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Cinema

Brad Pitt e l’Oscar | Un amore impossibile

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Il protagonista più importante della sua generazione. Un attore personaggio fenomenale intrappolato nel corpo di una celebrità di Hollywood. Un interprete sinonimo di celebrità che non ha mai ottenuto il dovuto. Comunque pensi a Brad Pitt, è innegabile che sia un attore che si è ampiamente guadagnato la sua incredibile carriera. Ci ha spesso stupito sul grande schermo e ha raccolto i frutti del suo lavoro come attore e produttore. Ma non tutti i riconoscimenti.

Pitt ha ricevuto un Oscar per la produzione di 12 anni schiavo, vincitore come miglior film del 2014, ma è tornato a casa a mani vuote tutte le volte che è stato nominato come attore. Ma la sua recente nomination come miglior attore non protagonista, per C’era una volta…a Hollywood! potrebbe cambiare finalmente le cose. Nel film di Tarantino egli veste i panni di uno dei personaggi più complessi dell’anno. Appare cool senza sforzo mentre è accattivante e discutibile allo stesso tempo. La sua interpretazione di Cliff Booth dà vita al personaggio con uno stile classico di Tarantino e alcune sfumature minori. È un’impresa incredibile per cui è pronto a vincere l’Oscar come miglior attore non protagonista.

In attesa della notte degli Oscar 2020 ripassiamo tutte le mancate vittorie e mancate nomination di Brad Pitt.

Leggi anche: I 10 migliori ruoli di Brad Pitt

Brad Pitt C'era una volta a Hollywood!

Brad Pitt in C’era una volta a Hollywood!

L’Esercito delle 12 Scimmie: Miglior Attore Non Protagonista

Bruce Willis potrebbe sembrare la star di questo film, ma l’eccentrica performance di Brad Pitt nei panni di uno psicopatico, è il ruolo di spicco del film di Terry Gilliam. La sua interpretazione di Jeffrey Goines è stata inaspettata e virtuosa. Ogni contrazione e balbuzie, ogni gesto e ogni dettaglio ostentato sono perfettamente misurati per trovare l’equilibrio tra gli eccessi e i dettagli coerenti con il personaggio. Ci sono momenti in cui Pitt è praticamente irriconoscibile mentre scompare nel ruolo. È stato almeno nominato per questo film, ma non ha avuto altre soddisfazioni.

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Brad Pitt in L’Esercito delle 12 Scimmie

Seven: Miglior Attore

Pitt haofferto una delle migliori esibizioni della sua carriera come il detective David Mills in Seven e non ha nemmeno ottenuto una nomination. Egli guida in ogni secondo il film di David Fincher, vendendo l’ingenuità del personaggio nel modo più umano possibile. Il suo crescendo di performance brillantemente realizzata con un finale indimenticabile è da crepacuore quando assiste alla terribile tragedia nel finale e si lascia trasportare dal nichilismo infuocato del film.

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Brad Pitt e Morgan Freeman in Seven

Fight Club: Miglior Attore Non Protagonista

Nei panni di Tyler Durden Pitt sa come manipolare la sua immagine da ragazzino e renderla qualcosa di inquietante.  Deforma la sua percezione come l’apice della mascolinità per esporre la tossicità di un simile personaggio. Essere assolutamente distrutti assicura che i nostri occhi siano incollati a lui, ma anche completamente vestito è enigmaticamente affascinante. Come nel caso di L’Esercito delle 12 Scimmie, Pitt mostra la sua capacità di vendere un personaggio indifferente, ma qui c’è un forte senso di anarchia senza scopo che rende una performance ancora più minacciosa. Tyler Durden è un personaggio infernale da vendere e Pitt lo fa magistralmente. È una testimonianza del suo lavoro nel film che Tyler può leggere in modo diverso ad ogni rewatch.

