Dai creatori dei successi Il lupo e il leone e Mia e il leone bianco, arriva al cinema una nuova avventura per famiglie ambientata nel cuore dell’Africa. Diretto da Gilles de Maistre, Il Figlio del Deserto racconta una storia vera di amicizia e resilienza, ambientata in uno dei luoghi più incredibili del pianeta.
Il film si ispira alla storia già narrata da Monica Zak nel libro Hadara: The Ostrich Child, ovvero quella di un bambino di soli due anni che, durante una tempesta di sabbia, sfugge al controllo della madre e si perde nel deserto. Destinato a una morte quasi certa, venne invece salvato da un gruppo di struzzi che lo accolsero come parte del loro branco.
Per dieci anni, gli animali gli offrirono protezione e gli insegnarono a sopravvivere tra dune e sole implacabile, finché Hadara non fu finalmente ritrovato e riconsegnato alla sua famiglia.

La storia vera che ha ispirato Il Figlio del Deserto
Nel film di Gilles de Maistre la protagonista è però la quattordicenne Sun, che ha pubblicato un romanzo ispirato proprio alla storia di Hadara. Una storia che suo nonno le raccontava sempre quand’era piccola, ma a cui – in fondo – non aveva mai creduto davvero. Quando la ragazza viene invitata a visitare il Sahara, si rende conto però che quella vicenda potrebbe essere molto più di una semplice favola della buonanotte.
Il viaggio di Sun nel Sahara diventa così un percorso di scoperta e identità: un ponte tra passato e presente che rivela quanto la storia di Hadara sia profondamente intrecciata a quella di suo nonno. Come spesso avviene nei film di Gilles de Maistre, tutto è ripreso dal vero: dalle ambientazioni mozzafiato agli animali selvatici, che non vengono preventivamente “addestrati” e tornano alla loro vita selvaggia al termine delle riprese.
È un cinema d’attivismo, come dimostra il successo del precedente Mia e il leone bianco, che ha aiutato a proibire la caccia al leone bianco in Sudafrica (e non è un caso che il regista sia già al lavoro su di un nuovo film: Mélodie pour un ours, contro la caccia all’orso, ancora legale in molti paesi).

Cinema come forma di attivismo
Gilles de Maistre ha letto il libro di Zak durante il Covid, nel 2020. E lì per lì si era detto che, lavorando io con animali non addestrati, sarebbe stato impossibile metterlo in scena. Poi sui social si è imbattuto per caso in una signora belga che si occupa di salvare gli struzzi, di creare loro un rifugio e di creare una relazione con loro. Dopo averla contattata, la donna si è offerta di formare i bambini che appaiono nel film – nel film ce ne sono tre, che interpretano Hadara in età diverse: 2, 6 e 12 anni – per insegnare loro a non avere paura e a sentire l’energia degli animali.
De Maistre viaggia per tutto il mondo con una cinepresa in mano da ormai quarant’anni. Prima realizzando documentari e adesso questi film d’amicizia uomo-animale destinati a un pubblico soprattutto di bambini e ragazzi, girati già in inglese e pensati fin da subito per essere esportati nel maggior numero di paesi possibile.
Un’idea di cinema eminentemente commerciale, quindi, in cui le ambizioni autoriali sono ridotte al minimo, ma che ha perlomeno il merito di allargare gli orizzonti geografici e culturali dei suoi piccoli spettatori, insegnando loro che il mondo è uno solo e non ci devono essere distinzioni tra popoli, stili di vita e – in ultima istanza – specie.
Che sia la periferia di una città nelle montagne cinesi, il deserto del Sahara o la giungla dell’Amazzonia, l’obiettivo principale per il regista francese è quello di creare momenti conviviali che le famiglie possano vivere insieme (nella sala cinematografica, cosa non scontata!), magari stimolando in loro la voglia di viaggiare autonomamente nei luoghi mostrati. Ccome d’altronde lui stesso fa con la sua famiglia per la realizzazione dei film.

