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Recensioni

Crudelia | Il nuovo titolo Disney tra grande stile e un’ottima Emma Stone

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Crudelia

Dal 26 maggio nelle sale italiane, dal 28 maggio sulla piattaforma Disney+ (con accesso VIP), Crudelia è la nuova pellicola targata Disney, con Emma Stone ed Emma Thompson. Del cast fanno anche parte Mark Strong, Paul Walter Hauser (Richard Jewell) e Joel Fry.

Crudelia | La trama della nuova pellicola targata Disney

La piccola Estella Miller è una bimba tanto originale quanto impegnativa. La mamma, rimasta sola a occuparsi della figlia, decide di ritirarla dalla scuola e di cominciare con lei una nuova vita altrove. Durante il tragitto però, si ferma a chiedere aiuto a una vecchia conoscenza.

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Proprio in quell’occasione Estella rimane orfana, convinta di aver causato la morte della mamma, l’unico affetto rimastole. In fuga con l’inseparabile cagnolino Wink, la bambina troverà casa insieme a due ragazzini di strada, di nome Horace e Jasper.

Qualche anno più tardi, ritroviamo una giovane donna (Emma Stone), abilissima nei furtarelli e nelle truffe, pronta al grande salto. Grazie all’intervento di Horace infatti, Estella verrà assunta dai grandi magazzini The Liberty. Sebbene la sua vena creativa la spinga a mettersi sempre in mostra, nessuno sembra accorgersi di lei.

Emma Thompson in una scena del film

Almeno sino all’ingresso in scena della Baronessa (Emma Thompson), stilista rinomata e temuta. Qualcosa nella figura di quest’ultima, fa sorgere dei dubbi in Estella. Nel momento in cui avrà la certezza di aver trovato la responsabile delle sue disgrazie, farà di tutto per metterle i bastoni tra le ruote. Sotto le sembianze di Cruella

Un’opera per tutta la famiglia dallo stile irrinunciabile

In cabina di regia, Craig Gillespie (Tonya) confeziona un’opera per tutta la famiglia, capace di divertire ma con molto stile. Forte di un lavoro sui costumi e sulle acconciature a dir poco incredibile, oltre che incantevole, Crudelia è uno spettacolo per gli occhi e il cuore.

La Stone è bravissima nel dare spessore a una personalità caratteristica come Crudelia, mantenendo sul piano della credibilità anche le situazioni più “barocche”. Ovviamente il gioco è fondamentale, e tutti i protagonisti sembrano sfruttare al massimo l’occasione loro offerta.

Tra citazioni e rimandi, come per esempio quelli ad Hunger Games e al classico della Disney La carica dei 101 (1961) – su cui il progetto è basato, insieme al romanzo del 1956 a cura della scrittrice inglese Dodie Smith – il film esibisce una figura femminile assolutamente d’effetto.

Emma Stone nei panni di Estella/Cruella

Hear me roar | Fate largo alla nuova Crudelia

Hear me roar è una sorta di motto per la protagonista, che ruggisce ogni qualvolta si sente messa alle strette. Possiede una doppia anima, ben rappresentata dal bicolore della sua chioma.

Il coraggio fa parte di lei, insieme all’intraprendenza, all’estrosità, alla testardaggine. La Crudelia del nuovo titolo Disney ha poco a che fare con la storica De Mon, amante delle pellicce di dalmata, più che dei dalmata stessi.

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Interessante a questo punto rilevare come la specie canina venga inizialmente presentata sotto una luce negativa. Mentre l’affetto che la giovane protagonista nutre nei confronti dei suoi piccoli amici a quattro zampe appare sincero e motivato.

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Cinema

Scream | il quinto capitolo della saga trova l’idea giusta per rivitalizzare il franchise

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Scream | il quinto capitolo della saga trova l’idea giusta per rivitalizzare il franchise
3.5 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Da sempre, uno degli elementi fondamentali della saga di Scream (e del suo successo), alla pari della maschera di Ghostface e della ricorrente ambientazione cittadina, è il dialogo che i film hanno con la storia del loro genere di riferimento e con i capitoli precedenti del franchise. È infatti già dal primo sequel del 1997 che fu introdotta Stab (all’epoca Squartati): una serie di film nel film ispirati dagli eventi narrati nello Scream originale. Uno stratagemma narrativo (in parte ripreso nel nuovo Matrix: Resurrections, in cui Keanu Reeves è uno sviluppatore di videogiochi tratti da ciò che è stato raccontato nei tre film precedenti) che nel corso degli anni è servito per commentare la saga stessa dall’interno e riflettere con ironia sulle più recenti tendenze dell’industria cinematografica americana.

