cocaina – e il proprio cane; ed infine la voglia di riscattarsi e di creare un futuro migliore per amore della figlia. Queste considerazioni, da ritenersi puramente di commento, non vanno ad intaccare il grande e raffinato lavoro di sceneggiatura effettuato da Edoardo De Angelis e da Umberto Contarello.

Come è accaduto negli altri film di De Angelis, la musica continua a ricoprire un ruolo fondamentale, confermato dal sodalizio artistico con il grande Enzo Avitabile. La sua musica, le sue canzoni contengono delle strofe simili a dei versi poetici in lingua napoletana. Nonostante l’uso del dialetto partenopeo, certe frasi riescono ad arrivare al cuore di tutti gli spettatori, sopratutto durante i momenti di silenzio.

In conclusione, tra le tante battute citate dall’attrice Pina Turco, una in particolar può essere di aiuto a tutte quelle donne che vivono realmente, la storia raccontata da De Angelis: “Una mamma non è solo chi fa i bambini. Una mamma è anche quella che li vuole.”

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Cinema

RFF13: Il vizio della speranza, conferenza stampa

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Un film giustamente etichettato come “femminile” . Il nuovo film di Edoardo De Angelis è dedicato alle donne, alla forza che hanno quando tutto ciò che le circonda, sembra schiacciarle al pavimento e lasciarle morire, senza avere la possibilità di reagire. Il vizio della speranza oltre ad essere il titolo della sua pellicola, è anche un modo efficace per descrivere il vizio, il pensiero fisso che la protagonista Maria mostra nei 97 minuti. Presenti alla conferenza stampa il regista Edoardo De Angelis, con i produttori Pierpaolo Verga, Attilio De Razza e il distributore Giampaolo Letta, lo sceneggiatore Umberto Contarello, il compositore Enzo Avitabile e il cast composto da Pina Turco, Cristina Donadio,  Marina Confalone, Massimiliano Rossi.

Come è nata l’idea del film?

Edoardo De Angelis: Il centro del film è uno: vince chi resiste all’inverno, chi decide di fare qualcosa per cambiare il proprio destino. Chi si ribella all’imperativo “servire” e decide di usare la parola “agire” per uscirne fuori.

Solitamente quando fai i tuoi film, sembra che racconti sempre la solita realtà dura e feroce. In questo caso però c’e qualcosa in più, ci sono diversi registri innovativi come tenerezza, dolcezza. Come fai a mostrare sempre qualcosa di diverso?

Edoardo De Angelis: La tentazione di rifare qualcosa che mi è venuta bene, è tanta. Ma avere nella propria vita, una moglie e un produttore folli, non mi consente di andare verso la comodità. Mi spingono sempre a sperimentare, a battere nuove strade. Questo è doveroso per chi racconta storie, usando nuove forme di linguaggio.

Come è stato lavorare con un regista come Edoardo De Angelis?

Enzo Avitabile: Lavorare con un regista come Edoardo è stato molto facile, perché con lui è un piacere collaborare. Gli elementi di cui abbiamo tenuto conto nella composizione delle musiche e delle canzoni sono tre. Il primo è il modo di dire “I‘ ccà ce sent”, creando composizioni adatte al momento raccontato. Il secondo è la musica come esigenza dell’anima, senza aver alcun tipo di limitazioni. Il terzo è stato avere dei temi senza un vestito fisso, lasciare che la musica fosse un elemento di racconto durante il film, nei momenti di silenzio, rispondendo alle frasi “I’ song” e “I‘ sacce”.

Il vizio della speranza è uno dei vizi più belli che si possa avere. Inizialmente non è una cosa che appartiene a Maria, ma tutto cambia quando c’e un motivo per il quale combattere, per la quale sperare in un futuro migliore. Come ti sei rapportata a questo personaggio e tu, in prima persona, sei una persona che spera?

Pina Turco: La speranza ha dentro di se il seme della fiducia, della fede, serve per scrivere il proprio destino. La nascita di un bambino è la cosa più bella che possa accadere nella vita di un essere umano, sopratutto quando si è una donna. Per quanto riguarda la speranza e la mia persona, posso dire che quando ho accettato di fare questo film, mio marito non era convinto fossi pronta per interpretare un ruolo così complesso, per questo motivo dimostrargli che invece si stava sbagliando, è diventato il mio vizio della speranza.

Come hai fatto ad interpretare un personaggio così spietato?

Marina Confalone: Solitamente, sono abituata a lavorare sempre da sola. Ma ho capito che per poter interpretare nel migliore dei modi il ruolo spietato di Marì, era necessario l’aiuto di Edoardo. In particolar modo, sono stata molto a contatto con Pina, così da creare un rapporto più complice, in un set nel quale è stato bellissimo lavorare, in totale armonia.

Come è stato scrivere la sceneggiatura di un film totalmente al femminile e solo con tre uomini?

Umberto Contarello: Edoardo ha fatto una cosa molto difficile. Volevamo fare un film lirico ma immerso in un mondo nemico della lirica. Il film è nato da un’idea esplicitamente cristiana. Vedendo il film, mi è sembrato lampante l’associazione con l’andamento di una parabola. Per poter parlare di attualità si deve attingere al mondo arcaico. In questo film, viene sfatato il concetto che i bambini si fanno solo in relazione al luogo nel quale si fanno.

Quando hai interpretato il ruolo di Chanel in Gomorra ti sei ispirata ad una donna boss della periferia di Napoli, invece per il ruolo di Alba, da chi hai tratto ispirazione?

Cristina Donadio: Alba, la mamma di Maria è una donna affetta da una catatonia esistenziale. Lei non si rende conto di quello che la figlia sta vivendo e patendo. Sostanzialmente è stato fatto un lavoro di sottrazione nel caratterizzare Alba.

Il personaggio di Carlo Pengue è molto interessante. Come ti sei rapportato a questo ruolo?

Massimiliano Rossi: Ogni volta che mi trovo a lavorare con Edoardo, i personaggi che mi vengono assegnati mi sembrano sempre sconosciuti. Sono concreti solo in forma di pensiero, ma restano comunque inarrivabili. Solitamente, a causa del mio aspetto, vengo preso per interpretare ruolo da cattivo, ma forse per la prima volta, mi trovo nel ruolo di un bravo uomo, esiliato ingiustamente. Carlo Pengue è un essere umano, forse l’unico del film. Uno degli aspetti più belli è il legame tra Carlo e Maria, presente all’inizio e alla fine del film.

 

 

 

 

 

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