Forte della presenza di Tilda Swinton, Broken English non è una biografia convenzionale ma un ritratto ibrido e visionario.
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Presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, Broken English è un coraggioso ritratto documentaristico dell’inimitabile cantante, cantautrice e icona Marianne Faithfull, scomparsa il 30 gennaio 2025.
Diretto da Jane Pollard e Iain Forsyth, il film unisce materiali d’archivio, interviste e invenzioni cinematografiche per restituire la complessità di un’artista che ha attraversato oltre sessant’anni di musica, scandali e reinvenzioni continue.
Con cast che include Tilda Swinton, George MacKay e Sophia Di Martino in ruoli evocativi, Broken English non è solo un documentario: è un atto di memoria creativa e ribelle, in cui la stessa Faithfull prende parte, riaffermando la sua voce unica.
La trama di Broken English: il ritratto di un’icona senza tempo
Broken English è un viaggio intimo e implacabile dentro la vita di Marianne Faithfull. Indomita, provocatrice e mai accomodante, l’artista ha pubblicato oltre trentacinque album e attraversato più di sei decenni di carriera, sempre sovvertendo le aspettative.
Il documentario, realizzato con il suo pieno coinvolgimento, abita il surreale spazio del Ministero della Nondimenticanza: un’istituzione immaginaria, in bilico tra memoria e mito, che funge da cornice narrativa.
Qui passato e presente si confondono, il reale si mescola al teatrale e le molte versioni di Marianne emergono come in una seduta spiritica. Attraverso registrazioni d’archivio, performance, testimonianze e incursioni di figure come Nick Cave, Warren Ellis o Courtney Love, Broken English costruisce un ritratto stratificato, che mostra tanto le fratture quanto la resilienza di una vita segnata da cadute e rinascite.
Il film è dichiaratamente un atto di ribellione contro i generi tradizionali, un ultimo canto del cigno in cui Faithfull si racconta senza veli, trasformando la fragilità in potenza narrativa.

La recensione: un documentario intimo e stratificato
Broken English non è un documentario convenzionale: è un’opera che, come la sua protagonista, sfugge a ogni definizione. Forsyth e Pollard scelgono un linguaggio ibrido, tra invenzione e memoria, in cui la teatralità di Marianne diventa chiave di lettura.
Il Ministero della Nondimenticanza, con la sua finzione dichiarata, non confonde lo spettatore ma anzi rende tangibile l’idea che la verità biografica possa emergere proprio dall’immaginazione.
Le immagini d’archivio non servono solo come testimonianza, ma come evocazione: Marianne appare e riappare in mille forme, in un dialogo continuo con sé stessa e con il pubblico.
La presenza di attori che “indagano” sul suo passato rischia a tratti di generare un po’ di spaesamento, ma il gioco funziona: restituisce l’essenza di un personaggio che ha sempre vissuto al confine tra realtà e rappresentazione.
Il film è anche un omaggio corale: gli amici, i collaboratori e le voci del passato contribuiscono a costruire un mosaico che celebra la sua forza e la sua ostinata autenticità. Non tutto è perfettamente calibrato, ma Broken English resta un’opera affascinante, capace di comunicare la grandezza e le contraddizioni di Marianne Faithfull anche a chi non la conosceva.
Qui potete leggere la nostra recensione ai registi e all’attore George MacKay.