Quello che accadeva alla saga Stab (che esiste solo nella finzione cinematografica) era quello che accadeva alla saga di Scream. È su questo concetto che si basa anche questo quinto capitolo, che arriva a dieci anni di distanza dall’ultimo e che più di tutti gli altri vuole parlare di fandom, di come le saghe cinematografiche siano oggi ostaggio dei propri fan, che pretendono di imporre le proprie scelte a produzioni sempre più dipendenti dal feedback immediato degli appassionati.

Scream | il quinto capitolo prende in giro il fandom

Scream (che riprende il titolo originale, senza numero) è un film che si rivolge ad una generazione di spettatori ormai già abituata ad un contesto cinematografico in cui gli horror fatti in serie (prima la stragrande maggioranza) sono sempre più minoritari. Sono spettatori che guardano i film della A24, che apprezzano “l’horror sofisticato” di Hereditary o Babadook, e che Scream, esponente del vecchio mondo degli slasher e dei coltelli insanguinati, deve necessariamente cercare di coinvolgere. I personaggi del film sono consapevoli di come i fan oggi, attraverso proteste online e tentativi di boicottaggio, possano obbligare le produzioni a seguire le loro idee, stabilendo quali storie debbano essere raccontate, quali tra i vecchi personaggi debbano tornare nei nuovi episodi, e rivendicando sempre una sostanziale continuità con la saga che hanno amato e che considerano inviolabile.

E ne sono consapevoli anche Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, i due registi di questo quinto capitolo, approdati alla saga dopo aver diretto l’ottimo Ready or Not, e gli sceneggiatori James Vanderbilt e Guy Busick, che in passato hanno lavorato, a vario titolo, a remake di cult intoccabili (Total Recall e RoboCop) e a sequel impossibili (Independence Day – Rigenerazione), cimentandosi con il fandom più accanito, quello dei cinecomics, con i due sfortunati film di The Amazing Spider-Man. Il curriculum perfetto per lavorare a Scream con cognizione di causa.

E infatti la forza di questo nuovo capitolo sta nell’aver capito che la nostalgia che gli appassionati cercano non è tanto nella trama raccontata, ma nei luoghi, negli oggetti, nei volti dei protagonisti. Questo Scream ha insomma capito molto bene che la nostalgia al cinema funziona attraverso deja-vu ed evocazioni.

Un horror di ottima fattura

A differenza del precedentemente citato Matrix: Resurrections, che ha cercato in ogni modo di ribadire la propria inutilità di sequel proponendo coscientemente la stanca reiterazione di idee passate (una delle operazioni più punk e sovversive degli ultimi anni), questo nuovo Scream è un film che vuole divertire lo spettatore e non cerca di allontanarlo.

L’abilità tecnica dei suoi due registi è sfruttata quindi per mettere paura e creare scene di tensione che funzionino. Come sempre, mentre i personaggi discutono e riflettono su come si possa realizzare un film horror, lo spettatore vede la conseguenza pratica di quelle teorie applicate al cinema, ascolta le regole che vengono elencate dai personaggi e poi ne può immediatamente giudicare la bontà nel momento in cui queste vengono seguite alla lettera dal film che sta guardando. È grazie a questa attenzione al “meccanismo” che una sceneggiatura non proprio impeccabile, in cui i personaggi fanno scelte e prendono decisioni non sempre ragionevoli, riesce a coinvolgere il pubblico in un’operazione nostalgia che non risulta mai troppo forzata.

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Cinema

Being the Ricardos | la recensione del film che ha fatto trionfare Nicole Kidman ai Golden Globes

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Being the Ricardos | la recensione del film che ha fatto trionfare Nicole Kidman ai Golden Globes
3.8 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Per il suo nuovo film, Aaron Sorkin torna di nuovo al modello aureo che aveva sperimentato in tante puntate di West Wing, la serie televisiva che lo lanciò agli inizi degli anni 2000. Anche la trama di Being the Ricardos, infatti, si svolge nell’arco di una settimana lavorativa, in cui seguiamo la produzione di un episodio della celebre sitcom americana I Love Lucy, dal lunedì in cui avviene la lettura del copione fino alla registrazione dello show il venerdì. 