L’Assassinio di Jesse James: Miglior Attore

Non c’è dubbio che Pitt avrebbe dovuto almeno essere nominato per L’assassinio di Jesse James di Robert Ford. Questa svista è irrispettosa nei confronti di una delle esibizioni più ingegnose della sua carriera. Come molti dei migliori ruoli di Pitt, la sua interpretazione dell’omonimo fuorilegge è abilmente realizzata attorno al suo personaggio da protagonista e al suo status più che reale. Mentre la tradizione di Jesse James incombe, Pitt trova le sfumature e i momenti dell’umanità nella figura iconica ed è brillantemente risoluto nel farlo. È imponente e deciso senza essere freddo. I dettagli minori si fanno strada sia nella narrazione che nel suo personaggio centrale. La sua interpretazione discreta e sottilmente sbalorditiva è stata facilmente trascurata, ma ciò non lo rende meno sorprendente.

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Brad Pitt in L’Assassinio di Jesse James

Il curioso Caso di Benjamin Button: Miglior Attore

Questo ha segnato solo la seconda volta che Pitt è stato nominato per una categoria di recitazione, ma ancora una volta l’Academy non ha riconosciuto il lavoro fatto. Nell’epico testamento di Fincher sul significato trovato in una vita vissuta in circostanze particolari, il lavoro di Pitt è ineguagliato e straordinariamente in sintonia con un personaggio che avrebbe dovuto essere una sfida incredibile per l’attore. In Il curioso caso di Benjamin Button, Pitt interpreta l’omonimo protagonista inverso con destrezza e perspicacia. Imprime la meraviglia della giovinezza nel Benjamin più anziano, mentre ordina con attenzione i suoi movimenti in modo da essere in linea con le lotte per vivere in un corpo più vecchio di lui. Interpretare un personaggio nel corso degli anni può essere scoraggiante da solo, ma Pitt ha affrontato sfide senza precedenti come attore ed è stato anche qui all’altezza dell’occasione. Potrebbe non aver vinto l’Oscar, ma si è distinto per aver portato il film di Fincher ad alti livelli al fianco di Cate Blanchett.

Burn After Reading: Miglior attore non protagonista

Nei panni di Chad, Pitt è esilarante nella commedia nera dei fratelli Coen. Il suo tempo sullo schermo è relativamente breve, ma eccelle in ogni occasione per essere stupidamente accattivante e confuso. Questo non è il tipo di performance che tende ad attirare la considerazione dei premi, ma una nomination o nessuna nomination, nulla può togliere alle capacità di Pitt.

moneyball Pitt

Brad Pitt in Moneyball

Moneyball: Miglior Attore

La terza nomination all’Oscar per la recitazione di Pitt è arrivata con il suo ritratto del direttore generale di Oakland A Billy Beane in Moneyball di Bennett Miller. Come prevedibile, Pitt è profondamente consapevole di come regalare momenti di umorismo attraverso gesti sottili come lo sputare un cappuccio della penna. Ma ciò che eleva il suo lavoro è quanto meravigliosamente vissuta e realistica sia la sua esibizione. Pitt dà l’impressione che la mente di Billy stia sempre facendo gli straordinari, che cerchi sempre in silenzio di vedere il quadro completo, che stia affrontando i suoi limiti. Questa performance, insieme al brillante lavoro di Pitt dello stesso anno in The Tree of Life, è un vero segno della sua maturità come attore.

I suoi anni più giovani si sono prestati alla sua capacità di interpretare personaggi maniacali, ma negli ultimi anni egli ha mostrato una comprensione di come infondere saggezza e prospettiva nelle sue interpretazioni di personaggi che hanno vissuto abbastanza a lungo da provare il senno di poi, ma lo fa senza fare affidamento sul sentimentalismo facile. Come con Jesse James e Benjamin Button, Pitt trasmette una sicurezza nel suo personaggio che è incredibilmente affascinante.

