Nel 2001 debuttava uno dei registi più radicali, peculiari e inclassificabili di questi ultimi due decenni: Lisandro Alonso, l’autore argentino capace ancora di lavorare con un cinema che concede allo spettatore il tempo di osservare ciò che vuole e trarre le proprie conclusioni sulla base delle immagini che vede.
A distanza di 25 anni da La Libertad, Alonso torna nella Pampa delle origini e riprende la storia lasciata in sospeso di Misael Saavedra in questo seguito intitolato La libertad doble (Double Freedom). Un titolo che già chiarisce che non siamo effettivamente davanti a un film “secondo”, quanto a un film “doppio”, dal momento che accanto al boscaiolo del primo lungometraggio, che vive isolato dal mondo e conduce ancora la stessa esistenza poverissima, stavolta facciamo la conoscenza di sua sorella, una donna con problemi psichiatrici che da un momento all’altro si ritrova fuori dalla struttura pubblica che si occupava di lei.
In occasione della presentazione del suo film nella Quinzaine des cinéastes al festival di Cannes, ci siamo fatti raccontare da Lisandro Alonso cosa è cambiato in questi venticinque anni, anche alla luce delle sue esperienze internazionali, dove ha avuto modo di dirigere attori del calibro di Viggo Mortensen e Wagner Moura.
Cannes 2026, la nostra intervista a Lisandro Alonso
Ne La Libertad proiettavi sul personaggio di Misael tutti i dubbi e le preoccupazioni che avevi a quel tempo, quando ancora non era chiaro quello che avresti fatto nella vita. Adesso, che sono passati venticinque anni, che relazione credi di avere con lui? C’è ancora qualcosa che vi accomuna?
È una relazione che abbiamo costruito nel tempo e anche se viviamo in città differenti – perché lui vive molto distante da Buenos Aires – ci siamo sempre sentiti connessi l’uno all’altro. La prima volta che ho visto Misael me ne sono innamorato, metaforicamente. Era isolato, non comunicava con il mondo, non aveva buone prospettive sul lavoro, sulla salute, sul futuro. E io, appena terminata la scuola di cinema, mi sentivo un po’ così. Mi ci rivedevo e quindi ancora oggi, come dici tu, il personaggio di Misael lo uso per parlare di me.
E questo secondo film, che si basa anche sulla relazione di Misael con sua sorella, ha a che fare con me e con delle dinamiche famigliari che esistono anche nella mia famiglia. Oggi, con il governo che abbiamo in Argentina, sta diventando una situazione molto comune quella di ritrovarsi a dover badare a un parente che era ricoverato in una struttura psichiatrica, perché a quella struttura sono stati tagliati i fondi o è stata chiusa. La domanda che mi sono posto è stata: come deve adattare la sua vita Misael per far fronte a questa nuova condizione? A questa condizione che deve accettare e basta, ovviamente. Da lì abbiamo cominciato a ragionare sul film.

Lavorare con i 35 millimetri immagino sia una scelta non solo estetica, ma che influisce pesantemente sul tuo modo di concepire un film e di lavorare con gli attori. È così?
Sì, cambia tutto. Io sono nato in un mondo digitale, ma la pellicola è più affine al mio modo di lavorare. Non solo da un punto di vista visivo, ma pratico. Sei costretto a darti una disciplina e ti aiuta molto a organizzare le idee, a capire fin da subito il ritmo che deve avere il film, la durata delle singole scene. Sono tutte cose che, dovendo usare la pellicola e non potendola sprecare, pianifico prima. È come se in qualche modo montassi già il film ancora prima di cominciare a girare.
E anche gli attori, come giustamente hai sottolineato tu, specialmente quelli non professionisti, sono agevolati dal fatto che, non potendo girare tante volte la stessa scena, non sono costretti a ripetizioni estenuanti che magari li affaticherebbero. Così riesco a catturare i loro gesti più autentici, senza il rischio che diventino meccanici perché la scena è stata girata tantissime volte. Per esempio, Misael non legge la sceneggiatura, ma scopre di volta in volta quello che dobbiamo fare. Anche questo aiuta a mantenere la spontaneità di cui ti parlavo. Gli diciamo prima di girare quanto deve durare la sua scena. E devo dire che lui ha un senso del tempo che è formidabile.
Ma questo tuo nuovo film è anche e soprattutto un film sulla responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri…
Non avendo più 25 anni, Misael deve fare i conti con il tempo che passa e con il fatto che a volte bisogna subire delle scelte di altre persone che ti condizionano ma sulle quali non hai alcun potere. Bisogna accettare quello che succede. Ed è una cosa molto comune, oggi. Viviamo in un mondo che magari non ci piace, ma che dobbiamo accettare perché non abbiamo gli strumenti per cambiarlo. Continuiamo ad andare avanti, anche se non so dirti dove siamo diretti.
Quindi questa storia è una metafora di tante cose che sono successe nel mio Paese, l’Argentina, ma che accadono anche in altri posti. È davvero difficile e scivoloso parlare di “libertà”, oggi. Non saprei definirla. Almeno è così per me, anche se rifletto su questa parola da venticinque anni ormai.

