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Perché Hamnet – Nel nome del figlio può davvero vincere l’Oscar 2026

Con l’avvicinarsi della cerimonia degli Oscar 2026, Hamnet – Nel nome del figlio continua a rafforzare il suo status di favorito.

Ci sono film che si guardano. E poi ci sono film che restano. Hamnet – Nel nome del figlio appartiene alla seconda categoria: un’opera che continua a vivere ben oltre la sala e che oggi, con 8 nomination, si candida seriamente a essere il film da battere agli Oscar 2026.

Hamnet – Nel nome del figlio è uno di quei film che non finiscono con i titoli di coda. Restano addosso, tornano nei giorni successivi, riemergono nei dettagli più impensati. Lo abbiamo visto in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e, a distanza di mesi, è rimasto lì: come un’eco silenziosa ma persistente. Dal 5 febbraio arriva finalmente nelle sale italiane.

Un film intimo che parla universale

Diretto da Chloé Zhao, Hamnet – Nel nome del figlio prende spunto dalla tragedia privata che avrebbe ispirato Amleto, ma sceglie una strada radicalmente diversa dal biopic letterario o dal racconto storico classico. Qui Shakespeare resta sullo sfondo. Al centro c’è Agnes, la madre, il lutto, l’assenza, il vuoto che si allarga e ridefinisce tutto.

È un cinema fatto di silenzi, natura, corpi che attraversano il dolore, di tempo che scorre in modo irregolare, come accade quando si perde qualcuno. Zhao costruisce un film profondamente sensoriale, dove la macchina da presa osserva più che spiegare, e in cui ogni scelta – dalla luce al montaggio, dalla musica all’uso degli spazi – concorre a creare un’esperienza emotiva rara nel cinema contemporaneo.

Non c’è retorica, non c’è compiacimento. C’è una delicatezza quasi ostinata, che chiede allo spettatore attenzione e disponibilità emotiva, ma che in cambio offre qualcosa di autentico.

Redazione di Newscinema parla di Hamnet dal globe theatre di Roma
Clicca sull’immagine per vedere il video su Hamnet – Nel nome del figlio – Newscinema.it

Le interpretazioni: Buckley e Mescal al livello più alto

Gran parte della forza del film passa dalle interpretazioni. Jessie Buckley firma una delle prove più intense della sua carriera: il suo dolore non è mai esibito, ma trattenuto, stratificato, fisico. Agnes è una donna che sente il mondo prima ancora di comprenderlo, e Buckley riesce a restituirne ogni sfumatura con una precisione impressionante.

Accanto a lei, Paul Mescal lavora per sottrazione. Il suo William è un uomo incapace di dare forma alle parole quando più ne avrebbe bisogno. Il contrasto tra i due – tra chi vive il dolore restando e chi lo attraversa fuggendo – è uno dei cuori emotivi del film.

Perché Hamnet è il favorito agli Oscar 2026

Guardando alle 8 nomination agli Oscar, Hamnet – Nel nome del figlio appare oggi come uno dei titoli più solidi della corsa. Non solo per il prestigio del nome di Zhao o per la forza delle interpretazioni, ma per una combinazione che l’Academy tende a premiare sempre più spesso: autorialità riconoscibile + impatto emotivo + rilevanza universale.

È un film che parla di perdita, genitorialità, memoria, creazione artistica. Temi profondamente umani, affrontati con uno sguardo femminile e contemporaneo che dialoga perfettamente con la sensibilità attuale dell’Academy.

C’è poi un altro elemento chiave: Hamnet non divide. È un film che può piacere tanto alla critica quanto ai votanti, capace di essere sofisticato senza risultare freddo, emotivo senza essere ricattatorio. Una qualità rara, e spesso decisiva, nelle corse agli Oscar.

Un film destinato a durare

Al di là dei premi, Hamnet – Nel nome del figlio è uno di quei film destinati a essere riscoperti nel tempo. Non vive di shock o colpi di scena, ma di risonanza emotiva. È un’opera che chiede di essere abitata, non semplicemente guardata.

Secondo noi, ha tutte le carte in regola per portare a casa l’Oscar. Ma la vera vittoria è un’altra: riuscire a raccontare il dolore senza banalizzarlo, e trasformarlo in qualcosa che continua a parlare, anche dopo mesi.

Letizia Rogolino
Letizia Rogolino
Il cinema e la scrittura sono le compagne di viaggio di cui non posso fare a meno. Quando sono in sala, si spengono le luci e il proiettore inizia a girare, sono nella mia dimensione :)! Discepola dell' indimenticabile Nora Ephron, tra i miei registi preferiti posso menzionare Steven Spielberg, Tim Burton, Ferzan Ozpetek, Quentin Tarantino, Hitchcock e Robert Zemeckis. Oltre il cinema, l'altra mia droga? Le serie tv, lo ammetto!

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