Sheep in the Box cambia le carte in tavola. Negli ultimi anni, Hirokazu Kore’eda, con i suoi film, ha chiesto al suo pubblico di solidarizzare con piccoli criminali e ladruncoli (Un affare di famiglia) e persino con trafficanti di bambini e assassini (Le buone stelle), cercando di convincere gli spettatori che tutte le sue famiglie “sbagliate” e utopiche. Composte da gente che si è trovata insieme per le ragioni meno nobili, condannabili secondo i criteri morali abituali, potessero comunque diventare un modello per tutte le altre.
È stato il regista che più di altri ha riflettuto sul concetto di famiglia, mettendo in scena famiglie allargate come non se n’erano mai viste prima, che si sottraggono alla genetica e si fondano su relazioni che non sono quelle di sangue.
È quindi chiaro cosa interessa a Kore’eda in questo suo nuovo film, Sheep in the box, che racconta di una coppia che ha tragicamente perso il proprio figlio di sette anni e decide di avvalersi di un programma pensato per le famiglie nella loro situazione, che gli permette di ottenere in prova gratuita un androide guidato dall’intelligenza artificiale con le fattezze e i ricordi del bambino che non c’è più.

Kore’eda si interroga sull’intelligenza artificiale in Sheep in the Box
A differenza di quanto poteva essere lecito aspettarsi alla luce dei precedenti film del regista – ovvero una convivenza serena tra umani e umanoidi – stavolta Kore’eda non cerca di persuadere chi guarda rispetto al fatto che anche quella può essere, in fondo, una famiglia, ma ne dimostra fin da subito l’assurdità, indugiando sugli aspetti grotteschi che naturalmente emergerebbero da una situazione del genere.
C’è quindi un limite all’ampliamento della famiglia secondo Kore’eda e quel limite è l’appartenenza al genere umano. Un’affermazione che potrebbe apparire scontata, ma che non lo è affatto oggi e che permette all’autore giapponese di confrontarsi con dilemmi morali inediti, che non riguardano tanto la tecnologica quanto le aspettative che abbiamo noi rispetto alla sua possibilità di rimpiazzare l’esperienza umana o fungere da suo surrogato.
Nonostante tutto questo, Sheep in the box è un film caratterizzato da uno sguardo assolutamente benevolo nei confronti di questa “macchina”, che viene meschinamente paragonata più volte a un’aspirapolvere o a un tamagotchi. Fino ad arrivare alla conclusione che anche gli androidi, nel cinema di Kore’eda, hanno diritto a una loro comunità di riferimento, a una loro famiglia speciale, appunto.

Sheep in the Box, una inaspettata svolta fantasy
Ed è qui che il film si apre a una dimensione favolistica assolutamente inaspettata, che chiede improvvisamente al pubblico di alzare l’asticella della propria sospensione dell’incredulità e abbracciare serenamente una svolta fantasy che conduce Sheep in the box in quegli stessi luoghi già esplorati anni fa da Spielberg.
Può esistere una famiglia per questo personaggio, per questa intelligenza artificiale dalle sembianze umane, ma solo nella finzione cinematografica, nella fantasia di un regista che ha fatto dell’ottimismo la propria cifra poetica. Perché nella realtà le cose sono diverse. Stavolta, infatti, capiamo benissimo una cosa: che secondo Kore’eda l’I.A., nelle nostre vite, non può che ricoprire un ruolo marginale, ausiliario. Non ha la capacità di “sostituire” proprio niente e nessuno. Piuttosto quella di mitigare, assistere, aiutare. Ed è una dichiarazione politica non di poco conto.


