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Com’è Ink, il film di Danny Boyle seducente e sfrontato che ha aperto Venezia 83

Il concorso di Venezia 83 si apre con Ink, il nuovo film di Danny Boyle seducente e sfrontato come il tabloid inglese di cui racconta la storia.

Nel primo film del concorso di Venezia 83, Ink, Danny Boyle firma un film seducente sull’ascesa del magnate Rupert Murdoch, raccontando il momento in cui decise di conquistare il mercato britannico della carta stampata alla fine degli anni Sessanta.

Di cosa parla Ink

Siamo a Londra, nel 1969. Rupert Murdoch (Guy Pearce), giovane magnate australiano, rileva un giornale in difficoltà e affida la direzione a Larry Lamb (Jack O’Connell), un giornalista di origini popolari che ha un’ambizione enorme e pochissimo rispetto per le convenzioni della Fleet Street, quel microcosmo londinese in cui tutti, in qualche modo, lavorano nel campo del giornalismo.

Il compito è apparentemente impossibile: trasformare il The Sun in un quotidiano capace di strappare lettori al potentissimo – e autorevole – Daily Mirror. Lamb mette insieme una redazione, rompe gerarchie, recluta giornalisti, si mette in ascolto di ciò che il pubblico vuole leggere, anche assecondandone le pulsioni più basse. E soprattutto decide che il giornale non dovrà più parlare ai lettori dall’alto verso il basso.

Il cinema sfrontato di Danny Boyle

La cosa più intelligente che Danny Boyle fa con Ink è anche quella che, a prima vista, potrebbe sembrare la più banale: raccontare la nascita del tabloid più sfacciato del giornalismo britannico attraverso un cinema altrettanto sfrontato.

Il nuovo film del regista di Trainspotting non si limita infatti a mettere in scena la rivoluzione editoriale che Rupert Murdoch e Larry Lamb portarono nel mondo del giornalismo britannico, ma ne assume la grammatica, il ritmo, l’aggressività, perfino una certa spudorata voglia di piacere.

Una scena da Ink di Danny Boyle
Una scena da Ink di Danny Boyle (fonte: STUDIOCANAL)

Anche prendendone le distanze, si identifica con queste persone che hanno dovuto subire i pregiudizi da parte dell’establishment inglese e non fa nulla per nascondere il proprio disprezzo nei confronti di quella austera e giudicante nomenclatura.

Il vecchio giornalismo è serio, autorevole, pedagogico. Il nuovo tabloid fondato da Murdoch e Lamb vuole invece essere popolare, irriverente, scandaloso, divertente. Vuole essere accattivante e, soprattutto, vuole vendere. Come, d’altronde, il cinema di Boyle.

Come si conquista il pubblico secondo Ink

E allora forse il vero oggetto di Ink non è tanto il giornalismo, ma l’attenzione del pubblico. Come si conquista? Come si trasforma in potere? E, soprattutto, quanto bisogna urlare prima che qualcuno si volti ad ascoltare?  Tutto viene in pensato in funzione di un unico obiettivo: evitare che il lettore (e lo spettatore) venga distratto da altro.

Un ragionamento che, indirettamente, finisce per riguardare anche il cinema così esagerato, pirotecnico, dello stesso Boyle, che avrebbe potuto raccontare tutto questo come una parabola morale – il momento in cui il giornalismo rinuncia alla propria funzione civile e scopre il potere perverso del mercato – e invece decide di stare con i suoi personaggi. Non li guarda con il distacco di chi ha già stabilito chi siano i buoni e chi i cattivi. Al contrario, sembra divertirsi con loro.

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Una scena da Ink di Danny Boyle
Una scena da Ink di Danny Boyle (fonte: STUDIOCANAL)

Ink, un film rumoroso e seducente

Per questo il film funziona meglio quando rinuncia alla tentazione di giudicare e si lascia sedurre dalla propria materia. Larry Lamb è un protagonista carismatico proprio perché è un uomo che ha capito qualcosa prima degli altri: che il pubblico non vuole necessariamente essere istruito, e nemmeno rassicurato.

Vuole essere coinvolto. Vuole sentire che quella storia lo riguarda. Vuole ridere, indignarsi, scandalizzarsi. Vuole parlare del giornale che ha appena comprato. È difficile non vedere un parallelo quasi programmatico tra il direttore del The Sun e il regista di Ink.

Entrambi diffidano della rispettabilità come valore estetico. Entrambi hanno bisogno dell’eccesso. Entrambi lavorano sull’impatto. Entrambi sembrano partire dalla stessa domanda: come faccio a conquistare il pubblico prima che il pubblico possa scegliere di andarsene (cambiare canale, interrompere la visione in streaming, posare il giornale)?

Perché se Ink fosse stato soltanto un film contro i propri personaggi, sarebbe stato un film molto più facile. Boyle fa invece qualcosa di più scomodo: racconta la seduzione del mostro. Ne mostra l’inventiva, il talento, l’energia. Ci fa capire perché quella formula abbia funzionato. E mentre la critica, la utilizza.

Davide Sette
Davide Sette
Giornalista cinematografico. Fondatore del blog Stranger Than Cinema e conduttore di “HOBO - A wandering podcast about cinema”.

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