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Cinema

Halloween: le streghe più famose del grande schermo

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Mentre si avvicina la sempre molto attesa Notte di Halloween, anche conosciuta come Notte delle Streghe, eccoci qui a ricordarne alcune delle più celebri dal punto di vista cinematografico…

Le Streghe (2020) di Robert Zemeckis

Partiamo dal titolo più recente, Le Streghe di Robert Zemeckis. Una curatissima e spaventosa Anne Hathaway guida la congrega di megere, alle prese con una riunione molto importante e con un trio di topolini alquanto intraprendenti.

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Anne Hathaway in una scena di Le Streghe

Nell’opera firmata dal celebre regista statunitense, adattamento dell’omonimo romanzo di Roald Dahl, le streghe del titolo sono esseri malvagi, ossessionati dai bambini e dal desiderio di divorarli o, occasionalmente, trasformarli.

Leggi anche: Le 10 streghe cattive più sexy del cinema (gallery)

Ricordiamo che già nel 1990 il libro per ragazzi era stato adattato per lo schermo e ne era nato Chi ha paura delle streghe? In quel caso era Anjelica Huston a popolare gli incubi dei più piccoli e a intrattenere invece i più smaliziati.

Hocus Pocus (1993) di Kenny Ortega

Proseguiamo il nostro excursus con le simpatiche protagoniste di Hocus Pocus, pellicola firmata da Kenny Ortega (Descendants) con Bette Midler, Sarah Jessica Parker e Kathy Najimy.

Le tre sorelle Sanderson tornano, trecento anni dopo la loro dipartita, invocate per sbaglio da un giovanotto illibato e maldestro. É così che la notte di Halloween si trasforma in una vera e propria avventura per Max, (Omri Katz), Dani (Thora Birch) e Allison (Vinessa Shaw), sulle cui spalle grava il destino di tutti i bambini del paese.

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Hocus Pocus, una scena del film

Al loro fianco non manca ovviamente il gatto nero, simbolo importante di questo contesto: pare infatti che il colore del pelo sia legato alla magia malvagia, detta nera.

Le streghe di Eastwick (1987) di George Miller

Un altro imperdibile esempio di megere di alto livello lo troviamo ne Le streghe di Eastwick, diretto da George Miller e basato sull’omonimo romanzo di John Updike. Anche qui al centro del racconto agisce un trio di donne dai grandi poteri, con i volti niente meno che di Cher, Michelle Pfeiffer e Susan Sarandon.

Sono loro infatti a invocare nell’immaginaria città che dà il titolo alla pellicola a invocare il Diavolo in persona – con i tratti di Jack Nicholson.

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Una scena di Le streghe di Eastwick

Dopo aver ammaliato l’intera comunità, quest’ultimo deciderà di sedurre le tre amiche, così da avere un figlio con ciascuna di loro. Ma le cose non andranno esattamente come il previsto… Un cult del 1987.

Le streghe son tornate (2013) di Alex de la Iglesia

Di altro genere Le streghe son tornate – in originale Las brujas de Zugarramurdi – dove un gruppo di sconosciuti, guidati da due rapinatori in fuga, finiscono dritto dritto tra le grinfie di una congrega di streghe alquanto affamate.

Leggi anche: I film da vedere la notte di Halloween (secondo John Carpenter)

Rocambolesco, suggestivo, geniale, il film di Alex de la Iglesia ha ricevuto ben 8 Premi Goya ed è stato presentato al Festival di Roma del 2013.

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Le streghe son tornate, una scena del film

Se la componente horror e sanguinolenta di certo non manca, è l’ironia di fondo e il dinamismo intrinseco alle situazioni a fare il grosso del compito. E sembra di assistere a uno spettacolo del Circo de los Horrores.

Giovani streghe (1996) di Andrew Fleming

Concludiamo infine con le Giovani streghe di Andrew Fleming, dove incontriamo Neve Campbell e Robin Tunney schierate su due fronti opposti della magia. Il film del 1996 utilizza il tema stregonesco come buon escamotage per parlare di adolescenza, accettazione, responsabilità, bullismo.

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Le protagoniste di Giovani streghe in azione

A distanza di quasi 25 anni, è pronto a uscire un ideale sequel, dal titolo Il rito delle streghe, prodotto dall’ormai lanciatissimo Jason Blum e dalla sua Blumhouse Productions, che lo distribuirà on demand negli Stati Uniti, mentre in Italia è attesa la nuova data di release.

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Cinema

TFF38 | Lucky sul tema della paura e della violenza contro le donne

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In questa nuova sezione del 38esimo Torino Film Festival, chiamata “Le stanze di Rol”, è stata fatta una selezione di titoli molto variegati e interessanti. Dopo The Dark and the Wicked, eccoci a parlare di Lucky di Natasha Kermani. La cineasta americana di origini iraniane presenta il suo secondo lungometraggio, rivelandosi una delle artiste da tenere maggiormente d’occhio di questa edizione.

Lucky | La trama della pellicola presentata al TFF38

May Ryer (Brea Grant) scrive manuali di auto-aiuto e ha un matrimonio dai trascorsi movimentati. Nonostante ciò, la sua routine trascorre in maniera serena e semplice, almeno fino alla notte in cui ogni cosa cambia.

