Nel suo nuovo Bucking Fastard, presentato in concorso a Venezia, Werner Herzog torna ancora una volta a interrogare il rapporto tra esseri umani e natura, costruendo un’opera che ha il tono della fiaba, l’assurdità della commedia e, sotto la superficie, una malinconica domanda sul significato dell’esistenza.
Werner Herzog, con il suo cinema, da sempre sembra interessato a capire come il mondo reagisca alla presenza dell’uomo. Una riflessione che attraversa tanto i suoi film di finzione quanto i documentari, categorie che nel suo cinema hanno del resto confini assai poco definiti.
Nel suo nuovo Bucking Fastard, presentato in concorso a Venezia, torna ancora una volta a interrogarsi su questo mettendo al centro della storia Jean e Joan Holbrooke, due sorelle che sembrano appartenere a una sola entità.
Parlano all’unisono, si muovono nello stesso istante, condividono sogni, desideri e persino l’innamoramento per lo stesso uomo. La loro simbiosi è al tempo stesso comica e perturbante: non sono semplicemente due persone estremamente legate, ma sembrano aver rinunciato alla possibilità stessa di essere individui separati.
Il film, ispirato molto liberamente alla vicenda delle gemelle Freda e Greta Chaplin, trasforma così una singolare storia di cronaca in una fiaba contemporanea sull’identità, sull’isolamento e sul bisogno di appartenere a qualcosa.
Bucking Fastard, il nuovo film di Werner Herzog
L’interpretazione delle sorelle Mara è, infatti, uno degli elementi più sorprendenti di Bucking Fastard. Kate e Rooney affrontano una sfida attoriale di rara complessità: per buona parte del film devono cancellare quasi completamente la distanza tra i due personaggi.
I loro gesti, i tempi, gli sguardi, la modulazione delle battute sembrano regolati da un metronomo invisibile. Recitano all’unisono con una precisione quasi coreografica, fino a dare l’impressione che Jean e Joan siano meno due persone che due manifestazioni di una stessa coscienza. È una prova tecnica impressionante, resa ancora più difficile dal fatto che la loro fusione non deve mai trasformarsi in un semplice espediente comico.

La vera grandezza delle due attrici emerge però quando Herzog interrompe quel sincronismo. Nel momento in cui Jean e Joan si scoprono «sole», separate l’una dall’altra, le due attrici introducono variazioni infinitesimali: una diversa inclinazione dello sguardo, una reazione appena più trattenuta, un’espressione che dura un istante in più.
È sufficiente pochissimo per far emergere due sensibilità differenti, due modi diversi di percepire il dolore, la paura, il desiderio. La loro è una prova costruita sulla sottrazione: prima diventano una sola creatura, poi, quando quella simbiosi si incrina, lasciano lentamente emergere due individui.
Jean e Joan rimangono, fino alla fine, un mistero. Lo spettatore non riesce mai davvero a vedere il mondo come lo vedono loro e Herzog rinuncia alla tentazione di spiegare fino in fondo la loro psicologia. Preferisce mostrarci il mondo che reagisce alla loro presenza: i tribunali, la stampa, chi cerca di aiutarle e chi invece vuole approfittarsi di loro, gli animali domestici e quelli selvaggi. È una prospettiva profondamente herzoghiana: l’essere umano non viene raccontato dall’interno, ma attraverso le tracce che lascia nel mondo e le reazioni che provoca.
Gli esseri umani e il mondo che reagisce a essi
Ed è qui che la vicenda delle due sorelle comincia a dialogare con una delle ossessioni più persistenti del cinema di Herzog: la natura come sistema dotato di una propria misteriosa organizzazione, contrapposto alla difficoltà dell’uomo di trovare un ordine nella propria esistenza.
Steven Strogatz, matematico della Cornell University e studioso della teoria del caos e dei sistemi complessi, aveva dedicato proprio alla «sincronia» uno dei suoi libri più celebri, Sync, pubblicato nel 2003 e uscito in Italia nello stesso anno con il titolo Sincronia, i ritmi della natura e i nostri ritmi.
Il libro prende le mosse da una osservazione affascinante: in natura esistono continuamente forme di ordine spontaneo, sistemi nei quali elementi apparentemente indipendenti finiscono per coordinarsi, producendo strutture magnifiche senza che vi sia necessariamente un centro a governarle. È quello che Strogatz definisce, appunto, sincronismo.
È difficile non pensare al cinema di Herzog davanti a questa idea. Da Aguirre, furore di Dio a Fitzcarraldo, dalle distese desertiche di Fata Morgana ai ghiacci di Encounters at the End of the World, dai vulcani di Into the Inferno alla grotta Chauvet di Cave of Forgotten Dreams, Herzog ha continuamente cercato quei luoghi nei quali la natura sembra organizzarsi secondo una logica che precede e supera l’uomo.
Foreste, montagne, ghiacciai, deserti, vulcani e caverne non sono semplicemente paesaggi: sono sistemi autonomi, organismi che sembrano possedere un proprio ritmo. L’uomo vi entra quasi sempre come un elemento estraneo, tentando ostinatamente di imporre la propria volontà.
In Bucking Fastard questa fascinazione trova una delle sue immagini più potenti nelle Grotte di Postumia, in Slovenia. Le immense cavità sotterranee, le stalattiti e le stalagmiti, il celebre trenino che attraversa le profondità della grotta e la fauna che vive in questo ecosistema trasformano il luogo in qualcosa che sembra appartenere a un altro pianeta.
Le protagoniste vi entrano letteralmente alla ricerca del centro della Terra, ma la discesa assume presto un significato ulteriore: è un viaggio verso un luogo in cui le coordinate abituali dell’esistenza vengono meno, una ricerca di un ordine più profondo rispetto a quello caotico e incomprensibile della vita quotidiana.
Per questo Bucking Fastard può essere letto come una nuova variazione su un tema antico del cinema herzoghiano: il desiderio umano di entrare in sintonia con il mondo e l’impossibilità di farlo completamente. La risposta, se esiste, non sta nella ricerca di una perfetta sincronia, ma forse nell’accettazione della sua impossibilità.

