Dovete farvene una ragione, sono italiano. Sono uno di voi e ho persino il passaporto“. Ha esordito così Willem Dafoe, ospite del Lucca Film Festival 2017 assieme alla moglie, la regista italiana Giada Colagrande. Il celebre attore statunitense ha presentato ieri in anteprima nazionale Quando un padre, con protagonista Gerard Butler, ma domani sarà al fianco della sua consorte per la prima di Padre, in cui è parte di un curioso cast che include anche Franco Battiato. “È un film fatto in casa”, ha spiegato Dafoe. “Giada è anche la protagonista e la persona che ha co-scritto la sceneggiatura è in realtà un medico. Franco Battiato, che non è chiaramente un attore, recita nel film insieme a nostri amici e conoscenti. Quindi ho cercato di uniformarmi a questo strano contesto. Non volevo puzzare di attore”.

Il legame che lo lega da ormai dodici anni alla Colagrande lo ha portato a conoscere meglio il nostro Paese, di cui ormai si sente un vero e proprio abitante. “Forse non diventerò mai italiano, perché non sono nato qua, ma voglio comunque provarci. È come quando cerchi di interpretare un personaggio, non sai mai se potrai diventarlo davvero ma hai l’intenzione di compiere questo salto“.

Dafoe però non si è tirato indietro dal criticare una lunga tradizione tutta italiana (ed europea) che da sempre anima i dibattiti tra cinefili, quella del doppiaggio. “Io so che in Italia avete questa usanza del doppiaggio, ma secondo me è una cosa che dovete abbandonare. Quando sento il termine di doppiatore mi vengono i brividi. Il doppiaggio ammazza il cinema“. Nei circa sessanta minuti di conversazione con il pubblico lucchese, Willem Dafoe ha anche parlato dei numerosi registi con cui ha avuto occasione di lavorare. “Gran parte delle mie scelte per i ruoli le baso proprio su questa mia attrazione nei confronti dei registi. Io lavoro per servire loro, ascolto quello che loro vogliono e così divento la loro creatura“.

Cimino? Mi ha licenziato perché stavo ridendo alla barzelletta di una tecnico durante una prova luci. Fino a quel momento era stata una esperienza interessante“, ha scherzato l’attore. “Con Paul Schrader ho lavorato più volte ed è un formalista. Durante la mia prima esperienza, sul set di Nightsleeper, non mi rivolgeva mai la parola e io cominciai a preoccuparmi. Andai da lui e chiesi quale fosse il problema. Mi rispose: Non ho molto da dire, sta andando tutto bene. Anche con Walter Hill mi sono divertito molto. In Streets of fire lui voleva girare un film che contenesse tutte le sue passioni da giovane spettatore: dai baci sotto la pioggia alle motociclette. Una prova davvero entusiasmante è stato però quella con Scorsese. Interpretavo Gesù e dovevo liberarmi di quella grande responsabilità per farlo nella maniera corretta e coerente con la visione del regista“.

Willem Dafoe ha infine parlato del suo lavoro di attore cinematografico, spiegando la sua volontà di far uscire la “persona” piuttosto che il professionista. “C’è una concezione errata del ruolo dell’attore come interprete, io mi vedo più come un tuttofare. Non credo inoltre sia possibile dare una buona interpretazione in un brutto film, perché un attore è sempre al servizio del progetto. Puoi fare cose audaci, ma diventa un puro esercizio di stile. È invece possibile il contrario, ovvero dare una brutta interpretazione in un bel film. Non ho modelli, ma ci sono attori e attrici per cui penso valga la pena pagare il biglietto. Una di queste è certamente Isabelle Huppert“.