Leggi anche: TFF38 | Antidisturbios è la serie spagnola del momento

Un uomo mascherato si introduce in casa e la aggredisce; fortunatamente il marito Ted (Dhruv Uday Singh) interviene a difenderla. Nei giorni successivi però la coppia discute per un nonnulla e si separa. May entrerà in uno strano loop temporale popolato dall’uomo con la maschera, che tenta di ucciderla.

La pellicola ha le sembianze e lo stile di un tv movie, per lo più ideato all’interno dell’abitazione della protagonista. Ma la forza del progetto è insita nel messaggio che lancia, senza mezze misure anche esplicitamente.

Paure da affrontare

É necessario affrontare le proprie paure, non fuggire, altrimenti esse continueranno a condizionare le nostre esistenze. Tali paure possono assumere le più svariate forme, ma nessuna può e deve toglierci il sonno. Chiaro che l’ottica sia quella femminile, soprattutto considerando come la violenza sulle donne sia ancora un discorso troppo attuale e vivo.

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Lucky, il poster del film

Lucky mette in scena la figura di una donna caratterizzata da una solidità non così comune. Dopo l’iniziale confusione, May ricorre a ogni arma a sua disposizione – che sia reale come un coltello o un martello, o semplicemente psicologica – per sopravvivere.

La sottomissione non è assolutamente contemplata; non lo era con il marito e di certo non lo sarà con uno sconosciuto che tenta di farle del male.

Un’ispirazione da favola

La Kermani ha detto di essersi vagamente ispirata ad Alice attraverso lo specchio per la struttura del film. Proprio come la giovane della Disney finiva all’interno di un mondo sempre più assurdo e incomprensibile, la stessa situazione capita a May.

Differenza sostanziale è chiaramente il trovarsi dentro un incubo in piena regola, del quale non si conoscono le regole e nel quale si rischia la vita. Il fatto che i personaggi collaterali non credano a una parola della donna non fa che rafforzare la sensazione di trovarsi in un contesto onirico, allucinatorio. Ciò non toglie impeto né significato a questi gesti violenti.

Leggi anche: TFF38 | Wildfire, due sorelle “contro” l’Irlanda unita

La brava Brea Grant ha recitato in A ghost story e nella serie Eastsiders: in Lucky riesce a intuire l’anima della sua May e ne dà un’interpretazione semplice ma concreta. Ha inoltre collaborato al processo di scrittura del film.

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TFF38 | Wildfire, due sorelle “contro” l’Irlanda unita

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In concorso al 38esimo Torino Film Festival, Wildfire di Cathy Brady è un’opera prima di altissimo livello. I titoli di testa introducono lo spettatore al contesto nel quale vivono e agiscono le protagoniste. Siamo in Irlanda, in una piccola cittadina dove tutti più o meno si conoscono e le voci circolano liberamente, senza curarsi della loro attendibilità.

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Wildfire | Un ritorno che sconvolge gli equilibri

In questo microcosmo aleggia come immaginabile un sentimento di aggregazione molto forte, dal quale si viene protetti e custoditi, ma che talvolta può condurre a un atteggiamento omertoso e nocivo. Soprattutto per chi è lontano da troppo tempo.

Quando Kelly (Nika McGuigan) torna nella sua terra natale emergeranno gradualmente e irreparabilmente le problematiche legate a ciò. Dopo l’iniziale euforia e la ritrovata tranquillità, arriva il momento delle congetture. E non è mai semplice sopportare dicerie e falsità su se stessi e sulla propria famiglia.

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Nika McGuigan e Nora-Jane Noone in una scena del film

Il discorso della sanità mentale ricorre in varie occasioni, come se fosse una spada di Damocle che pende sulla testa delle protagoniste. Ma la realtà è ben più stratificata.

Il peso del passato e la ricerca della verità

Ed ecco che interviene il passato a dare in qualche modo una spiegazione a tanti gesti, alla tragedia che ha segnato per sempre la storia di Lauren (Nora-Jane Noone) e Kelly. Le ferite che si portano dietro sono probabilmente non rimarginabili, sebbene abbiano tentato l’una la fuga e l’altra la rimozione.

Eppure la ricerca della verità non si interrompe nemmeno quando rischia di portarle sull’orlo della distruzione. É un percorso a ritroso, a scavare nei loro ricordi e nella vita della loro amatissima madre. Un cappotto rosso e una lista della spesa sono gli unici oggetti rimasti tra quelli appartenuti alla donna, conservati gelosamente e spesso fonte di un dolore inconoscibile.

L’emozione esplode nell’ascoltare la voce registrata durante una giornata di totale spensieratezza: prima che l’infanzia delle giovani venisse improvvisamente spezzata dalla violenza della vita, c’erano due bambine con la loro mamma che si godevano la gioia delle piccole cose.

