In concorso nella sezione Orizzonti dell’83 esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e in sala dal 1° ottobre 2026, La città dei vivi è il nuovo lavoro firmato da Edoardo Gabbriellini. Tra i protagonisti, Valerio Mastandrea e il giovane esordiente Emanuele Maria Di Stefano.
Alla base della storia raccontata, la tragica e incredibile vicenda di Luca Varani, ventitreenne romano ucciso in circostanze alquanto strane e violentissime, nel marzo del 2016. Qualche anno più tardi, dopo lunghe ricerche che non lo facevano dormire la notte, lo scrittore Nicola Lagioia pubblica il suo quinto romanzo, La città dei vivi (edito da Einaudi nel 2020), portando il pubblico a conoscere più da vicino la terribile vicenda.
Tra interviste e ricostruzioni, documenti e riflessioni, gli episodi narrati tentano di ricomporre un puzzle incomprensibile e doloroso. Il libro ha vinto il Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane, il Premio Leogrande e il Premio Napoli.
La città dei vivi: la trama del film di Edoardo Gabbriellini in concorso a Venezia 83
La vita di Luca (Di Stefano) è sempre stata segnata dalle scelte e dal caso. È stato un caso che i suoi genitori (Mastandrea e Simona Senzacqua), ventitrè anni prima, lo abbiano scelto tra tre bambini in un orfanotrofio.
Chissà cosa li ha guidati verso di lui, da cosa sono stati conquistati. Negli anni della crescita ha ricevuto tutto l’amore e il sostegno possibili. Tutto quello che loro potevano dargli, con i mezzi (umili) che avevano a disposizione, senza mai fargli mancare nulla.
Tanto che ora, ormai adulto, è libero di non andare più a scuola, di giocare alle slot machine e di girovagare per la città, trascorrendo il tempo con i suoi amici un po’ allo sbando.

Per fortuna, al suo fianco c’è Marta Gaia (Gaia Merlonghi), fidanzata storica con cui ha un rapporto sincero, nonostante i numerosi alti e bassi con conseguenti rotture momentanee. Luca sembra non sapere esattamente cosa fare della sua vita, ma sa che i soldi potrebbero fare la differenza.
In fondo, vede come se la passano i suoi genitori. Il padre ha un furgone di dolci con il quale va di fiera in fiera, e lui a volte gli dà una mano. Ma non è certo quello che sognano per il suo futuro lui o il genitore. Un giorno conosce un ragazzo che cattura la sua attenzione e che lo mette in un giro di affari particolarmente losco e rischioso. Dove, però, si guadagna bene.
Cambia il punto di vista, ma resta il dolore
Quando si decide di adattare un romanzo, per di più tratto da storie vere, il rischio è sempre quello di tradirne lo spirito. Liberamente tratto dall’omonima opera letteraria, La città dei vivi compie un’operazione diversa, comunque azzardata, ma profondamente sincera, umana, personale.
Il punto di vista del racconto cambia, diventa quello di un ragazzo ignaro di ciò che sta per accadergli. Ma è anche, e soprattutto, il punto di vista di due genitori che hanno scelto il proprio figlio. E che lo perdono, nel peggior modo possibile e immaginabile.
Senza sfruttare subdolamente il fatto di cronaca o giocare con dettagli macabri – che potrebbero attrarre i più morbosi – la pellicola è soprattutto un racconto di vita. Non di morte.

Per gran parte della durata seguiamo le vicende di Luca, entriamo nella sua routine, nel rapporto con i genitori e in quello di coppia, così genuino da far tenerezza. E sono bravissimi, sorprendenti, i due giovani protagonisti, Di Stefano e Merlonghi.
Tra promesse e sogni nel cassetto, la ricerca di una casa e un bagno nella vasca piena di schiuma, i due restituiscono una verità che diventerà poi un’arma a doppio taglio. Gabbriellini ne restituisce ogni singola sfumatura, avvolgendo lo spettatore come in un abbraccio, prima che tutto finisca in tragedia.
Il dolore è straziante, incontenibile, reale. E le emozioni continuano ad agire ben oltre i titoli di coda, costringendo a riflettere su cosa faccia più male. L’insensatezza del gesto? La sfortuna del destino? Le possibilità irrealizzabili?