Ad Astra: Miglior Attore

Quest’anno l’attenzione della stagione dei premi è giustamente rivolta al lavoro di Pitt in C’era una volta…a Hollywood, ma ciò non dovrebbe mettere in ombra la sua interpretazione genialmente sbalorditiva in Ad Astra. Pitt è perfettamente in sintonia con il film di James Gray e offre una performance impressionante come un astronauta che mette in discussione le aspirazioni e le fonti di conflitto ereditate dal padre assente. Questa è una performance che si basa su un interrogatorio personale sulla mascolinità.

Richiede una profonda comprensione dei gesti sfumati ma performativi di qualcuno intento a mantenere il proprio io interiore nascosto da tutti coloro che lo circondano. Era altamente improbabile che Pitt avrebbe ottenuto una nomination per questo film, ma Ad Astra ha avuto un ruolo inestimabile nel suo incredibile anno passato, e merita di essere ricordato come una delle sue più grandi interpretazioni.

Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

Cinema

The Black Phone | la recensione dell’audace horror con Ethan Hawke

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The Black Phone | la recensione dell’audace horror con Ethan Hawke
3.6 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Il nuovo lavoro di Scott Derrickson sembra il collaudo di un horror che ha bisogno che i suoi meccanismi girino un po’ a vuoto prima di poter mettere in moto la macchina. The Black Phone è infatti un film che rimanda costantemente l’esplosione di violenza, in cui le uccisioni avvengono prevalentemente fuori campo, negate allo sguardo dello spettatore tramite dissolvenze che sembrano indicare delle prove di accensione smorzate sul nascere. Pur attingendo a piene mani dal microcosmo convenzionale di Stephen King (il racconto che ispira il film è firmato da suo figlio Joe Hill), frequentato da bambini costretti a diventare adulti prima del tempo, genitori inetti e clown terrificanti con i loro palloncini, lo stesso l’horror di Derrickson sembra una versione cadaverica di quel tipo di racconto, un affascinante quanto spiazzante Stand By Me dall’oltretomba. Quella che arriva a chi guarda è solo l’eco di quel cinema anni Ottanta a cui il film chiaramente si ispira: una voce lontana e inquietante che proviene da un mondo che non c’è più e che è diventato inevitabilmente terreno di fantasmi e presenze invisibili. The Black Phone annulla così l’effetto nostalgia, trasla le classiche meccaniche di It o dei Goonies nel regno degli inferi e le disincarna dal corpo cinematografico che le reggeva.

Come uno degli impalpabili aiutanti suggerisce al giovane protagonista, che si trova rinchiuso in un seminterrato dopo essere stato rapito da un predatore di bambini: «Se non giochi, non può vincere». Ed è questo il consiglio che lo stesso Derrickson segue per il suo film, sempre reticente nel rispettare le regole che il genere imporrebbe e refrattario ad ogni spinta che vorrebbe ricondurlo nel campo d’azione più tradizionale. La lurida prigione sotterranea in cui è relegato Finney è solo il “riflesso del male” di ciò che avviene quotidianamente a livello della strada: se la realtà scolastica e cittadina emerge come un contesto durissimo, in cui bisogna essere pronti a sferrare e a incassare pugni, in cui è necessario avere le nocche sporche di sangue per essere rispettati, dallo scantinato si può invece scappare solo grazie alla solidarietà tra coetanei che hanno condiviso un comune destino di abusi. Un’idea mutuata dal cinema di Guillermo Del Toro, in cui il senso di fratellanza che gli esseri umani, specialmente i bambini, riscoprono dopo essere passati dall’altro lato, prevale su ogni contrasto esistente in vita (e d’altronde già ne La spina del diavolo il piccolo Carlos veniva aiutato da un ragazzino fantasma nel suo tentativo di fuga e sopravvivenza).