Come hai coinvolto Catalina Saavedra nel film e qual è stata la relazione sul set tra lei e Misael?
Stimo Catalina Saavedra da quando l’ho vista recitare ne La Nana (2008) di Sebastián Silva. Fin da subito avevo capito che per questo film ci voleva un personaggio femminile e siccome stavamo cercando finanziamenti in Cile, ho subito pensato a lei. D’altronde anche Misael ha origini cilene. E c’è pure questa coincidenza che i due hanno lo stesso cognome. Quindi ho pensato: beh, questo è già un ottimo argomento di conversazione che loro due hanno per rompere il ghiaccio e iniziare conoscersi.
In realtà, poi, Catalina ha voluto mantenere una distanza rispetto a Misael, non ha voluto sapere molto di lui. Forse anche perché nel film i due, pur essendo fratello e sorella, sono degli estranei. Lei è molto più in contatto con la natura, che con lui. Loro hanno trovato la giusta chimica durante le riprese, senza che io forzassi qualcosa. Lei è stata bravissima e umile. E ogni volta che dovevamo girare una scena con lei, tutti ci chiedevamo: chissà che cosa farà adesso.
Sono passati 25 anni e anche tu sei un regista diverso dagli inizi. Sei tornato alle origini, ma in qualche modo ti stai comunque muovendo in avanti…
In questi anni mi è capitato anche di lavorare con attori come Viggo Mortensen e Chiara Mastroianni, ma anche Wagner Moura, con il quale ho appena finito di girare un film. E ovviamente queste persone, questi artisti, mi hanno influenzato. Così come mi hanno influenzato i diversi posti che ho visitato, le differenti lingue che ho ascoltato. Credo però che, in fin dei conti, la mia più grande qualità – anche se non dovrei essere io a dirlo – sia quella di riuscire a raccontare molto con poco, senza la necessità di attori famosi, di grandi conflitti, di budget elevati o produzioni complesse.
L’Argentina che racconti, invece, sembra essere tormentata dagli stessi fantasmi e dagli stessi problemi di venticinque anni fa.
Noi argentini siamo sempre in una crisi politica (ride, ndr). Per una persona come Misael non cambia poi molto se il Paese è più ricco o più povero. Il suo stile di vita non cambia. È schiavo della sua condizione e continuerà ad esserlo. Ma in questo film effettivamente il contesto esterno influisce nella sua vita privata, per via di questa sorella ricoverata in una struttura pubblica che sta per chiudere.
Gli argentini che vedranno questo film riconosceranno l’attualità di questa storia perché sta succedendo sempre più spesso. Famiglie che non hanno i mezzi per farsi carico di queste persone si trovano a doversene prendere cura, magari accogliendole in case che non sono adeguate. Come Misael, che si accorge in questo modo di non avere in ogni caso, anche se lo volesse, la possibilità di cambiare vita, di trasferirsi in una casa nuova, con acqua ed elettricità.

Anche per i giovani registi argentini oggi la situazione non è facile, con gli attacchi del governo all’Instituto Nacional de Cine y Artes Audiovisuales (INCAA) con l’obiettivo di indebolirlo, se non proprio smantellarlo. Qual è la tua opinione a riguardo?
È un argomento molto serio. Ma devo dire una cosa: nel 2001, quando ho realizzato il mio primo film, l’INCAA, di cui giustamente parliamo adesso, non esisteva neanche. Giravamo con budget piccoli, senza ricevere alcun compenso. Eravamo abituati. Ma per i nuovi registi, questa è una situazione inedita.
La cosa però più grave non è tanto quella che riguarda i finanziamenti pubblici, che sarebbero bassissimi in ogni caso, visto che non ci sono i soldi neanche per finanziare un cortometraggio… ma che il governo sta cancellando ogni possibilità di trovare collaborazioni e co-finanziamenti dall’estero. Non firmano le carte, si mettono di traverso nel momento in cui qualcuno cerca di trovare un aiuto da fuori, magari dall’Europa, per poter fare i propri film. È un disastro.
Però questo tuo nuovo film indica che una strada forse esiste…
Esatto. Quello che voglio dire con il mio cinema è che possiamo ancora fare film, anche in 35 millimetri, che abbiano qualcosa da raccontare e che possano trovare un loro pubblico lì fuori. Bisogna alzare la voce e continuare a realizzare film. È una situazione pessima, ma dalla quale possiamo immaginare un nuovo modo di fare cinema, trovare una nuova sensibilità.
Se fossi un giovane regista oggi, sarei lì fuori a girare. Userei questo momento drammatico per dire qualcosa di significativo. Non lo so però se ci sono giovani studenti di cinema interessati a farlo. Magari hanno altre ambizioni e preferiscono diventare degli “showrunner” – come si chiamano adesso – per qualche serie tv.