Non è un caso che proprio Sorkin, divenuto famoso con una serie televisiva che ha poi dato il via a quella “Golden Age” che prosegue ancora oggi, abbia deciso di omaggiare uno degli show più amati negli Stati Uniti degli anni ’50, il primo programma ad aver raggiunto oltre dieci milioni di famiglie, a finire in prima pagina sul Time e a diventare un modello per tutte le future sitcom grazie all’introduzione della tecnica di registrazione dal vivo con tre telecamere (quella che si vede in Wandavision, per cui I Love Lucy è stato un chiaro riferimento).

Regista sempre in divenire, di una classicità assoluta, Sorkin stavolta si pone all’altezza della sua eroina, rinuncia all’ostentato glamour hollywoodiano dei suoi precedenti lavori dietro la macchina da presa e confeziona il suo miglior film, di una modestia esemplare.

Being the Ricardos | una settimana su un set televisivo

Il film di Sorkin racconta soprattutto il disagio che si prova ad essere sempre la più intelligente della stanza, a dover affrontare decine di estenuanti conversazioni pur sapendo che, alla fine, la ragione sarà sempre dalla propria parte. Se Lucille Ball (Nicole Kidman) era una diva, una delle più grandi che l’America abbia mai conosciuto, Being the Ricardos rivela una donna trattenuta dal fatto di essere sempre un passo avanti agli altri, senza però avere la possibilità di imporre la propria visione se non dopo lunghe trattative con il marito, gli altri attori, lo showrunner, gli sceneggiatori secondari, lo sponsor (Philip Morris). Il suo raggio d’azione si riduce con l’avanzare del film: sono sempre gli altri (maschi) a prendere tutte le decisioni principali, con un sorriso sulle labbra che spesso rivela più inconsapevolezza (non poter neanche immaginare un sistema diverso da quello maschilista sul luogo di lavoro) che malizia.

Nella settimana decisiva della sua carriera, Lucile Ball deve rispondere dell’accusa di essere un membro del Partito Comunista e capire quanto ci sia di vero nello scoop di un tabloid che sostiene che suo marito (Javier Bardem), socio in affari e co-protagonista, la tradisce. Due problemi – uno politico e uno invece strettamente personale – che possono distruggere la carriera di chiunque (o almeno di qualunque donna), persino della star del programma televisivo più popolare del Paese. Ball sa perfettamente che il suo futuro lavorativo e la sua reputazione dipendono esclusivamente dal prossimo episodio, che non può essere semplicemente buono, ma perfetto. Nicole Kidman riesce a comunicare tutta questa tensione in maniera eccezionale, anche solo attraverso il controllo del corpo e l’attenzione per i gesti. 

Una prova formidabile di Nicole Kidman

Tutto ciò che accade in Being the Ricardos è successo davvero, ma ovviamente non è successo nella stessa settimana, o in un periodo di tempo così ravvicinato. Ed è proprio nella condensazione della narrazione che emerge la quintessenza dello stile di scrittura di Sorkin, la sua capacità di rendere credibile l’accumulazione agli occhi dello spettatore, di convincerlo che così tanti eventi importanti siano effettivamente avvenuti a distanza di pochissime ore l’uno dall’altro. 

Come West Wing, The Newsroom o Steve Jobs, anche Being the Ricardos è un “backroom drama” che approfondisce le dinamiche aziendali (in questo caso del mondo dello spettacolo), mostrandoci come venivano assemblate le puntate delle serie tv americane di quell’epoca. Le scene che si svolgono all’interno della finzione televisiva sono presentate in bianco e nero, con la patina del sogno. Ma, spenta la telecamera, Nicole Kidman riesce immediatamente a dismettere i panni di Lucy Ricardo e ad indossare quelli di Lucy Ball: sensuale ed esigente, pungente e affettuosa, comunicando agli spettatori la sua innata capacità di “leggere la stanza”, la condizione di una donna costretta ad aspettare che tutti quanti stiano al passo della sua intelligenza. 