Allo stesso tempo, però, The Black Phone sembra anche essere un compendio di tutta la principale produzione Blumhouse fino a questo momento: le maschere de La notte del giudizio, la grana delle immagini in Super 8 ad indicare un presagio funesto come in Sinister, la complicità tra fratello e sorella già messa in scena con Oculus. Quello di Derrickson, come lo stesso antiquato telefono che dà il nome al suo film, è quindi un mezzo di comunicazione tra diversi piani narrativi e cinematografici: sopra e sotto, vecchio e nuovo, aldilà e mondo dei vivi. La guida del passato serve ad orientarsi correttamente nel presente, ma i vecchi modelli sarebbero solo un mucchio di cadaveri in assenza di un corpo “giovane” in grado di farli camminare su gambe nuove.

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Cinema

Elvis | il mito rivive in uno straordinario film a sua “dismisura”

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Elvis | il mito rivive in uno straordinario film a sua “dismisura”
4 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Ci sono persone che hanno sconfitto la storiografia e sono sfuggite alla ritrattistica diventando inafferrabili, non più oggetto di biografia ma di mitologia, ovvero di una forma di racconto che ha lo scopo di spiegare solo approssimativamente e con grande fantasia fenomeni dalle sconosciute e insondabili (almeno razionalmente) origini. Marylin Monroe (che avrà le sembianze di Ana de Armas nel prossimo biopic di Andrew Dominik per Netflix) o Elvis Presley, ad esempio. Confrontarsi con queste figure vuol dire necessariamente misurarsi con un’immagine irreplicabile: saldamente fissata nella mente e nei ricordi, già alla base di una propria sterminata iconografia, di un suo mondo inesauribile di copie, ripetizioni, variazioni, parodie, al punto che non è più davvero possibile tornare nuovamente all’originale per offrire una rappresentazione che non sia inevitabilmente l’ultima mano di colore sulle infinite passate di vernice che si sono accumulate.

Questo è forse un problema per i film biografici, ma senza dubbio anche un’occasione imperdibile per reinventarsi, per scuotere la palma da cocco di un genere cinematografico ancora troppo ancorato ai logori schemi di ascesa-caduta. Il nuovo film di Baz Luhrmann è così, molto intelligentemente, un anti Walk the Line: inventa un’altra forma disinteressandosi esplicitamente della psicologia della rockstar tormentata, del suo ego, delle sue ansie, ma invece rivendicando una genuina fascinazione per il miracolo della sua perfezione, per l’eccellenza umana che si impone in maniera disinvolta e, allo stesso tempo, incomprensibile. Come un accadimento che non permette riflessioni o disquisizioni sulle proprie cause.

Elvis | un biopic affascinato dal miracolo della perfezione

Non c’è la possibilità di capire perché Elvis sia Elvis o come lo sia diventato nel tempo: è perfetto senza aver fatto (apparentemente) nulla per raggiungere quello status e la sua perfezione non ha bisogno di ulteriori indagini perché in grado di giustificarsi esclusivamente attraverso la propria esibizione. Il che è abbastanza paradossale in un film che ha come attore principale qualcuno – Austin Butler – che perfetto non lo è affatto, riuscendo a somigliare al re del rock and roll non più di qualsiasi altro doppelgänger di Las Vegas. Eppure Luhrmann, ostinatamente, finge di non vedere l’impossibilità di un’emulazione credibile e costruisce la sua opera attorno all’idea di una superiorità manifesta, sulla base della quale vengono sabotati tutti gli schemi che negli ultimi anni sono stati pedissequamente seguiti da questo genere di film, a cominciare dalla questione del “talento”, non più frutto di ossessione, dedizione e allenamento costante, ma invece trattato come un dato acquisito dalla attribuzione quasi miracolosa.