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Nika McGuigan e Nora-Jane Noone in una scena del film

L’amore di una sorella che salva la vita

Crescendo Lauren e Kelly hanno preso strade diverse, perdendo parte del legame che avevano da piccole. Per questo hanno bisogno di tempo, per ritrovare ciò che le univa, l’amore incondizionato, profondo e salvifico di una sorella. E, così facendo, ricompongono anche la loro anima.

Il mondo esterno ci prova in tutti i modi a colpirle, ma la loro forza va oltre. Oltre gli insulti, i pregiudizi, le menzogne. In una delle scene più toccanti e travolgenti di Wildfire, Lauren e Kelly ballano come se non ci fosse un domani: è una danza selvaggia, liberatoria, intima; un momento necessario e fondamentale, durante il quale arrivano addirittura a respirare in sincrono.

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La Brady canalizza l’intensità del racconto nelle gesta di queste due donne, negli sguardi e nelle fisicità che si relazionano con l’ambiente circostante – a volte accogliente, altre ostile. Il film è dedicato alla memoria della McGuigan, scomparsa all’età di soli 33 anni e qui alla sua ultima apparizione.

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Cinema

TFF 38 | Gunda, parabola animalista tra poesia e realismo

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Il nuovo film di Viktor Kosakovskiy è stato definito da Paul Thomas Anderson come “ciò a cui tutti dovremmo aspirare come registi e pubblico”. Joaquin Phoenix l’ha voluto co-produrre. Adesso è al Torino Film Festival, che si svolgerà online fino al 28 novembre. Ecco cosa rende Gunda così speciale.

Gunda al Torino Film Festival

Cosa è Gunda? Un film in bianco e nero senza esseri umani e senza parole, in cui nessuno parla perché gli unici essere viventi in campo sono gli animali di una fattoria. Al centro del racconto c’è una scrofa che ha appena dato alla luce dei cuccioli. In teoria sarebbe un documentario, ma nella pratica è qualcosa di totalmente diverso: è un film fatto di immagini riprese davvero e non “messe in scena”, prive di una trama e di un intreccio di finzione, ma che finge di essere ambientato in un unico cortile (quando invece sono almeno tre ambienti diversi) e in più è caratterizzato da una cura pazzesca per l’estetica e da un lavoro sul sonoro (dichiaratamente falso e ritoccato) che lo proiettano su un altro livello, che non è quello della documentazione, bensì quello della trasfigurazione della realtà in qualcosa di differente.

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Cinema di prossimità

Pensare la prossimità significa pensare l’eccedenza di senso, poiché quando si è in una tale condizione di vicinanza il pensiero pensa più di quanto possa pensare. Il sensibile non si pone così in opposizione al razionale, non costituisce quella dimensione che la riflessione può arginare e dominare o il negativo che la conoscenza riordina nel sapere, ma, un’originaria affezione, relazione con gli altri (in questo caso gli animali del film), che è espressione e linguaggio. Pertanto la scelta di concentrare l’attenzione sulla sensazione che immagini come quelle di Gunda producono senza raccontare davvero qualcosa, descrive la sensibilità come l’accadere di un contatto e, per questo, viene pensata innanzitutto attraverso il senso del tatto e della vicinanza a ciò che si osserva.

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La prossimità si colloca in questo accadere «senza intenzione», perché l’evento dell’avvicinarsi agli altri è originario, primario, rispetto a qualsiasi “coscienza di” da parte dello spettatore. Ma prossimità, in senso propriamente cinematografico, implica anche un’esclusione dal campo del visibile. Per questo alcune informazioni sugli animali ripresi da Kosakovskiy sono nascoste quando la macchina da presa si avvicina ai soggetti che deve riprendere e si rivelano solo successivamente: le etichette degli animali, così come le recinzioni che ne delimitano la libertà. 

Appeal commerciale?

Andando avanti nella visione è infatti sempre più evidente che una gran parte del successo americano e dello status che questo film ha conquistato dalla Berlinale al Festival di Torino (non a caso è stato acquistato da Neon, società che ha distribuito in America film come I, Tonya, Parasite, Vox Lux, Honeyland o Borg McEnroe) viene dal suo essere in maniera indiretta una grandissima parabola vegana. Era infatti da parecchi anni che Viktor Kosakovskiy cercava di mettere insieme il budget per il film. Ci è riuscito solo quando Joaquin Phoenix ha deciso di accettare l’Oscar con un discorso animalista che l’ha reso il vegano più noto del pianeta.

I co-produttori hanno fatto di tutto per raggiungerlo e lui, viste le prime immagini e capito il punto del film, l’ha immediatamente appoggiato diventando produttore esecutivo. Ma l’endorsement più pesante è stato forse quello di Paul Thomas Anderson, che l’ha definito: “Puro cinema, un film dentro il quale tuffarsi. È spogliato fino ai suoi elementi essenziali, senza interferenze. È quello a cui tutti dovremmo aspirare sia come pubblico che come filmmaker – immagini e sonoro messi insieme per raccontare una storia profonda e potente senza fretta. Le immagini strabilianti e il sono uniti al cast migliore possibile formano più una pozione che un film”. Neon ha ovviamente inserito la dichiarazione di Anderson nel trailer del film, facendone uno dei principali strumenti di promozione.

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