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Netflix

4 Metà | ìl gioco delle coppie alla ricerca dell’anima gemella [recensione]

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4 Metà
3.1 Punteggio
Regia
Sceneggiatura
Cast
Colonna Sonora

Il cinema italiano che sia sul piccolo, sul grande schermo o in streaming riesce sempre a incuriosire il pubblico. Ultimo in ordine temporale, la commedia romantica 4 Metà diretta dal regista Alessio Maria Federici con Ilenia Pastorelli, Matilde Gioli, Giuseppe Maggio e Matteo Martari. Disponibile dal 5 gennaio su Netflix , attualmente è al terzo posto nella Top10 dei contenuti più visti in Italia sulla piattaforma. Se c’è una cosa che non manca in questo film, sono le domande che il pubblico tenderà a porsi nel corso della storia.

La trama di 4 Metà

Abituati ad invitare amici a cena nella loro terrazza situata nel cuore di Roma, gli sposini Sara e Luca, iniziano a parlare con altri due amici, delle varie teorie che aleggiano intorno alla ricerca dell’anima gemella. Bisogna essere simili o totalmente all’opposto per creare un rapporto duraturo e fondato sull’amore? Per rispondere a queste domande, decidono di raccontare la storia di quattro amici single e di come si sono incrociate le loro vite dopo essersi conosciuti proprio a una cena organizzata da loro.

Chiara (Ilenia Pastorelli) è un’anestesista che crede nell’amore ed è alla ricerca di una relazione seria. Giulia (Matilde Gioli), da brava matematica e ricercatrice in statistica è più fredda e lucida nell’approcciarsi con un uomo. Entrambe sono amiche di Sara.

Matteo (Matteo Martari) lavora per una casa editrice ed è affascinante, dal temperamento vivace e con la battuta pronta. Se per lui catapultarsi in un rapporto serio non lo spaventa, di tutt’altro avviso è Dario (Giuseppe Maggio) un avvocato al quale tutte sembrano cadergli ai suoi piedi e predisposto a rapporti fugaci da una notta e via. Entrambi sono amici di Luca.

Terminata la cena a casa di Sara e Luca, i quattro ragazzi iniziano a frequentarsi dando via a un valzer di incontri e di scambio di coppie in realtà parallele. Chi sarà la rispettiva anima gemella? Quale sarà la combinazione giusta?

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4 Metà | la recensione

Una cosa è certa: le cene con amici – nel mondo del cinema – riescono a cambiare la vita delle persone. La prima che mi viene in mente in tempi recenti? Sicuramente Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese. Lo spettatore è testimone segreto di storie che avvengono in una realtà, che di fatto esiste ma della quale, in pochi ne sono a conoscenza.

Nel film 4 Metà il regista Alessio Maria Federici, porta sulla piattaforma Netflix, una commedia romantica basata sulla ricerca dell’anima gemella, invitando il pubblico a riflettere su un concetto fondamentale: l’altra metà della mela, come diceva Platone nel suo Simposio, deve avere i nostri stessi interessi o essere completamente diversa? Zeus divise gli uomini in due, rendendoli più deboli e meno arroganti affinché potessero trovare l’altra metà del loro cuore, che li avrebbe resi perfetti.

Al contrario, Luca e la moglie Sara, a loro modo proveranno a dare una mano al destino dei quattro amici, portandoli a conoscersi e a constatare se i concetti che ruotano intorno alla ricerca dell’anima gemella, siano vere o meno.

Esiste davvero l’anima gemella?

Chiara, Giulia, Matteo e Dario rappresentano le diverse tipologie di uomini e donne alle prese con l’amore. C’è chi è pronto a vivere un amore sincero, chi è disilluso, chi è propenso ad aprire il proprio cuore e chi sembra, non voglia sentirlo neanche nominare. Immancabili le variabili che spostano l’ago della bilancia delle storie e delle ipotetiche coppie. Un trasferimento all’estero, una gravidanza inattesa, un tradimento e un sentimento sbocciato improvvisamente sono alcuni dei momenti che vedranno i protagonisti fare i conti con le loro fragilità.

Il cast composto da Ilenia Pastorelli, Matilde Gioli, Giuseppe Maggio e Matteo Martari, rende la storia molto gradevole e accattivante. È pur vero, però che a volte ci sono dei momenti un po’ confusionari, a causa della sceneggiatura. Per quanto non sia facile combinare le coppie e i vari intrecci, lo spettatore può risultare confuso su chi sta con chi e soprattutto in quale momento. Tuttavia, il finale riesce a salvare in calcio d’angolo il film, portando il pubblico a porsi un’altra domanda: ma siamo sicuri che l’anima gemella esista davvero?

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