Il ruolo di Tom Hanks

In tutto questo, lo sguardo dello spettatore finisce per coincidere con quello di Tom Parker, manager mefistofelico che vuole a tutti i costi possedere e imbrigliare quella forza della natura che si dispiega davanti a lui. Elvis viene spremuto fino all’ultima goccia da questo colonnello-antieroe che non riesce a staccargli gli occhi di dosso e che costantemente lo guarda attraverso feritoie e fessure, quasi in segreto e con aria ambigua, come se lo scrutasse per capire come faccia, per rubare il segreto di quel talento. Esattamente come il pubblico del film. Tom Hanks, truccatissimo e reso irriconoscibile, se non per la linea degli occhi, si aggira sulla scena come un demone, con il bastone da villain e lo sguardo meschino di chi brama di possedere quel corpo in costante agitazione per farne uno scettro del potere. I muscoli e le ossa attraverso i quali passa questo miracolo non sembrano però mai in grado di controllarlo, di deciderlo: il genio musicale, vocale e soprattutto fisico del cantante sembra imporsi su di lui. I suoi fianchi prendono il sopravvento sul palco senza che lui possa fare alcunché, se non accettare di essere il veicolo di una rivoluzione sessuale (prima americana e poi planetaria) che passa per il suo corpo.

È impossibile, dopo aver visto questo film, pensare ad un altro regista diverso da Luhrmann per mettere in scena la vita di Elvis. I suoi leggendari eccessi, ma anche e soprattutto il suo spiccato gusto per la finzione e l’artificio, si rivelano fondamentali in una storia il cui soggetto non poteva essere banalmente la carriera di un uomo, ma l’apparizione di un Dio tra la gente comune, di un messia che utilizza la musica come rito sacro che mette in contatto le persone con qualcosa di superiore (come nella splendida sequenza in cui le immagini dei suoi show si sovrappongono alle messe gospel a cui assisteva da piccolo) che in questo caso si trova però a livello del bacino. In un lento e progressivo disperdersi di energie e vitalità, il biopic del regista australiano si fa sempre più canonico e trova nella sua normalizzazione cinematografica il modo di esprimere la fatica e la tristezza di un uomo che sta raggiungendo la prematura fine. Quella fine che John Carpenter, nel suo film per la tv del 1979, rifiutò categoricamente, intrappolando Elvis in un finto fermo immagine, e che qui invece è anticipata da una emblematica ascensione verso il cielo.

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Biografilm Festival

Biografilm 2022 | tutti i vincitori della XVIII edizione

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Annunciati i premi della diciottesima edizione di Biografilm, che dopo 11 giorni di programmazione si chiude lunedì 20 giugno. Un festival partecipato, ricco di contenuti, presenze artistiche e pubblico. 


“È una gioia profonda, verticale, per l’intero staff del festival, aver visto il lungo lavoro di cura e costruzione del complesso sistema che è Biografilm Festival, convergere in un abbraccio emozionale ed emozionante di pubblico e di ospiti, in un viaggio trasformativo e condiviso fatto di sale colme di curiosità, attenzione e sensibilità verso le storie di vita proiettate sul grande schermo, accesi dibattiti dentro e fuori dal cinema insieme agli autori e ai protagonisti dei film selezionati” ha dichiarato Chiara Liberti, coordinatrice della programmazione del festival.


Con la proiezione in programma lunedì sera di Les jeunes amants – I giovani amanti, alla presenza della protagonista Fanny Ardant, il Festival conta di superare la soglia dei 15 mila spettatori dal vivo in tutta la durata del festival. Sono state 6 le proiezioni Sold Out e 609 gli abbonamenti venduti. Quasi 400 gli operatori e le operatrici del settore che hanno partecipato alle giornate del mercato Bio to B – Industry Days.
Fino a oggi sono state oltre 1500 le ore di visione online per 1540 spettatori sulle piattaforme digitali11 le regioni da cui sono stati effettuati gli accessi, il 60% dei quali provenienti da fuori l’Emilia-Romagna. Oltre 86 mila le pagine visitate sulla piattaforma on line di Biografilm. Numeri destinati a crescere perché il festival on line durerà fino al 25 giugno.


“Siamo estremamente soddisfatti dei risultati di questa edizione 2022 del Biografilm Festival. Considerate le incertezze date dai due difficili anni alle nostre spalle, siamo andati oltre ogni più rosea aspettativa. Ci eravamo posti la sfida di lanciare un segnale di ripresa della presenza dal vivo nelle sale e possiamo finalmente dire di aver fatto la nostra parte con successo – afferma il Direttore Generale Massimo Mezzetti – Non solo i numeri ci danno ragione ma anche il clima di entusiasmo e di euforia che abbiamo registrato da parte del pubblico è un elemento che ci riempie di gioia e che ci gratifica molto. L’impegno profuso da tutta la squadra del Festival che da mesi ha lavorato per il raggiungimento di questi obiettivi è stato encomiabile. A tutti e tutte loro e a tutti i volontari che ci hanno accompagnato in questa avventura va la mia più sincera gratitudine. Arrivederci al prossimo anno!”.


La giuria del Concorso Internazionale, composta dai rinomati professionisti del cinema Chad Gracia, Inka Achté e Arianna Castoldi, ha attribuito 3 premi. Il Best Film Award | Concorso Internazionale, premio al miglior film del Concorso Internazionale, è andato a After a Revolution di Giovanni Buccomino. Questa la motivazione: “Potente ritratto di famiglia, politica e guerra, questo film racconta una storia importante senza eroi o cattivi, vincitori o vinti, buoni o malvagi. Momenti di bellezza, coraggio e resilienza, squisitamente catturati, lo rendono un capolavoro sull’orrore insensato della guerra e sulla capacità dei comuni esseri umani di sopravvivere e trascendere questo orrore”.


Il Premio Hera “Nuovi Talenti” alla migliore opera prima del Concorso Internazionale è stato consegnato a Divas di Máté Kőrösi. “Un film autentico e senza tempo sul diventare grandi, che abbiamo trovato fresco e originale. La giuria è stata commossa dal coraggio e dall’apertura mentale di queste giovani e ispirata dalla loro amicizia. Il regista è riuscito ad aprire le porte a queste eccezionali vite in lotta, rivelando gradualmente le loro storie fragili, complesse e in definitiva cariche di significato”.


Una Menzione Speciale è andata invece a Ultraviolette et le gang des cracheuses de sang di Robin Hunzinger, con questa motivazione: “Il film ci ha ricordato, in modo rassicurante ed edificante, ciò che è al centro dell’esistenza umana, nonostante i decenni, o addirittura i secoli che separano le diverse generazioni. La giuria è stata profondamente commossa da questa storia d’amore e di amicizia che trascende il tempo, le aspettative sociali e persino la morte.”


La Giuria Biografilm Italia, formata dalla montatrice Francesca Sofia Allegra, dalla curatrice e produttrice Antonella Di Nocera e dalla sceneggiatrice e regista Anita Rivaroli ha assegnato a sua volta 3 premi.


Ha meritato il Best Film BPER Award | Biografilm Italia, premio al miglior film del Concorso Biografilm Italia, Non sono mai tornata indietro di Silvana Costa, con questa motivazione: “Per la capacità di condurre attraverso una storia personale il racconto di una relazione che fa dialogare più generazioni di donne, con naturalezza e precisione nello sguardo. Per la semplicità con cui la regista si mette in gioco in una narrazione insieme acerba e potente, fatta di assenze e lontananze, che ci fa attraversare un territorio e un pezzo di storia del nostro paese. Per la scelta coraggiosa di riflettere sulla condizione umana di chi fugge ma resta prigioniero, lasciando allo spettatore lo spazio di potersi ancora interrogare”.


Il Premio Hera “Nuovi Talenti” | Biografilm Italia, premio alla migliore opera prima del Concorso Biografilm Italia, è andato a The Way Daddy Rides di Tiziano Locci, accompagnato da queste parole della giuria: “Ci piace pensare che il premio ad un’opera prima abbia il compito di riconoscere le potenzialità di un talento e questo nella regia documentaria si esprime nella posizione di chi filma. In questa opera il giovane regista dichiara la scelta dello sguardo e le sue soluzioni, per quanto istintive, ne dimostrano coraggio e competenza. Pur essendo l’autore fisicamente immerso nel ristretto spazio e nelle relazioni di una famiglia, il film procede essenziale, senza indugiare, restituendo ritmo e forma ad un racconto di personaggi che progressivamente rivelano le proprie luci ed ombre”.


Una Menzione Speciale della giuria di Biografilm Italia è stata assegnata a Il canto delle cicale di Marcella Piccinini, “per la libertà con cui ha sperimentato e unito il lirismo delle immagini e delle parole a una grande ricerca sul suono e le musiche; tanto che il film, pur trattando una tematica tanto intima e dolorosa, si rivela un delicato atto poetico che riappacifica.”


Il Premio della Critica Italiana SNCCI | Biografilm Europa Oltre i Confini, assegnato al miglior film della sezione Europa Oltre i Confini da una giuria composta dai 3 critici del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani Emanuele Di Nicola, Frédéric Pascali e Massimo Lechi, è andato a Berdreymi / Beautiful Beings di Guðmundur Arnar Guðmundsson, “per la capacità di esaltare la durezza e la bellezza della condizione giovanile attraverso scelte narrative spiazzanti, solo apparentemente contraddittorie, e per la forza seducente dello sguardo registico”.


Il premio Young Critics Award, assegnato da una giuria giovani composta da studentesse e studenti dei corsi di laurea DAMS e CITEM dell’Università di Bologna al miglior film del Concorso Internazionale, è andato a Divas di Máté Kőrösi, con la seguente motivazione: “Utilizzando un linguaggio innovativo e aprendosi ad una forma ibrida, il film sa avvicinarsi alla vita delle protagoniste in punta di piedi e standoci accanto: infatti, la camera non tradisce ma alimenta ed esplora i loro desideri. Un racconto poetico, terapeutico e personale che mostra la potenza del documentario nel suo essere uno specchio della contemporaneità. Una sintesi perfetta dei nostri sogni, speranze e timori”.


Il Premio Ucca – l’Italia che non si vede al miglior film del Concorso Biografilm Italia, assegnato da una giuria speciale di Arci Ucca, che consiste in un premio di distribuzione nel circuito “L’Italia che non si vede. Rassegna Itinerante di Cinema del Reale” e in 1000 euro, è andato a Rosso di Sera / Red sky at night di Emanuele Mengotti. “Per l’impietosa e chirurgica descrizione di Las Vegas investita dalla pandemia, per la scelta di raccontare tre personaggi emblematici nel rappresentare il manicheismo del sogno americano. Un western contemporaneo, con le armi, i diseredati, la desolazione e – sullo sfondo – l’eterno conflitto contro qualcuno o qualcosa nella quotidianità dell’Impero”.
 
La giuria di Bio to B – Industry Days 2022, composta da Anna Berthollet (CEO, Sales and acquisitions, LIGHTDOX) e Giacomo La Gioia (Programming Manager Documentary and Factual Channels, Sky Italia) e Marion Schmidt (co-director of DAE, Documentary Association of Europe) ha assegnato due premi. Il Best Project Bio to B Award, che consiste in un supporto di 1000 euro alla produzione del film, è stato attribuito a Fragments of a Life Loved di Chloé Barreau (produzione: Groenlandia). Il Best Project from Emilia-Romagna Bio to B Award, che consiste in un accredito per IDFA e un accredito per FIPADOC, è andato a Fade Out di Mattia Epifani (produzione: Rodaggio Film).
Di seguito anche i premi collaterali di Bio to B – Industry Days 2022: il Mia Market Award è stato assegnato a Imola I994 di Francesco Merini (produzione: Mammut Film)mentre il Visioni Incontra Award è andato al già premiato dalla giuria Fragments of a Life Loved.

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